Se pensate che sia Renzi il problema della sinistra non avete capito nulla

No, il voto siciliano non ha spostato nessun equilibrio: ha semplicemente certificato che la destra, se unita, vince. Tanto più oggi, in un Paese conservatore come non mai. Le infinite discussioni sulla leadership hanno poco senso: lasciate che Renzi giochi da Renzi la sua ultima gara, piuttosto

Renzi Linkiesta

Un sostenitore del Movimento Cinque Stelle protesta contro l'approvazione della legge elettorale Rosatellum Bis, nata dall'accordo tra Pd, Forza Italia e Lega Nord

ALBERTO PIZZOLI / AFP

7 Novembre Nov 2017 0800 07 novembre 2017 7 Novembre 2017 - 08:00

Due dati, tanto per chiarirci le idee. Nel 2012, quando vinse le elezioni in Sicilia con Rosario Crocetta, il Partito Democratico prese il 13,42%. Domenica 5 novembre, quando ha perso le elezioni in Sicilia, con Fabrizio Micari, il Partito Democratico ha preso il 13,2%. Ancora: sempre nel 2012, quando la sinistra cosiddetta radicale presentò Giovanna Marano come candidata presidente prese il 6,1% dei voti. Domenica 5 novembre Claudio Fava, candidato della sinistra cosiddetta radicale ha preso il 6,2% dei voti.

Potremmo fermarla qua, l’analisi. Ricordando che pure la somma dei voti di Musumeci e Micciché del 2012 (25% e 15%) è pressoché identica alle percentuali dell’attuale candidato del centrodestra, sempre Musumeci, che trionfa lambendo il 40%. E che l’astensione è rimasta pressoché la medesima rispetto al 2012 (affluenza al 47% allora, al 46% oggi). Di nuovo c’è Giancarlo Cancelleri che come candidato presidente raddoppia i suoi consensi, a danno di Micari. C’è la debolezza dello stesso Micari, che non riesce a replicare l’exploit personale di Rosario Crocetta. C’è il crollo di alcune forze ormai declinate al passato come l’Udc.

Poco cambia, tuttavia, rispetto a cinque anni fa. E non si capisce, a dire il vero, come mai siamo alla viglia della apocalisse del Partito Democratico, come mai per Matteo Renzi questa sconfitta dovrebbe rappresentare un disastro epocale tale da metterne in discussione la leadership. E come mai, specularmente, il risultato di Claudio Fava dovrebbe essere una pietra tombale sulle velleità della nuova coalizione alla sinistra del Pd. Semplicemente, i leader cambiano, i candidati pure, ma gli elettorati rimangono fermi, nel loro spazio politico. Tanto più se l’affluenza alle urne non cambia.

Non vorremmo ammosciare i propositi bellicosi dei congiurati contro Matteo Renzi, quindi. Né tantomeno, gli appelli all’unità che il segretario dem lancia in pompa magna in un accorato e surreale editoriale apparso su Democraticanon firmato, ma è troppo facile riconoscere la penna – in cui invita il Pd ad aprire “alla coalizione, senza veti”, affermando che “chi ci sta avrà dignità e ruolo” (anche D’Alema, par di capire). E non vorremmo nemmeno sminuire le altrettanto stizzite chiusure dei Bersani di turno – “Credo che il Pd, consapevolmente, abbia messo un macigno sulla possibilità di discutere a sinistra”, ha dichiarato in un’intervista a Strisciarossa – e i silenzi uggiosi di Dario Franceschini e Andrea Orlando.

Resistere non serve a nulla, o quasi. Ve lo diciamo sin da ora, così da qui a marzo ci fate il callo. Vincerà la destra, che è già culturalmente egemone. E se non vincerà sarà solo per colpa sua, perché le elezioni sono arrivate troppo presto, o perché la transizione verso un nuovo leader post-berlusconiano è stata troppo lunga, o perché l’autolesionismo non è esclusiva di sinistra

Non è successo nulla di nuovo, in Sicilia, ragazzi. Se il centrodestra si presenta unito, vince. Se il centrosinistra si presenta unito, perde comunque. Lo stesso è successo e sarebbe comunque successo alle ultime regionali e alle ultime amministrative, e probabilmente pure in occasione del referendum costituzionale del 4 dicembre. Per quanto Renzi possa aver sbagliato tutto, per quanto sia arrogante e narciso, per quanto abbia desertificato la classe dirigente del partito, abbia perso il polso del Paese, abbia sbagliato un sacco di cose nella sua breve stagione di governo, quel che volete voi, non sarebbe cambiato nulla o quasi, probabilmente.

Il voto siciliano è il gong che prima o poi sarebbe suonato, la sveglia necessaria che annuncia - dopo anni di purgatorio e caos, un po’ come la Juve in serie B - che la destra è tornata, e la ricreazione è finita. E che un Paese come l’Italia - in un continente come l’Europa - che mai negli ultimi trent’anni è stato tanto di destra quanto lo è ora, è pronto ad abbandonarsi di nuovo a lei, a braccia aperte. Bastava poco, pochissimo: un minimo di unità, candidati accettabili, un Cavaliere parzialmente scongelato, nessun Bunga Bunga nei paraggi.

Credete davvero che Gentiloni al posto di Renzi possa cambiare le cose? Che una nuova “gioiosa (come no!?) macchina da guerra” possa dare fastidio a Berlusconi e Salvini? Che esista al mondo un tema in grado di togliere dalla testa degli italiani la paura degli stranieri, della tecnologia, delle tecnocrazie europee? Che esista davvero un modo per spostare da destra a sinistra l’interpretazione della realtà, nel senso comune di un Paese che si specchia in programmi come “Dalla vostra parte”? Pensate davvero che tutto questo possa succedere disarcionando Renzi proprio alla vigilia della campagna elettorale? Che davvero sia Renzi il problema con la P maiuscola di uno spazio politico che al netto di casi eccezionali – Gran Bretagna e Portogallo: lo diciamo noi, così non vi prendete la briga di alzare il dito - sta prendendo mazzate ovunque in Europa, sia nelle sue versioni cripo-destre, sia in quelle massimaliste?

Resistere non serve a nulla, o quasi. Ve lo diciamo sin da ora, così da qui a marzo ci fate il callo. Vincerà la destra, che è già culturalmente egemone. E se non vincerà sarà solo per colpa sua, perché le elezioni sono arrivate troppo presto, o perché la transizione verso un nuovo leader post-berlusconiano è stata troppo lunga, o perché l’autolesionismo non è esclusiva di sinistra. Un consiglio, piuttosto: se volete evitare di straperdere, lasciate che Renzi faccia Renzi, che si liberi dall’ansia di rispondere al fuoco amico, che la smetta di sentirsi sulle spalle, lui solo, il peso della disfatta imminente. Chissà, magari qualche buona idea ve la tira fuori. Magari gli è rimasto un po’ di quel tocco magico che sembrava avere a cavallo del triennio ruggente 2012-2014. Rimandate le pugnalate alle idi di marzo, se potete. Avrete un sacco di tempo libero, fidatevi.

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