Naomi Klein: «Trump è in noi, nessuno escluso. E gli unici che possono cambiare le cose sono i giovani»

A distanza di 18 anni dal suo esordio con No Logo, Naomi Klein pubblica il suo ultimo saggio, “Shock Politics”, dedicato alla politica dello shock e a come combatterla

Trumptweetstorm

AFP

4 Novembre Nov 2017 0745 04 novembre 2017 4 Novembre 2017 - 07:45

Se al posto di scegliere una parola all'anno da santificare l'Oxford Dictionary dovesse sceglierne una ogni 20 anni, probabilmente quella dei primi due decenni di questo caotico e inquietante XXI secolo sarebbe la parola Shock — o Choc, se vi piace di più il francese — ormai entrata nel dizionario italiano sostituendo la sua naturale traduzione, Trauma. In questi ultimi vent'anni, infatti, prima nel linguaggio dei media, poi in quello della politica, questa parola di strada ne ha fatta parecchia, entrando stabilmente nelle pagine dei giornali e dei discorsi dei politici di ogni parte del mondo.

Uno dei più grandi artefici del più recente successo di questo termine è il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, le cui dichiarazioni, prima ancora delle decisioni politiche, sono costantemente mirate a traumatizzare, spaventare, scioccare, disorientare. Per la saggista americana Naomi Klein, già autrice di uno dei più grandi bestseller della saggistica mondiale, No Logo, dietro il comportamento di Trump non c'è semplicemente l'ego ipertrofico di un bambinone viziato e incosciente, ma c'è una strategia ben precisa, per molti versi simile alla Strategia della tensione made in Italy degli anni Settanta. È la strategia dello shock, o Shock Politcs, come recita il titolo della edizione italiana, in libreria per Feltrinelli.

«È una strategia che si basa sul disorientamento dell'opinione pubblica in seguito a un trauma collettivo che può essere una crisi economica, una guerra, un attentato terroristico», racconta lei stessa con voce gentile, mentre sorseggia un bicchiere d'acqua al terzo piano della Fondazione Feltrinelli. «L'obiettivo?», continua, «Semplice: creare uno stato di emergenza e di eccezione permanente per poter imporre politiche che in una situazione normale non verrebbero mai accettate dalla cittadinanza, politiche quasi sempre volte a difendere le classi dominanti a sfavore di quelle subalterne».

Cosa c'è di nuovo in questa dinamica? Perché ci interessa proprio ora?
Usare i traumi per portare avanti un'agenda politica è una cosa comune a tutti i periodi storici. Quel che è interessante ora è l'uso specifico e massiccio di queste tecniche per portare avanti politiche neoliberiste. È in questo contesto che me ne sto occupando da più di dieci anni. Ho iniziato dopo l'undici settembre e l'invasione dell'Iraq, due situazioni in cui questa politica dello shock è stata applicata e alla quale è seguita una terapia d'urto a livello economico. Poi ho ritrovato le stesse dinamiche durante la crisi economica del 2008 e in seguito alle devastazioni dell'uragano Katrina. Tutte queste situazioni sono state sfruttate per imporre politiche aberranti. Questa è la strategia dello shock.

Quanto conta per il successo di questa strategia l'atteggiamento e il linguaggio dei media mainstream?
Viviamo in un ecosistema informativo che ci tiene costantemente in uno stato di panico, in un presente perpetuo popolato di breaking news 24 ore su 24 rese virali dai social network che contemporaneamente frammentano la nostra concentrazione e attenzione. E chiaramente tutto ciò ci rende molto meno resistenti alla strategia dello shock, perché ci toglie spazio per avere una giusta prospettiva sulle cose. Ci sentiamo sempre in una situazione di emergenza, e non è un posto intelligente dove stare per prendere delle decisioni.

Come viene sfruttata dalla politica questa situazione?
Una delle cose che mi sembra più evidente del fenomeno Trump è che abbia dei rapporti estremamente sinergici con i media, inclusi quelli con cui è in guerra. Che sia Fox, CNN, ABC o qualsiasi altra testata, tutti parlano continuamente di Trump e del suo show fatto di continui mini shock che lancia ogni giorno, spesso più volte al giorno, e lo fanno perché ai lettori interessa e questa è una cosa di cui Trump va molto fiero. Questo show mediatico — e uso il termine show perché è Trump stesso che lo usa dagli anni Ottanta — è assolutamente imbattibile se messo a confronto con il giornalismo investigativo, o con qualsiasi cosa che sia seria, approfondita e onesta, tutte cose che non risultano abbastanza “sexy” agli occhi della gente comune. Ognuno dei piccoli scandali che crea Trump, dagli scontri con i giocatori di baseball fino alle sparate che fa contro i suoi nemici politici, il racconto di ognuna di queste schifezze interessa di più il pubblico di una inchiesta su cosa stanno combinando alla Goldman Sachs mentre nessuno se ne interessa, o di un report sulla pioggia di finanziamenti che il suo governo riceve dalle aziende petrolifere. Tutto ciò, se lo compari con il suo show quotidiano sembra noioso e decisamente poco interessante. La gente non sa nemmeno i nomi dei più importanti personaggi del suo governo: far sembrare un tema noioso è estremamente funzionale per il potere.

Quali sono le strategie per controbattere?
Forse sarà che sono vecchia, ma penso, come ho scritto alla fine di questo mio ultimo libro, che la gente debba prima di tutto sconfiggere il Trump che ha in sé.

Che significa?
Significa che tutti noi, se ci guardiamo dentro, abbiamo qualcosa di “trumpiano”. Trump è uno che non legge, che non è in grado di leggere nulla che sia più lungo di due pagine, ha bisogno di trasformare tutto in una lista e vive alla velocità di Twitter. E purtroppo queste cose sono vere per gran parte di noi. E non è un problema di destra o di sinistra, è qualcosa che sta accadendo a tutti noi, nessuno è al riparo.

Quindi non è un problema che riguarda soltanto i media?
No, non è un problema che riguarda soltanto chi le notizie le produce, Riguarda tutti noi, lettori comuni. Sta a noi capire che c'è molta differenza tra quello su cui clicchiamo e quello di cui abbiamo bisogno per essere informati. L'informazione spazzatura funziona come il cibo spazzatura, il famoso Junk Food, non è per forza la cosa che ci fa bene, ma non siamo sempre i migliori arbitri per decidere come usare il nostro tempo. Ma credo anche che queste cose le sappiamo tutti, bisogna soltanto metterle in pratica. In ogni caso, ho la sensazione che i giovani stiano sviluppando sempre più un atteggiamento positivamente critico verso le nuove tecnologie e credo che presto arriveremo a capire che dobbiamo usarle semplicemente come strumenti. Perché è chiaro che in questo momento stiamo vivendo una fase tossica, di dipendenza, e abbiamo bisogno di mettere in pratica delle strategie per uscirne.

«Significa che tutti noi, se ci guardiamo dentro, abbiamo qualcosa di “trumpiano”. Trump è uno che non legge, che non è in grado di leggere nulla che sia più lungo di due pagine, ha bisogno di trasformare tutto in una lista e vive alla velocità di Twitter. E purtroppo queste cose sono vere per gran parte di noi. E non è un problema di destra o di sinistra, è qualcosa che sta accadendo a tutti noi, nessuno è al riparo»

Ma è tutta colpa della tecnologia?
Evidentemente no. Quando ho scritto No Logo, che è uscito quasi 18 anni fa ormai, non c'erano i social media eppure è in quegli anni che è cominciato il processo che ora è al culmine, quello che impone che ognuno di noi di sviluppare un proprio brand personale e di comunicarlo.

Perché è successo?
Perché non c'era più lavoro, non si facevano più contratti e se vuoi costruirti una carriera devi lavorare su te stesso come un brand, è un'ancora di salvataggio. Credo che sia importante ribadire queste cose, perché quello che sta accadendo non sta succedendo perché le persone sono stronze o egocentriche. È solo una strategia per sopravvivere in un mondo sempre più insicuro e precario. Per questo credo che sia importante approcciare questo discorso da un punto di vista economico. La verità è che all'epoca questa idea di diventare ognuno il proprio brand non era alla portata di tutti. Soltanto pochissime persone avevano gli strumenti e le caratteristiche per costruire attorno a sé un brand: si chiamavano celebrità.

E ora?
Il tremendo impatto dei social media e di strumenti come gli smartphone nelle mani di tutti ha reso tutti in grado di trattare se stessi come un brand, in ogni momento della giornata, costruendo a tutti gli effetti una brand identity e proiettandola nel mondo. È così che atteggiamenti che fino a qualche anno fa ci sembravano egocentriche e ridicole autopromozioni sono diventate non solo normali, ma quasi necessarie se vuoi lavorare in determinati ambienti.

Si può rieducare la gente alla modestia e alla continenza?
(Ride) Non credo Il problema sia la modestia, il problema è che la gente ha paura, è insicura, terrorizzata. È sotto shock. Quindi credo che la soluzione sia affrontare queste paure, usare i nuovi strumenti tecnologici per migliorare la nostra vita, il mercato del lavoro, le nostre democrazie, utilizzarle per collaborare, per lavorare insieme piuttosto che restare come siamo ora, rinchiusi in piccole microbolle di autopromozione.

Il mondo sta andando sempre più veloce e l'orologio del cambiamento climatico ci dice che ci resta ancora poco tempo. Ne avremo abbastanza per cambiare rotta?
È vero, non abbiamo tanto tempo. Soprattutto per quanto riguarda il cambiamento climatico. Eppure credo che ci siano le possibilità per non essere totalmente pessimisti. Le nuove generazioni per esempio sono molto più consapevoli che questo modello economico ci sta uccidendo e stanno sviluppando nuovi discorsi critici sul capitalismo. E come dimostrano i successi delle campagne di Bernie Sanders e Jeremy Corbyn, o anche i nuovi partiti spagnoli, c'è la possibilità di cambiare strada e quindi, sì, io sono convinta che siamo ancora in tempo.

Tornando a Trump, si può sconfiggere questa strategia utilizzando le stesse armi di comunicazione di Trump?
No, non credo che sconfiggeremo Trump cercando un politico progressista che sappia applicare gli strumenti del marketing e dell'intrattenimento alla politica. Molta gente crede che questa sia la strada, ma io no. Per uscire da questa situazione abbiamo bisogno di sfruttare la potenza degli strumenti informatici, dei social media, solo che dobbiamo imparare a usarli con criterio, perché ci farebbe molto bene passare meno tempo su quelle piattaforme, ma anche cercare di recuperare la nostra capacità di concentrazione e di collaborazione.

E se non ne saremo capaci?
(Ride) Moriremo tutti.

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