«Il peggior nemico dell’innovazione sociale? La politica che non la capisce»

A margine del Festival Di Pubblica Utilità di Imola, l’opinione di Paolo Venturi, uno dei più importanti studiosi del terzo settore in Italia: «La politica non riconosce valenza pubblica a ciò che è esterno a essa»

Fatica Sisifo Linkiesta
2 Novembre Nov 2017 0745 02 novembre 2017 2 Novembre 2017 - 07:45
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«È ora di finirla con questa retorica della cittadinanza attiva, del terzo settore che deve metterci una pezza!». Non sono frasi che ci si aspetterebbe da uno come Paolo Venturi, direttore di Aiccon, centro studi sull’economia sociale promosso dall’Università di Bologna e dall'Alleanza delle Cooperative Italiane, direttore di The FundRaising School, prima scuola italiana sulla raccolta fondi. Nelle sue parole, tuttavia, si coglie il senso di un’evoluzione necessaria: quella, per usare le sue parole, tra civicness e publicness. O se preferite tra l’idea che all’economia sociale vada riconosciuta come un pezzo del welfare italiano, e non più come un pezza, un rattoppo per arrivare dove lo Stato non riesce ad arrivare.

«L’evoluzione si chiama pubblica utilità», continua Venturi. E non a caso è su questa parola chiave che si è discusso a Imola, lo scorso 20 ottobre, nel festival organizzato da Fondazione Symbola e dal Comune di Imola, intitolato per l’appunto “Di pubblica utilità”. E che ha proposto, lungo tutta una giornata di discussioni, l’idea che «si debba dilatare il perimetro pubblico, che le istanze pubbliche non debbano più essere solo ad appannaggio della pubblica amministrazione», per usare ancora le parole di Venturi: «Per troppo tempo - continua - pubblica utilità è stato considerato un ossimoro. L’utilità era privata, la redistribuzione era pubblica. Oggi invece questa parole deve diventare un’endiadi. E in molti così già lo è».

Una visione innovativa? Mica troppo, se si pensa che, stando alla ricerca di Ipsos presentata proprio in occasione del festival da Nando Pagnoncelli, per il 76% degli italiani già oggi la pubblica utilità comprende attività che perseguono il benessere dei cittadini indipendentemente dal soggetto (pubblico o privato) che le svolge. E che il 40% tra loro è convinto che la cittadinanza non debba limitarsi alla fruizione dei beni pubblici, bensì debba partecipare attivamente alla definizione e alla realizzazione dei servizi di pubblica utilità.

Ok, quindi: ma allora dov’è l’evoluzione rispetto al civismo? «La differenza è che nell’interpretare una funzione pubblica, non devi più solo essere capace di avere un generico interesse per il generale, ma devi anche essere in grado di far partecipare attivamente le persone. Se no è solo una replica della responsabilità sociale d’impresa, o un’estensione privata della pubblica amministrazione», continua Venturi. La differenza, in altre parole, è nella capacità di cambiare i processi, più che i soggetti: «La cosa più bella è vedere una comunità che si prende una funzione pubblica senza che il pubblico gliela affidi, ad esempio», racconta. E il pensiero va immediatamente a quel 60% di aree interne del Paese, che in assenza di politiche pubbliche, appiattite sulle aree metropolitane e lungo le direttrici dell’alta velocità, hanno cominciato a costruirsi da sole il proprio percorso di sviluppo, organizzando cooperative per la produzione e la vendita di manufatti e prodotti agroalimentari, inventando e realizzando festival a lume di candela che attirano turisti e curiosi da tutta Europa.

«La politica dovrebbe limitarsi a riconoscere quel che c’è e dargli spazio. Invece vuole metterci sopra il cappello, usare i cittadini come strumento di policy a costo zero, per perpetuare la propria arretratezza anche in un momento di scarsità delle risorse»

Paolo Venturi

Semmai la questione è capire come la politica possa rispondere a questa domanda di protagonismo da parte dei soggetti privati, delle imprese, del terzo settore, dei comuni cittadini. Se in altre parole la politica non vuole cedere spazio e funzione pubblica ad altri soggetti, pur in assenza di risorse, pur in un contesto di gratuità, in molti casi: «Il problema è che la politica non riconosce ciò che è al suo esterno come qualcosa che ha valenza pubblica - spiega Venturi -. Questa è una metamorfosi che ha a che fare con la democrazia. La democrazia è uno spazio aperto che dovrebbe valorizzare ciò che nasce dalla società. La dimensione democratica non si esaurisce nella politica e nelle istituzioni».

L’azzardo vero, il grande non detto, è che oggi, in un regime di risorse scarse, la pubblica utilità perseguita da attori privati può risultare ancora più efficace e centrata, perché non soggetta al ricatto del consenso elettorale: «La politica inoltre vive a breve termine - continua Venturi - mentre le iniziative di pubblica utilità dovrebbero avere tempi lunghi, dovrebbero essere accompagnate con perseveranza e pazienza. Le politiche pubbliche dovrebbero avere l’obbligo di parametrare ogni scelta un orizzonte più lungo del presente. Gli effetti del breve termine, di quello che io chiamo il cortotermismo, si scaricano sempre sui più deboli. Ormai i meccanismi di produzione del valore sono circolari. La politica si deve misurare su come si fa nuova economia, nuovo welfare, nuova società. La spesa pubblica è lievito, né ridistribuzione, né reddito di ultima istanza. Non deve mettere pezze sui problemi, ma diventare un pezzo di welfare».

Non è un ribaltamento semplice: anche gli stessi regolamenti dei beni comuni, quelli che lasciano ai cittadini la facoltà di occuparsi di pezzi di città attraverso un patto con l’amministrazione, di fatto la forma più celebrata di innovazione sociale e pubblica utilità, rischiano di essere snaturati dalla pubblica amministrazione, «Così non funziona - accusa Venturi -, la politica dovrebbe limitarsi a riconoscere quel che c’è e dargli spazio. Invece vuole metterci sopra il cappello, usare i cittadini come strumento di policy a costo zero, per perpetuare la propria arretratezza anche in un momento di scarsità delle risorse. Laddove invece il tema oggi è quello di rigenerare le istituzioni, di dar loro nuovi processi e nuovi scopi».

Per quanto possa essere paradossale, ma fino a un certo punto, è la politica il più grande nemico dell’innovazione sociale: «Oggi la politica ci mette del suo e prova a disgregare la società anziché aiutarla a rigenerare alvei di comunità». E se non è la politica che lascia spazio è la comunità che deve prenderselo: «La comunità nasce dove lo Stato si ritrae. E lì, nel suo autodeterminarsi, si fa politica. Perché genera domanda di beni nuovi, diversi. Economia on demand, gig economy ci sono perché c’è domanda per quel tipo di beni. Noi dobbiamo avere voglia di beni pubblici, per cambiare le cose».

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