Lavorare troppo, lavorare male: l’Italia non è un paese (nemmeno) per vecchi

In pensione a 67 anni, con poco part-time, quasi senza smart working (e con un numero di laureati basso). Le condizioni dei lavoratori over 55 in Italia sono le più arretrate d’Europa

Vecchio_Linkiesta
6 Novembre Nov 2017 0745 06 novembre 2017 6 Novembre 2017 - 07:45
WebSim News

Più delle tasse, più dei “licenziamenti facili”, molto più del precariato e della disoccupazione, è la pensione a 67 anni che sembra essere l’ultimo spauracchio italiano.

Il che è quantomeno ironico in un Paese che si trova in fondo alle classifiche europee sull’occupazione. In media, siamo tra gli stati nei quali i lavoratori rimangono attivi per meno anni. Come sempre si tratta della media "del pollo", tra chi non ha mai lavorato e chi lo ha fatto (e lo fa per 40 anni), certo, ma i numeri sono eloquenti.

In realtà le due cose sono collegate. Non è un caso che proprio in Italia, con le sue distorsioni nel mercato del lavoro, sia quantitative che qualitative, ci sia questa avversità all’innalzamento dell’età pensionabile. Per esempio è molto più sopportabile lavorare fino a tarda età se si ha un orario part time. Peccato che in Italia la percentuale di coloro che sono occupati part time sia tra i 55-64enni del 24% tra le donne e del 6,7% tra gli uomini, lontani dalla media europea che è del 35,7% e del 10,6% rispettivamente

Soprattutto siamo di gran lunga il Paese in cui vi è la maggiore differenza tra il ricorso al part time tra i lavoratori più anziani e la media, soprattutto tra le donne. Se normalmente in Europa si è cercato di accorciare il tempo in cui si sta sul posto di lavoro man mano che l’età avanza, in Italia non è stato così, è decisamente più difficile per un 60enne farvi ricorso che un giovane.

Stesso discorso per lo smart working, il lavoro da casa. Come per il part time placherebbe le paure di chi non se la sente di fare una vita da pendolare sopra i 60. Ma anche in questo caso tra Italia e i Paesi più avanzati d’Europa c’è un gap che appare incolmabile. Qui le differenze tra i lavoratori più anziani e la media sono veramente poche, ma in entrambi i casi siamo a fondo classifica, dietro a Grecia e Paesi Baltici. Il 21,5% di olandesi sopra i 55 anni che lavorano da casa ogni tanto e il 15,7% che lo fanno solitamente sono lontanissimi dal nostro 5,1% totale.

Queste statistiche sono chiaramente correlate con quelle sulla proporzione di laureati tra i lavoratori, anche tra i 55-64enni, in cui figuriamo, manco a dirlo, inesorabilmente indietro. Non raggiungiamo il 20% contro una media UE che sfiora il 29%, e il gap negli anni si è ingrandito. E’ chiaro che è più facile ottenere di lavorare da casa proprio in quelle mansioni svolte da coloro che sono laureati, nel terziario avanzato. E che è relativamente più probabile che a svolgere lavori allo stesso tempo fisicamente più leggeri e con una maggiore soddisfazione personale, che non siano un peso neanche a 67 anni, siano coloro che hanno un’istruzione più elevata.

Con lavori meno remunerativi e appassionanti, full time fino a tarda età, senza possibilità di svolgerli qualche giorno da casa propria, il traguardo della pensione diventa spesso l’unico che realmente conta. Ma non è solo questo. L’età del ritiro infatti non indica un obbligo a rimanere al lavoro, ma solo il momento dal quale è possibile chiedere la pensione. Si potrebbe infatti smettere di lavorare, totalmente o parzialmente, prima del fatidico momento consentito dalle riforme pensionistiche. Ma come è possibile in Italia dove il ricorso ai fondi integrativi è ancora così ridotto e dove alcuni stili di comportamento lo rendono oggettivamente più difficile che all’estero, anche a parità di reddito?

Per esempio siamo alcuni tra i Paesi in cui meno occupati, sia giovani che anziani, hanno un secondo lavoro legale (il nero è un’altra storia). 6 volte meno della Danimarca. Avendo un secondo impiego, magari più leggero, è possibile scivolare gradualmente verso il pensionamento abbandonando il primo

È ancora più facile poi se si è in un nucleo familiare in cui a lavorare è più di un membro. Peccato che, ancora una volta, è meno probabile in Italia. Siamo il Paese in cui tra le donne oltre i 55 anni è maggiore la differenza nel tasso d’occupazione tra chi vive in coppia e chi da sola. Ovvero se si è in coppia si lavora meno, molto meno, lo fa solo il 36,3% contro il 51,1% di chi è single. Gran parte delle donne di quell’età oggi è sposata, e da questo capiamo come a differenza che nel resto d’Europa, siano decisamente meno le famiglie in cui lavorano marito e moglie e in cui quindi uno può, volendo ed essendoci le condizioni, smettere di lavorare un po’ prima dell’età pensionabile affidandosi al reddito dell’altro.

Più laureati, più lavoratori part time, più smart working, o semplicemente più occupati, più lavoratori che paghino i contributi e possano mantenere in tarda età un partner che si ritira prima, e forse passa la paura della pensione a 67 anni. O almeno diminuisce, e, chissà, magari non diventa il macigno che incombe sulle sedi dei partiti alle prese con la redazione delle nuove promesse in vista del voto del 2018.

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