Il voto siciliano rivela i sogni di Grillo, le ambizioni di Salvini e le illusioni del Pd

Si fa presto a dire voto locale. Dietro la corsa a Palazzo d’Orleans si nasconde la partita delle Politiche. Se Berlusconi cerca la leadership nel centrodestra, Salvini prova a convincere gli elettori del Sud. I grillini sognano in grande? Il centrosinistra è alle prese con le solite scissioni

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1 Novembre Nov 2017 0700 01 novembre 2017 1 Novembre 2017 - 07:00

Domenica si vota per le regionali siciliane, sull’isola più grande del Mediterraneo si scrivono i destini di leader e coalizioni. Gli equilibri del centrodestra si decidono all’ombra dell’Etna: Silvio Berlusconi prova a confermarsi il leader della coalizione, mentre Matteo Salvini dovrà dimostrare di aver allargato il suo consenso anche nel meridione. Tra Agrigento e Catania si valuteranno le ambizioni governative dei Cinque Stelle, mai così vicini a un ruolo di primo piano. E sempre qui il centrosinistra dovrà metabolizzare le ultime divisioni. Dall’esito elettorale siciliano dipenderà anche il ruolo del segretario Matteo Renzi, che i suoi avversari sono pronti a mettere in discussione in caso di sconfitta. Il tema è fin troppo noto, a tratti fastidioso. Un mantra che si ripete da decenni. Il voto in Sicilia è il miglior indicatore per capire dove va la politica italiana. Qui si sperimentano alleanze e strategie. Secondo una radicata tradizione i risultati elettorali dell’isola anticipano, e addirittura condizionano, le tendenze nazionali. Anche questa volta non sembra fare eccezione. Le regionali di domenica sono l’ultimo grande test prima delle Politiche del 2018. Il vero banco di prova per leader e coalizioni, che entro la primavera si contenderanno il governo del Paese.

In queste ore Berlusconi è in viaggio verso Palermo. Il leader di Forza Italia ha deciso di giocare da protagonista anche questa campagna elettorale. Secondo il programma sono previsti almeno due grandi comizi prima del voto. Rigenerato dalle frequenti visite in una nota beauty farm di Merano, il Cavaliere sarà ancora in grado di motivare il suo elettorato? Non è solo una questione di prestigio. In Sicilia si valuterà il peso specifico di ogni alleato del centrodestra. L’ex premier potrà conservare un ruolo di primo piano o dovrà lasciare il passo all’accoppiata sovranista Salvini-Meloni? Dietro Palazzo d’Orleans si intravede il vero obiettivo della sfida: la leadership della coalizione. Con una curiosità. L’aspirante governatore sostenuto dal centrodestra è Nello Musumeci: candidato in testa nei sondaggi ma non il preferito del Cavaliere, che si è dovuto accontentare per il bene dell’alleanza.

Silvio Berlusconi prova a confermarsi il leader della coalizione, mentre Matteo Salvini dovrà dimostrare di aver allargato il suo consenso anche nel meridione. In Sicilia si valuteranno le ambizioni governative dei Cinque Stelle, mai così vicini a un ruolo di primo piano. E sempre qui il centrosinistra dovrà metabolizzare le ultime divisioni. Dall’esito elettorale di domenica dipenderà anche il ruolo del segretario Matteo Renzi, che i suoi avversari sono pronti a mettere in discussione in caso di sconfitta

Nel frattempo Salvini sta girando l’isola ormai da giorni. Un impegno lungo e faticoso, ma obbligato. Il leader leghista deve dimostrare di poter conquistare voti anche al Sud. Quello siciliano, dopotutto, è anche un primo test della sua Lega in versione nazionale. Al netto dei referendum sull’autonomia lombardo-veneta, quante preferenze può spostare il Carroccio nel Meridione? È la grande scommessa politica di Salvini. Stesso obiettivo e strade diverse. In cerca di consensi, nel centrodestra ognuno gioca la partita come meglio crede. Nelle ultime ore il leghista è riuscito a far parlare di sé tendendo inaspettatamente la mano ai Cinque Stelle. «Dopo le Politiche - ha detto da Palermo - se non ci fosse una maggioranza di centrodestra farei una telefonata a Grillo». È l’ultima puntata di lungo corteggiamento che rischia di monopolizzare l’attenzione dopo le elezioni di primavera, quando si dovrà trovare una maggioranza in Parlamento. La vecchia ipotesi di una coalizione populista e antisistema. Ma è anche una provocazione che i grillini hanno respinto al mittente nel giro di poche ore.

Non potrebbero fare altrimenti. I Cinque Stelle puntano tutto in Sicilia. Questa è una terra simbolica: proprio qui nel 2012 è iniziata l'onda pentastellata che nei mesi successivi ha travolto il resto d’Italia. In questa regione la proposta grillina è stata consacrata a suon di preferenze. E adesso, ancora una volta in Trinacria, i Cinque Stelle si giocano la possibilità di andare a Palazzo Chigi. Il candidato Giancarlo Cancelleri corre per vincere, secondo tutti i sondaggi la sfida con Musumeci è ancora aperta. I due sarebbero divisi da un paio di punti percentuali. Anche stavolta in palio non c’è solo la poltrona di governatore, un’affermazione in Sicilia potrebbe rappresentare un traino in vista delle Politiche. E questo spiega il grande sforzo delle ultime settimane. La campagna elettorale grillina è martellante, a tappeto. Insieme a Cancelleri girano l’isola da tempo anche i deputati più noti Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio. Proprio quest’ultimo, aspirante premier M5S, potrà testare in questa sfida il suo appeal elettorale. Come se non bastasse negli ultimi giorni si è visto in piazza anche Beppe Grillo, che evidentemente sente vicina la vittoria. Gli slogan sono quelli storici: i pentastellati puntano il dito contro gli impresentabili, contro le più discusse candidature degli avversari. Si presentano come gli unici alfieri dell’onestà, la sola alternativa al vecchio sistema. E finora, almeno stando alle proiezioni di voto, è una strategia che sembra funzionare.

Silvio Berlusconi ha deciso di giocare da protagonista anche questa campagna elettorale. Mentre Matteo Salvini deve dimostrare di poter conquistare voti anche al Sud. Dietro Palazzo d’Orleans si intravede il vero obiettivo della sfida: la leadership della coalizione

Sono gli stessi sondaggi che fotografano le difficoltà del Partito democratico. Il candidato dei dem è il rettore dell’università di Palermo Fabrizio Micari. Un protagonista della partita in tono minore. Al momento sembra indietro rispetto a Cancelleri e Musumeci, secondo alcuni osservatori difficilmente potrà andare oltre il terzo posto. Alcuni scenari particolarmente negativi ipotizzano persino la quarta posizione, superato anche dall’esponente di sinistra Claudio Fava. Ecco il punto. In Sicilia il centrosinistra corre diviso, come probabilmente accadrà anche alle Politiche. Da una parte Pd e centristi, dall’altra i bersaniani di Articolo Uno-Mdp. Le conseguenze potrebbero essere disastrose. Il rischio più evidente è quello di un ridimensionamento, inevitabile se la partita si ridurrà a un testa a testa tra Cinque Stelle e centrodestra. Ecco perché gli effetti delle regionali finiranno per condizionare anche le future scelte del partito. Il voto di domenica avrà ancora una volta un riflesso nazionale. Un risultato positivo in Sicilia potrebbe spingere Renzi a proseguire la sua strada in solitaria in vista delle Politiche. Leader indiscusso di una coalizione evidentemente limitata. Diverso le scenario se il voto siciliano dovesse confermarsi negativo. All’interno del Pd - e non solo - c’è chi non aspetta altro per mettere in discussione il ruolo del segretario. In questo caso si aprirebbe concretamente l’ipotesi di una coalizione di centrosinistra più ampia, con buona pace dei veti di Renzi.

E poi c’è l’ultima grande incognita, l’astensionismo. Il vero rischio per le nostre istituzioni è questo, anche se in pochi sembrano accorgersene. Il vento di indifferenza, e insofferenza, continuerà a spirare anche in Sicilia? Il dato sull’affluenza racconta meglio di tanti retroscena lo stato di salute della politica italiana. E segnerà, per l’ennesima volta, la distanza tra eletti ed elettori. Gli indizi non sono confortanti. Secondo una rilevazione Demopolis, a pochi giorni dal voto addirittura il 26 per cento dei siciliani non è a conoscenza del voto di domenica. Forse è questo il dato da seguire con più attenzione: il rischio è che stavolta l’astensione superi il 50 per cento. A prescindere dall’esito elettorale, sarebbe una sconfitta per tutti.

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