Per scongiurare altri “scenari catalani” bisogna dare più voce alle regioni in Europa

La vicenda catalana deve spingere l'Unione Europea a riflettere sui suoi rapporti con le realtà regionali, o altre forze indipendentiste avanzeranno molto presto.

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6 Novembre Nov 2017 1055 06 novembre 2017 6 Novembre 2017 - 10:55

Fino a questo momento l’Unione europea si è tenuta prudentemente in disparte nella crisi istituzionale che si sta consumando attorno al referendum catalano. Tuttavia, non dovrebbe prendere sottogamba il rischio che sul lungo termine la tenace campagna indipendentista di Barcellona, a prescindere dall’epilogo di questi giorni, riaccenda appetiti analoghi ad altre latitudini europee. Producendo, di rimando, perturbazioni anche sul corso politico di Bruxelles.

Per questo sarebbe auspicabile riaprire il cantiere della partecipazione delle regioni ai processi decisionali comunitari. Rafforzare lo spazio di rappresentanza dei territori nell’arena europea, attribuendo loro un ruolo diretto e vincolante nell’attività legislativa dell’Unione, avrebbe senza dubbio un effetto di deterrenza nei confronti di pulsioni secessioniste presenti e future. Magari non in maniera determinante. Ma aiuterebbe. Gli ostacoli però non sono pochi. Il tema oggi è completamente assente dall’agenda politica europea. La maggior parte degli stati membri è riluttante a riesumarlo. Così il Parlamento europeo. Eppure l’idea di dare più voce alle istanze delle regioni meriterebbe di trovare cittadinanza in un ipotetico processo di riforma degli assetti istituzionali comunitari di cui si dibatte ormai da qualche tempo, anche ai massimi livelli politici. L’Unione europea avrebbe tutto da guadagnarci. Non dimentichiamo che le amministrazioni locali e regionali, data loro prossimità al cittadino, possono interpretare una funzione molto importante nel veicolare i benefici del progetto europeo e delle sue politiche così contribuendo a contrastare l’euroscetticismo cavalcato da molte forze populiste. Tra l’altro, come testimoniano gli eurobarometri degli ultimi anni, gli enti locali beneficiano globalmente di livelli di fiducia superiori a quelli di governi nazionali e istituzioni europee. Inoltre, vale la pena sottolineare che una percentuale elevata della legislazione europea è applicata proprio a livello locale e regionale.

Detto questo, quali sono concretamente le opzioni sul tavolo? Dagli anni Ottanta in avanti, l’Unione europea ha proceduto per tappe successive a riconoscere uno spazio via via più esteso agli enti locali e regionali nel proprio impianto istituzionale. Da un lato, il Trattato di Maastricht ha creato nel 1992 il Comitato delle regioni, organismo i cui siedono i rappresentanti degli enti locali, associato alla filiera legislativa dell’Ue benché con meri poteri consultivi. Il che ne ha limitato nel tempo lo spazio di influenza. Dall’altro, il Trattato di Lisbona ha portato a termine un percorso di pieno riconoscimento nell’ordinamento europeo della “dimensione territoriale”, rafforzando il principio di sussidiarietà e raccomandando che i parlamenti regionali siano consultati da governi e parlamenti nazionali nella formazione della posizione nazionale. Quest’ultimo orientamento ha ricevuto un’applicazione più o meno coerente sul piano nazionale in quei paesi in cui le regioni hanno potestà legislativa. Ma si tratta pur sempre di meccanismi di rappresentanza mediati, indiretti, che di fatto hanno un’influenza risibile sui processi decisionali europei. Discorso diverso sarebbe quello d’intervenire sulle prerogative del Comitato delle regioni, tramutandolo in quella terza camera legislativa dell’Unione europea auspicata da molti ai tempi della sua creazione. Le proposte a riguardo non sono mai mancate. Anche molto dettagliate. L’ipotesi più ambiziosa è quella di un tricameralismo perfetto, in cui il Comitato delle regioni parteciperebbe su un piede di parità con il Parlamento europeo e il Consiglio all’attività legislativa dell’Ue per quel che riguarda tutte le politiche con un forte impatto territoriale. Ma esistono varianti più soft come la possibilità che il Comitato delle regioni funga da sotto-commissione in seno al Parlamento europeo, oppure diventi una costola del Consiglio. Tutto questo richiederebbe in tutta probabilità una revisione dei Trattati, così come un profondo ripensamento della composizione e nel funzionamento del comitato delle regioni stesso. E, soprattutto, ci sarebbe bisogno di un largo consenso politico e istituzionale di cui oggi non c’è traccia. Anche a causa della debolezza politica e la carenza di leadership che, con diverse eccezioni, caratterizza i governi regionali europei. Però l’Unione Europea dovrebbe seriamente pensarci. Prima che il virus dell’indipendentismo torni a svegliarsi nelle tante Catalogne d’Europa.

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