Politica 2.0, ovvero: come i social stanno ridefinendo l'opinione pubblica

Ormai è un dato di fatto: ciò che accade nel mondo digitale influenza inevitabilmente la realtà. E c'è chi in politica ne trae vantaggio

Social Linkiesta
7 Novembre Nov 2017 1220 07 novembre 2017 7 Novembre 2017 - 12:20
Tendenze Online

Negli ultimi tempi un dubbio serpeggia tra politici, giornalisti e non solo: le piattaforme digitali stanno seriamente minando le nostre democrazie?

Il Guardian ad esempio, punta il dito in particolare contro i bot, definiti pezzi di software che svolgono compiti in maniera automatizzata. Secondo diversi studi, tra cui quelli di Oxford e dell’University of Southern California, i bot possono essere usati per accrescere la popolarità di questo o quel politico, di queste o quelle idee e avere la meglio sugli avversari. I bot sono difficili da affrontare anche perché stanno diventato sempre più sofisticati, in altre parole sono progettati per essere più persuasivi, più personalizzati e per condizionare gli utenti sotto un aspetto emotivo.

Disinformazione, polarizzazione e altre dinamiche già presenti nella nostra società, hanno palesato la loro dannosità da quando il Web ne ha favorito intensità e velocità di diffusione. Non si può affermare che una elezione sia stata persa a causa della cattiva informazione, sarebbe riduttivo. Senza dubbio ci sono tuttavia distorsioni e dinamiche controverse che vanno studiate e arginate. Gran parte del dibattito pubblico si svolge in rete, lì molti si informano ed è giusto svelare vizi e virtù del web. Le fake news oscillano tra l’essere l’alibi perfetto per operatori della stampa e soggetti politici che non sono stati in grado di prevedere determinati eventi e l’essere un campanello d’allarme per il dibattito pubblico alla base delle nostre democrazie. Scorrono fiumi di inchiostro sul tema che tassello dopo tassello compongono un mosaico fatto di supposizioni, sospetti, irritazione e suggerimenti.

Politico Magazine nell’articolo “Why Facebook and Twitter Can’t Be Trusted to Police Themselves” di Renee Diresta e Tristan Harris offre uno spunto di riflessione tanto interessante quanto per certi versi allarmante. Più che l’abilità di chi ha orchestrato la strategia di cattiva informazione o simili, ad essere stato efficace è stato il semplice utilizzo dei social media, dal momento che la condivisione è alla loro base. Dal condividere al condividere insinuazioni e falsità il passo sembra essere stato poi drammaticamente breve. Se i social si basano davvero sull’interazione celere, continua e capillare, ora ci si chiede: come si può trovare un punto di incontro tra la costruzione di macchine che creano valore economico dall’interazione tra utenti e l’esigenza di garantire informazioni vere e contatti con persone reali? Politico Magazine ci ricorda che i diretti interessati all’inizio parevano minimizzare la questione, quindi hanno fornito dati abbastanza modesti del fenomeno. Ora scopriamo invece che le famigerate fake news avrebbero raggiunto 120 milioni di utenti.

L’Economist riporta che tra gennaio 2015 e agosto di quest’anno sono stati 146 i milioni di soggetti, esposti a disinformazione e che Twitter ha scovato 36746 account collegati ai russi. Ancora l’Economist sottolinea come molti vogliano considerare le piattaforme digitali alla stregua degli editori con le responsabilità conseguenti. È giusto però che di fatto pochi soggetti valutino cosa è opportuno pubblicare e decidano sostanzialmente per gran parte dell’opinione pubblica? Allo stesso modo, molti sperano di rompere il monopolio che i giganti tecnologici hanno creato, argomento ineccepibile da un punto di vista economico, ma moltiplicare il numero di piattaforme con cui avere a che fare, non rende il compito più arduo dal punto di vista politico?

La correlazione tra mondo digitale e politica è semplice da comprendere: se il funzionamento dei sistemi democratici richiede un sano dibattito pubblico e se gran parte dell’opinione pubblica si informa e si forma online, la politica – pur non potendo scaricare tutte le colpe e la responsabilità al Web- non può ignorarne i meccanismi di funzionamento o malfunzionamento. A proposito di implicazioni politiche della rete, Michele Mezza su Pagina 99 [1] ha parlato di strategia dell’algoritmo-nazione, che in sostanza intende usare gli strumenti informatici per realizzare gli interessi nazionali. La capacità degli algoritmi di condizionare non solo i gusti ma addirittura le idee e le opinioni delle persone non ha lasciato indifferenti i sistemi politici, in particolare quelli più o meno autocratici. Mezza infatti spiega la volontà cinese e russa di perfezionare le loro strategie digitali, le quali paiono ormai indispensabili per monitorare il quadro geopolitico. Quello che stiamo scoprendo quindi sembra uno scenario sempre meno avveniristico e sempre più reale.

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