La Sicilia è il fallimento politico di Renzi (e la prova che l'Italia è senza speranza)

L’annunciata batosta alle elezioni siciliane per il Partito Democratico non è che la nemesi di un’azione di governo che raramente ha messo nel radar i vizi e le inefficienze della Regione meno virtuosa d’Italia. “Fuggire” in America da Obama o rubricare il voto come “locale” non serve a nulla

Renzi Obama Linkiesta
1 Novembre Nov 2017 0750 01 novembre 2017 1 Novembre 2017 - 07:50

Le cose si cambiano facendo funzionare quel che non funziona, non certo ignorandolo. Può sembrare lapalissiano, ma evidentemente, in Italia, anche l’ovvio è materia di discussione. Lo diciamo a Matteo Renzi, che ha recentemente rubricato le elezioni siciliane a “voto locale”, evitando di sbarcare sull’isola col proprio treno elettorale. E, addirittura, volando a Chicago da Barack Obama per l'evento di lancio della sua Fondazione, a meno di una settimana dall’appuntamento ai seggi.

Non siamo nati ieri, sappiamo perché questo avviene. Perché il Partito Democratico, in Sicilia, sta per prendere una delle più violente sberle elettorali degli ultimi anni, con la sfida a due tra il centrodestra guidato da Nello Musumeci e Giancarlo Cancelleri del Movimento Cinque Stelle e col candidato dem Fabrizio Micari dato a quindici, venti punti indietro costretto a giocarsi la terza piazza con l’alfiere della sinistra antirenziana, Claudio Fava. E ammettere una valenza nazionale a un risultato del genere nella quarta regione italiana per numero di abitanti significa ammettere un fallimento politico piuttosto clamoroso.

Ahilui, è così: il voto siciliano ha valenza nazionale. E lo ha non solo per la quantità di elettori che coinvolge - quasi un decimo della popolazione italiana - e per la vicinanza con la scadenza delle elezioni politiche. Lo ha, per l’appunto, perché non esiste nulla in grado di rappresentare i vizi di questo Paese quanto la Sicilia. E perché non c’è modo migliore per rimetterlo in sesto che partire da qua.

Dalla mafia, ad esempio. O dall’ipetrofia dell’apparato burocratico che esiste solo come strumento clientelare, che in Sicilia ha prodotto tanti dirigenti pubblici quanti ce ne sono nel resto dell’Italia. O dal welfare assistenziale travestito da pubblico impiego, con 22mila forestali - la metà di quelle che ci sono in Italia - nella regione che ha meno boschi. O ancora, degli sprechi endemici di un’Assemblea Regionale che costa 165 milioni l’anno contro i 68 milioni della Lombardia o i 62 della Campania, e dove un Comune, in media, spende il 40% del proprio budget per il personale, il doppio rispetto alla media nazionale. Il tutto, con un tasso di disoccupazione che rimane sopra il 22%, più o meno il doppio di quello italiano, quasi il triplo rispetto alla media europea. O, da una rete ferroviaria inesistente e da 4000 km di strade in dissesto o non percorribili.

Il voto siciliano ha valenza nazionale. E lo ha non solo per la quantità di elettori che coinvolge e per la vicinanza con la scadenza delle elezioni politiche. Lo ha, per l’appunto, perché non esiste nulla in grado di rappresentare i vizi di questo Paese quanto la Sicilia. E perché non c’è modo migliore per rimetterlo in sesto che partire da qua

Mettere mano alla Sicilia è un programma di governo ed è un programma che merita di essere portato avanti. Perché risolvere i problemi della Sicilia, sradicarne i vizi, metterne in discussione alcuni endemici privilegi, primo fra tutte uno statuto speciale usato malissimo, vuol dire iniziare a cambiare l’Italia dal posto che più di tutti ha bisogno di essere cambiato. Vuol dire mostrare al resto del Paese che niente è impossibile, se si comincia, passo dopo passo, a eradicare vizi e a promuovere comportamenti virtuosi.

E invece nulla di tutto questo è accaduto, o quasi. La lotta alla mafia non è mai stata tra le priorità di questi cinque anni di legislatura passati a costruire la narrazione dell’Italia che-è-meglio-di-come-la-raccontano. Relativamente ai dirigenti pubblici, l’ultimo atto di Rosario Crocetta da presidente della Regione è stato quello di nominare una ventina di amministratori di enti e società regionali, col beneplacito del Partito Democratico. Lo stesso vale per i forestali, cui Crocetta ha aumentato lo stipendio - ironia della sorte - di ottanta euro al mese, senza che dal Nazareno si alzasse una mosca in volo. Lo stesso statuto speciale non è mai stato messo in discussione, peraltro, nemmeno dalla riforma costituzionale promossa dallo stesso Renzi, nella quale le modifiche al titolo quinto e la ricentralizzazione di molte competenze in capo allo Stato valevano solo per le Regioni a statuto ordinario. Riguardo alle infrastrutture, infine, l’unica cosa che si ricorda è la mossa pre-referendaria di aprire alla costruzione del ponte sullo Stretto.

Se oggi nell’Isola si sfidano chi ritiene si debba lavorare 20 ore a settimana o che la mafia è stata corrotta dalla finanza cattiva e chi propone di non far pagare le tasse per dieci anni a chi ritorna a vivere in Sicilia, ben si comprende il senso di un fallimento culturale, più ancora che politico, della sfida renziana, che lascia l'Italia abbandonata di nuovo alle promesse gattopardesche di chi la spara più grossa. Al Sud promettendo più assistenzialismo. Al Nord, promettendone meno. E se questo è l’antipasto di quel che ci attende alle elezioni politiche, tra qualche mese, si salvi chi può.

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