Alienati, e oppressi dagli algoritmi: ecco perché i Kraftwerk ci rappresentano

A Torino per otto concerti, la band tedesca riproporrà al Club To Club i suoi dischi più significativi tra cui ”Autobahn”, che oltre trent'anni fa immaginò il mondo di oggi

Autobahn
2 Novembre Nov 2017 0900 02 novembre 2017 2 Novembre 2017 - 09:00

È iniziata ieri a Torino, con i set di Visible Cloacks e Bill Kouligas nel suggestivo contesto della Reggia di Venaria, l’edizione 2017 del Club To Club, uno dei più significativi festival di musica elettronica europeo. Quest’anno - oltre alla usuale rassegna che vedrà alternarsi i nomi più interessanti del panorama internazionale come Arca, Kamasi Washington, Nicolas Jaar e molti altri - l’evento nell’evento è rappresentato dai Kraftwerk, che suoneranno otto concerti nella rinnovata cornice delle OGR (le ex officine ferroviarie diventato luogo deputato all’arte contemporanea e alla musica) portando il loro intero catalogo.

Come se non bastasse, appena annunciati, tre degli otto concerti del gruppo di Düsseldorf (uno per ogni loro album) sono andati immediatamente sold-out. Non è una novità. Questo tipo di eventi vanno sempre esauriti, soprattutto quando si tratta di pietre miliari della musica pop verso cui oramai subiamo una sorta di fascinazione quasi museale. Secondo Simon Reynolds questa musealizzazione è la realizzazione pratica di quella retromania di cui molti parlano a sproposito come sinonimo di nostalgia ma che in realtà è una più radicata crisi del pensiero occidentale. Una crisi che di fatto impedisce alla cultura bianca - già egemone per molti secoli - di immaginarsi un futuro possibile. Dato il momento di crisi, quindi, tanto vale assistere alla celebrazione del rito mitologico. L’evento che si astrae dal flusso della storia e offre anche un certo tasso di consolazione. Curiosamente, in questa dinamica, ci sono finiti anche i Kraftwerk, che negli anni Settanta costruirono l’universo e l’immaginario pop del futuro le cui spinte durano ancora adesso. E proprio grazie al loro disco più importante, forse il vero disco del Novecento (assieme a Revolver dei Beatles e White Light/White Heat dei Velvet Underground), il cui concerto dedicato è ovviamente andato esaurito: Autobahn.

Ascoltati oggi i dischi dei Kraftwerk disegnano già il mondo in cui stiamo vivendo. Il rapporto tra l’uomo e la macchina; la pervasività dei computer; il cambio di paradigma portato dall’automazione; la dittatura degli algoritmi.

Ascoltati oggi i dischi dei Kraftwerk disegnano già il mondo in cui stiamo vivendo. Il rapporto tra l’uomo e la macchina; la pervasività dei computer; il cambio di paradigma portato dall’automazione; la dittatura degli algoritmi. La distopia, infatti, è tornata ad essere l’argomento caldo di questi tempi: è il risultato delle mutazioni accelerate del mondo contemporaneo e gli effetti sulla lunga distanza della crisi finanziaria che ha di fatto ribaltato i rapporti di forza geopolitici mettendo l’Occidente (e soprattutto l’Europa) in una posizione di difficoltà cui non era abituato. Il pop più elaborato - ma non per questo meno fruibile - ha sempre avuto il merito di intercettare le linee di frattura della società e tradurle in musica. È sorprendente notare come il pop di oggi viva nel solco di un immaginario culturale plasmato proprio su queste linee di frattura da due tedeschi in giacca di tweed che negli anni Settanta avevano deciso di “raffreddare” le emozioni e portare il pop alla sua dimensione cerebrale.

Esagero? Pensateci. Senza Autobahn non ci sarebbe stata la new wave per come la conosciamo e alla lunga niente Madchester e niente Hacienda. A Detroit non ci sarebbe stata la fusione tra gli elementi glaciali di questo pop-technologico e la cultura black e quindi niente house e niente techno. Afrika Bambaataa non avrebbe portato l’hip-hop nella dimensione puramente elettronica. Qualche anno dopo due (Daft) Punk francesi non avrebbero trovato nella “robotizzazione” un terreno molto più fertile per inseguire le loro idee musicali. E potrei continuare ancora a lungo. Insomma, l’intero corso del pop più innovativo, sperimentale, laterale ma non di meno interessato alla dimensione sia egemonica, sia divulgativa, sarebbe stato diverso.

Se Autobahn è stato il disco del Novecento, adesso la nostra missione è un’altra e in questo Club To Club può esserci d’aiuto: dobbiamo cercare dentro le linee di frattura di questa società per capire come suonerà il mondo di domani.

Tornando al disco, possiamo forse dare ragione a chi dice che Autobahn è la title-track e poco altro. Ma cosa importa? I 22 minuti di questa lunghissima, sublime, suite hanno già dentro tutto quello di cui c’è bisogno per sintetizzare la grande ambizione teorica di Florian Schneider e Ralf Hütter (derivata direttamente dagli studi al conservatorio di Düsseldorf) e la necessità di rendere il messaggio più pop possibile. «Una sorta di raga per automobile», dice Hütter, il che spiega perfettamente il contesto teorico: l’immaginazione di una società iper-urbanizzata, distese di chilometri di asfalto dove passare gran parte della nostra vita, la ripetitività delle azioni quotidiane, non solo nelle catene di montaggio delle fabbriche - che negli anni Settanta iniziano a declinare - ma anche nella dimensione quotidiana della cosiddetta, rampante, classe creativa. Poi, certo, c’è la dimensione tecnologica che è fondamentale. I Kraftwerk sono stati i primi a muoversi verso una totale “de-umanizzazione” del pop anche togliendo di torno tutti gli strumenti musicali veri. Là dove non c’erano, si sono addirittura inventati pad ritmici e calcolatori in grado di suonare proprio le esatte vibrazioni e le esatte frequenze cercate (non dimentichiamo che erano tempi pre-digitale, quindi niente algoritmi ma oscillazioni di frequenze elettriche).

Parafrasando il titolo di un saggio di Franco Fabbri, i Kraftwerk di Autobahn sono il “suono in cui viviamo”. E il loro ruolo nell’evoluzione e delineazione dell’immaginario musicale è così fondamentale da essere riconosciuto universalmente. Da chi non ne sa niente di musica elettronica e capisce che qui si sta parlando di tutt’altro, a chi cristallizza il momento e tributa loro gli onori del caso piazzandoli nei musei, nelle gallerie d’arte, dandole quelle dimensione critica “istituzionale” il cui significato ultimo è darci la consapevolezza che da qui bisogna partire, non adagiarsi. Se Autobahn è stato il disco del Novecento, adesso la nostra missione è un’altra e in questo Club To Club può esserci d’aiuto: dobbiamo cercare dentro le linee di frattura di questa società per capire come suonerà il mondo di domani.

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