L’Isis non ha più uno Stato, e il pericolo per noi occidentali aumenta

Lo stato islamico è ormai quasi completamente debellato sul suo territorio. E questo aumenta il pericolo attentati, sia in Medio Oriente che in Occidente. Ora i foreign fighters potrebbero sfruttare anche le navi dei migranti per approdare in Europa

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2 Novembre Nov 2017 0730 02 novembre 2017 2 Novembre 2017 - 07:30

È ormai questione di mesi, forse settimane, prima che lo Stato Islamico si trovi definitivamente senza uno Stato. A metà ottobre è caduta la capitale siriana dell’Isis, Raqqa, liberata dalla coalizione ribelle SDF (Syrian democratic forces) guidata dai curdi siriani e appoggiata dagli Stati Uniti. La capitale irachena, Mosul, era stata liberata dalle forze governative irachene, appoggiate da milizie sciite filo-iraniane e dagli Usa, a fine giugno. Il tutto dopo mesi di costante erosione dei domini territoriali del Califfato nelle aree circostanti, uno sforzo non venuto meno – anche se rallentato – dopo la presa delle due capitali.

Nelle ultime settimane, infatti, lo Stato Islamico ha visto le sue ultime sacche tatticamente importanti in Iraq cadere sotto l’offensiva delle forze regolari. Dopo quella di Tal Afar a nord, ripulita a fine agosto, a inizio ottobre è collassata la sacca di Hawija, ultima città del nord-est dell’Iraq ancora sotto il controllo del gruppo terrorista. Ora all’Isis resta solo la fascia desertica al confine con la Siria della provincia di Anbar, e anche qui è in corso una massiccia offensiva dell’esercito iracheno che ha portato lo Stato Islamico a perdere in pochi giorni quasi metà del terreno che ancora controllava.

Anche in Siria l’ultima roccaforte dello Stato Islamico, Deir ez Zor, è oggi sotto assedio da parte dei lealisti. Oramai alle forze di Assad mancano pochi chilometri quadrati da ripulire prima di poter dichiarare la completa liberazione della città. E se nell’oriente della Siria gli uomini dell’Isis sono sotto una costante pressione, braccati e cacciati in un’area desertica dove nascondersi diventa sempre più difficile, nell’occidente sono stati usati – non senza cinismo tattico – dallo stesso Assad come carne da macello contro la branca siriana di Al Qaeda, Tahrir al Sham (già al Nousra), nella provincia di Idlib. Pochi giorni fa i ribelli qaedisti hanno finito di riconquistare l’area che gli uomini dell’Isis – misteriosamente comparsi in quell’area attraversando chilometri e chilometri controllati dal governo di Damasco e dall’aviazione di Mosca – avevano catturato con un blitz improvviso circa due settimane fa.

Poco più a est di Deir ez Zor, nell’area desertica limitrofa, le SDF stanno poi prendendo progressivamente il controllo dei campi petroliferi a lungo sfruttati dall’Isis come fonte di reddito. Presto il problema qui non sarà più l’Isis, ma la spartizione delle aree di influenza tra lealisti e curdi-siriani, con alle spalle Mosca i primi e Washington (ma quanto?) i secondi. E che l’Isis non sia già più il problema numero uno per gli attori dell’area è ormai evidente. Non solo Assad ne usa i rimasugli, come abbiamo detto, per manovre tattiche di breve respiro, ma gli attori che finora hanno combattuto insieme contro il nemico comune stanno iniziando a prendere le distanze gli uni dagli altri, a consolidare le proprie posizioni o a insidiare quelle conquistate dagli altri.

Il caso più emblematico è quello della città irachena di Kirkuk. Tolta allo Stato Islamico dai Peshmerga curdi-iracheni e per mesi rimasta sotto il loro controllo, è stata conquistata – senza quasi incontrare resistenza - dalle forze irachene nelle ultime settimane. Il governo di Baghdad infatti, all’indomani del referendum indipendentista curdo-iracheno di settembre scorso, non ha voluto rischiare di lasciare nel controllo di un rivale (e potenziale futuro nemico) un’area ricca di risorse naturali e storicamente contesa tra etnie. Dinamiche simili si osservano anche in Siria, dove Turchia, Iran, Israele, Paesi del Golfo, Russia e Stati Uniti stanno iniziando una nuova fase dello scontro/confronto – auspicabilmente meno violento del precedente – per il controllo dell’area. Lo Stato Islamico viene al massimo usato come pretesto, ma è innegabilmente scivolato in fondo alla classifica delle priorità dei vari attori coinvolti.

Non è una scelta incomprensibile: l’Isis al momento non è in grado di ricostituire un’entità para-statale in Medio Oriente, al massimo può – come successo ad esempio in Siria a al-Qaryatayn – prendere il controllo di cittadine o quartieri di città, agendo con cellule nascoste dietro le linee nemiche, ma non è in grado di mantenerlo. Può compiere attentati terroristici, ma non è in grado di colpire al cuore i propri avversari. Non è insomma una minaccia percepita come particolarmente grave dagli Stati mediorientali. Anzi, lo ribadiamo, oggi può anche assumere i comodi panni dell’utile idiota in determinate situazioni.

Il rischio più grave che potrebbe porre l’Isis nel prossimo futuro è di carattere marcatamente terroristico. Le migliaia di uomini dell’Isis iracheni e siriani tenteranno probabilmente di mantenere vivo il nome del Califfato attraverso attentati e azioni mirate in patria, e i foreign fighters sopravvissuti potrebbero fare lo stesso all’estero. I Paesi maggiormente esposti sono quelli mediorientali - in particolare Tunisia, Arabia Saudita, Giordania, Marocco, Libano, Egitto e Turchia - da cui si stimava fossero partiti più di quindicimila combattenti, ma non si sa con certezza quanti siano sopravvissuti.

Oltre agli attentati dei cosiddetti “lupi solitari” – da ultimo quello di New York -, il pericolo è che aumentino quelli compiuti da cellule organizzate, con la possibile presenza di reduci della guerra in Siria e Iraq. Secondo il ministero dell’Interno italiano, c’è anche la possibilità che alcuni elementi mediorientali legati all’Isis possano sfruttare i flussi migratori e spacciarsi per profughi, entrando in questo modo in Europa

Un rischio analogo lo corrono i Paesi occidentali, soprattutto europei. Oltre agli attentati dei cosiddetti “lupi solitari” – da ultimo quello di New York -, il pericolo è che aumentino quelli compiuti da cellule organizzate, con la possibile presenza di reduci della guerra in Siria e Iraq. Un’eventualità che finora si è verificata solo nel caso degli attentati di Parigi e Bruxelles, ma che con la definitiva sconfitta dello Stato Islamico come entità territoriale in Medio Oriente potrebbe diventare più frequente. I capi dell’Isis potrebbero infatti orientare la strategia di quel che resta dell’organizzazione verso il compimento di attentati spettacolari in Europa, e a quel punto le intelligence nazionali si troverebbero ad affrontare una minaccia cresciuta quantitativamente e qualitativamente rispetto ad oggi.

Secondo il ministero dell’Interno italiano, c’è anche la possibilità che alcuni elementi mediorientali legati all’Isis possano sfruttare i flussi migratori e spacciarsi per profughi, entrando in questo modo in Europa. Finora il rischio di un caso simile era ritenuto molto basso, considerati i rischi che comporta la traversata del Mediterraneo, ma senza uno Stato “santuario” in Iraq e Siria dove nascondersi il calcolo di convenienza di molti jihadisti potrebbe cambiare.

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