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La grande truffa delle adozioni internazionali, condannata la Cai

Sentenza storica. La Commissione per le adozioni internazionali condannata per omessa vigilanza a risarcire una coppia coinvolta nello scandalo del Kirghizistan. ”È una sentenza pilota”, dice l’avvocato Torrisi, che ora potrà essere usata anche per altre presunte truffe, dall’Etiopia al Congo

Adoption Linkiesta

(Pixabay)

2 Novembre Nov 2017 0915 02 novembre 2017 2 Novembre 2017 - 09:15

È la prima volta che la Commissione per le adozioni internazionali (Cai) viene condannata per non aver vigilato su un ente autorizzato all’ingresso dei bambini dall’estero. E la prima volta è accaduto con uno dei peggiori scandali sulle adozioni in Italia, quello del Kirghizistan. «È una sentenza che farà giurisprudenza», dice l’avvocato Pierfrancesco Torrisi, che ora che userà la decisione presa in sede civile anche nel processo penale che si sta celebrando a Savona. Prossima udienza: 6 novembre.

«Finalmente otteniamo giustizia per l’unica coppia che ha fatto richiesta di risarcimento», spiega il legale. Il tribunale civile di Roma ha individuato «evidenti gravi irregolarità» e ha riconosciuto la responsabilità della Cai (ente afferente alla presidenza del consiglio incaricato del controllo sugli enti) per omessa vigilanza su Airone onlus, condannato a sua volta per aver violato il contratto sottoscritto con una coppia di aspiranti genitori. I coniugi Falena-Lepre dovranno così essere risarciti con 178mila euro, oltre le spese di giudizio.

I due furono tra i primi nel 2012 a volare per il Kirghizistan per adottare una coppia di gemelline tramite Airone. E come loro fecero le altre 19 coppie che ora hanno denunciato la presunta truffa a Savona. Le adozioni – come abbiamo raccontato – alla fine si rivelarono irrealizzabili: molti dei bambini incontrati dagli aspiranti papà e mamme erano stati spacciati per “orfani” ma in realtà non erano adottabili. Avevano madri, padri e zii, o erano già stati adottati.

Inutili, si legge nella sentenza romana, le segnalazioni fatte alla Cai dalla coppia Falena-Lepre circa le anomalie notate durante l’iter adottivo. Tra il settembre 2011 e il maggio 2012, «avevano inviato numerose mail sia all’associazione che alle autorità competenti, tra cui la Commissione adozione internazionale CAI, in cui erano segnalate numerose incongruenze nella procedura, chiedendo un intervento adeguato». Senza ricevere però nessuna risposta. Tanto che «solo il 19 marzo 2013», a quasi due anni dalle segnalazioni, la Cai revocherà l’autorizzazione all’ente. «Consentendo quindi all’Airone», scrive i giudice Assunta Canonaco, «di continuare ad operare nel Paese estero in danno degli attori». Ma una cosa è certa: era noto, si legge nella sentenza, «che l’Ente Airone Onlus operava tramite un referente di fatto diverso da quello indicato alla Commissione, mentre non erano stati raccolti dall’ente accreditato documenti fondamentali quali le schede dei bambini».

È una sentenza pilota anche per le altre coppie coinvolte. E pure per gli atri scandali sulle adozioni internazionali che hanno coinvolto altri genitori italiani, dall’Etiopia al Congo, che hanno speso migliaia di euro senza riuscire ad adottare i bambini

Il referente di cui si parla è Alexander Anghelidi, che oggi risulta latitante, imputato a Savona insieme a Venera Zakirova, alla traduttrice Inna Troukhan e alla presidente di Airone Silvia La Scala. La procura di Savona a loro contesta l’associazione per delinquere finalizzata alla truffa, con l’aggravante della minorata difesa. Un gruppo criminale internazionale, si legge nel capo di imputazione, che avrebbe prodotto documenti falsi sulle sentenze di adozioni, mettendo in scena finte udienze in fasulle aule di tribunale, continuando nel frattempo a rassicurare i genitori in attesa e a chiedere loro ripetuti versamenti di denaro in più tranche. Fino a somme che superano anche i 15mila euro.

E tutto sarebbe stato fatto tramite un ente autorizzato a gestire le adozioni dalla Cai, che avrebbe dovuto controllare sull’operato. Dopo la scadenza del contestato mandato dell’ex presidente Silvia della Monica, a gestire la Commissione è arrivato il magistrato Laura Laera, che ha subito dato segnali di voler inaugurare un nuovo corso per le adozioni internazionali. Proprio dalle carte sulla presunta truffa in Kirghizistan, però, viene fuori quella che i pm savonesi definiscono una “cortina fumogena” nella gestione degli enti e delle pratiche adottive dei minori stranieri. La Procura contesta all’ex presidente Della Monica, che non risulta indagata, di non aver certo agevolato le indagini, fornendo con facilità carte e informazioni. E anzi, di aver lavorato di notte per la manomissione di alcuni documenti, chiedendo addirittura ai titolari degli enti autorizzati di evitare di parlare al cellulare di certi temi.

Nonostante i nuovi vertici, alla Cai sono stati convocati finora diversi comitati di genitori, ma non i genitori coinvolti nella vicenda Kirghizistan. Ma dopo la sentenza romana sarà difficile ignorarli. La Commissione, che ancora fatica a trovare i fondi per i rimborsi sulle adozioni del 2012, dovrà in qualche modo risarcire la i coniugi Falena-Lepre. «È una sentenza pilota anche per le altre coppie coinvolte», dice l’avvocato Torrisi. E pure per gli atri scandali sulle adozioni internazionali che hanno coinvolto altri genitori italiani, dall’Etiopia al Congo, che hanno speso migliaia di euro senza riuscire ad adottare i bambini. «Ora useremo la sentenza civile per avvalorale l’impianto accusatorio di Savona», spiega Torrisi. «Nell’udienza del 6 novembre chiederemo di far entrare la Cai in giudizio come responsabile civile». L’ipotesi è che finora molte coppie non si siano costituite parte civile, ipotizzando che Airone non avesse le coperture per risarcirle. Ma la sentenza di Roma potrebbe aprire la strada ad altre adesioni. Anche perché c’è chi, tra viaggi, pagamenti all’ente e alberghi, è arrivato a spendere fino a 50mila euro, magari anche indebitandosi.

Senza contare i danni morali. «La mancata adozione di un bambino che hai incontrato», dice l’avvocato, «è un trauma paragonabile alla morte di un figlio». Il prossimo passo ora sarà «scoprire che fine hanno fatto i bambini kirghisi usati come “esca”. Magari per garantire loro anche solo un sostegno a distanza».

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