La Sicilia dimenticata ha fame di politica (e la politica non fa, né dà nulla)

Ecco gli appelli inascoltati di chi, dal quartiere periferico di Catania, chiede una presa di posizione e di coscienza da parte della politica.

Librino Linkiesta
4 Novembre Nov 2017 0745 04 novembre 2017 4 Novembre 2017 - 07:45

Qualcuno tira dritto imbarazzato. Altri tirano dritto disgustati proprio. E poi le reazioni: “Non vado a votare”, “Tanto siete tutti uguali”, “I politici fanno schifo!”, “Venite qui a chiedere i voti e poi a noi non arriva nulla”, in dialetto o con le cadenze strette dell’italiano venato di siciliano. Qualcuno alza la voce. Qualcuno esclama “Viva Berlusconi!”. Qualcuno dice: “Avevo già deciso di votare per voi”.

Sono a Librino, quartiere dormitorio ai lembi di Catania. Quartiere si fa per dire: 70 mila anime, come Cremona e più de l’Aquila, fondato negli anni Sessanta per diventare una città satellite modello e diventato in effetti un modello, al modo però dei ghetti di Scampia a Napoli e dello Zen a Palermo. Modello di esclusione, disoccupazione, degrado, spaccio e quant’altro. Ci sono arrivato per una serie di coincidenze. A Catania per altre faccende, ho approfittato della cortesia di tre senatori del M5S, Ornella Bertorotta, Stefano Lucidi e Lello Ciampolillo. Unica siciliana la Bertorotta, nessuno di loro candidato alle elezioni regionali siciliane. Corsi come altri 40 parlamentari pentastellati a dare una mano nella disfida sicula, mi hanno permesso di aggregarmi a una loro spedizione di volantinaggio.

La postazione è un piccolo spiazzo all’ombra dei palazzoni di viale Bummacaro che, secondo i colleghi siciliani, a Librino è una delle tre centrali dello spaccio insieme con viale Moncada e viale Grimaldi. Un bar pasticceria con dei magnifici cannoli, una macelleria, qualche altro negozio, una farmacia chiusa. È domenica, luogo e tempo sono ben scelti: il via vai di auto, motorini e passanti è continuo, è l’ora che giustifica sia caffè e cornetto sia il vassoio di paste per la festa in famiglia.

“Posso lasciare un volantino? È il nostro programma per le elezioni regionali…”. La signora, appena sbarcata da una Fiat che ha visto tempi migliori ma chissà in quale secolo, ha il viso tirato e non promette bene. E infatti la sua è una piccola scenata a voce alta, “io non voto più nessuno, votiamo votiamo e intanto mio marito resta disoccupato, non abbiamo visto niente, solo promesse”, e così via. Il tempo di un salto in macelleria, però, ed è la signora a tenere un vero comizio a Bertorotta.

La sostanza? Che i politici non fanno nulla, soprattutto non danno nulla. E fin qui ci sta, anzi, potrebbe essere la solita questione del voto interessato, quello che cambia bandiera secondo clientela. Dicono a Catania che a Librino nessuno o quasi faccia campagna elettorale perché i voti sono già assegnati, pattuiti e spartiti assai prima del voto. Ma quello su cui più insiste la signora ex incazzata e ora dialettica è un’altra cosa. Che la politica a Librino proprio non si vede, non compare, si nasconde, come se il quartiere-città fosse tagliato fuori non tanto e non solo dalle decisioni ma dall’interesse collettivo, come se tutto fosse deciso nella spirale del Dna: cittadini di terza classe, brutti sporchi e cattivi per definizione, nessuna speranza. Prima ancora di dare, insomma, la politica dovrebbe comparire, per far capire che anche questo è Paese. E non lo sono solo i grandi alberghi e le piazze eleganti lungo via Etnea, nel cuore di Catania, come tanto si è visto in questa tornata elettorale.

La politica a Librino proprio non si vede, non compare, si nasconde, come se il quartiere-città fosse tagliato fuori non tanto e non solo dalle decisioni ma dall’interesse collettivo, come se tutto fosse deciso nella spirale del Dna: cittadini di terza classe, brutti sporchi e cattivi per definizione, nessuna speranza.

Man mano che passa il tempo sono sempre più numerosi quelli che si fermano almeno per una battuta. E quanto diceva la signora diventa un ritornello: qua non si vede mai nessuno. E si capisce che non intendono gli assistenti sociali o la polizia, i corpi intermedi che sono la barricata di chi gestisce. Vogliono dire che la politica per loro non ha una faccia da guardare, occhi da scrutare, un tono di voce da interpretare. Non ha più nulla di umano pur dovendo occuparsi del destino di uomini e donne. Questa è gente che, magari senza rendersene conto, la politica la vuole. Ne sente maledettamente la mancanza.

I senatori si spostano, e io con loro. La faccia grintosa di Librino viene sostituita dai tratti più morbidi della Fiera dei morti, tradizionale appuntamento dell’autunno catanese, un mare di giostre, bancarelle, chioschi e stand che quest’anno si è disteso in una parte dell’enorme parcheggio dell’aeroporto Fontanarossa. I bambini sono allegri, le mamme sono in tiro e truccatissime, dai forni escono pizzoli e crispelle a getto continuo, in un tavolo accanto al mio un gruppo di irlandesi prosciuga un mare di birra e poi lancia un torneo di braccio di ferro.

C’è una postazione del Pd, il gazebo di un candidato che, ai margini della Fiera, pare un po’ timido. Il volantinaggio dei M5S prosegue tra le bancarelle e fa impressione ascoltare anche qui, dove ricchi borghesi col Porsche Cayenne e proletari in cerca d’allegria si confondono in un pomeriggio di consumismo popolano che mescola lutto e divertimento (“L’è el dì di mort, alegher!”, come da lirica del poeta milanese Delio Tessa), queste espressioni d’ira che somigliano a un grido di dolore.

Due ambulanti. Hanno i banchi vicini, uno vende profumi l’altro maglieria. Profumi è già fan cinque stelle, anzi teorizza con foga che “se non va bene questa volta non resta che la rivoluzione”. Maglieria ce l’ha con tutti e soprattutto con un certo Comune dove lui fa mercato e nessuno mette freno agli abusivi, “io pago le tasse e questi si prendono i clienti”. Ma quello che lo rende davvero furibondo e gli fa dire la frase di rito “non vado a votare, mi fanno tutti schifo”, è che non riesce a parlarne con nessuno. Rimbalza da questo a quello e ha la sensazione di avere di fronte un avversario senza volto, un muro di gomma. Un altro ambulante, alla fine del giro, tra i suoi articoli per cani e gatti, dirà le stesse cose. “Qui costruiscono un centro commerciale ogni 300 metri ma da noi ambulanti nessuno viene. Mio nonno già batteva le piazze ma nessuno sa che esistiamo. Che ne parliamo a fare?”. E aggiunge: “Ha ragione Salvini, per fare gli interessi dei suoi prende e se ne va. Dobbiamo separarci, e pensare ai fatti nostri”.

Vogliono dire che la politica per loro non ha una faccia da guardare, occhi da scrutare, un tono di voce da interpretare. Non ha più nulla di umano pur dovendo occuparsi del destino di uomini e donne. Questa è gente che, magari senza rendersene conto, la politica la vuole. Ne sente maledettamente la mancanza.

Ma più degli incazzati fanno colpo i quieti, quelli che passano, prendono il volantino o lo rifiutano ma dopo quattro passi tornano indietro a discutere. Un signore con foulard al collo e nipotina per mano mi vede che gironzolo lì intorno, mi scambia per un senatore e mi aggancia. Falcone e Borsellino sono morti per niente, la Sicilia non è Italia, ma lei che è giornalista (sono stato nel frattempo smascherato) deve scrivere che se non sentono noi come fanno? Se non capiscono come stiamo che vanno a fare in Parlamento?

E insomma l’aria è questa. Tesi astruse o razionali, argomenti polemici o pacifici ma la notizia è che la gente ha voglia di politica. La chiama, la cerca, la pretende. Può darsi però che sia la politica a non avere voglia della gente. Nel qual caso sì che siamo in grossi guai.

Potrebbe interessarti anche