Fusacchia: «L’unica strada per salvare l’Italia si chiama Europa»

Parla il leader di Movimenta, associazione politica sostenuta da Emma Bonino: «Oggi è il momento migliore per iniziare a fare politica, come quando scoppiò Tangentopoli. Le elezioni? Stiamo lavorando assieme ai radicali per fare una lista europeista»

Movimenta Linkiesta

credits: Francesco Pierantoni

8 Novembre Nov 2017 1300 08 novembre 2017 8 Novembre 2017 - 13:00

L’evento di lancio è stato lo scorso 14 ottobre, al Teatro 1 di Cinecittà, «con trecento persone arrivate da tutta Italia, a conferma che c’è fame di buona politica e urgenza di rimettere al centro del dibattito questioni vere». È Alessandro Fusacchia che parla, leader quarantenne di Movimenta, uno dei tanti sodalizi politici nati in questi mesi, forse uno dei più peculiari.
Trentanovenne di Rieti, Fusacchia è quasi un archetipo della generazione Erasmus: ha vissuto a Gorizia, Parigi, Bruges, Firenze, Ginevra, Bruxelles, Roma e negli ultimi dieci anni ho lavorato per istituzioni europee e ministeri italiani – passando dalle startup alla scuola e all’università. Non bastasse, ha co-fondato un’associazione chiamata Rena, ha scritto tre romanzi - i primi due assieme a Davide Rubini - l’ultimo dei quali si intitola «I solitari», e da qualche mese è pure diventato papà. E adesso pure la politica, col suo carico di “sangue e merda”, per citare l’immortale epitaffio di Rino Formica: «Stamattina hanno arrestato De Luca, appena eletto con Musumeci. Berlusconi vince, ma non mi pare sia cambiato il modo in cui vince. E noi continuiamo ad indignarci e a scivolare nella rassegnazione, ma senza reagire, come se tutto ciò fosse inevitabile. E ci stupiamo se 2 milioni di siciliani non sono andati a votare».

Partiamo da qua: perché non sono andati a votare, secondo lei?
In tempi normali e in una democrazia che funziona, chi non vota ha sempre torto, perché rinuncia ad esercitare un diritto. Ma bisognerà pur dirlo che qui, ormai – e non solo in Sicilia – siamo di fronte ad una crisi gigantesca dell’offerta politica e che il non-voto sta diventando per molti cittadini una forma di disobbedienza silenziosa, di espressione di dignità di fronte ad un enorme senso di impotenza.

Ok, ma quale offerta politica può soddisfare questa domanda inespressa? I forconi?
In questa metà Sicilia che non ha votato, sono convinto che ci sia una parte consistente di popolazione che non lo ha fatto perché ha perso la speranza che la politica possa cambiare le cose. E quando si arriva a questo punto, sei ad un passo dal pensare che la democrazia non serva. Pericolosissimo.

Quindi?
Per me la risposta non può essere che cambiare la geometria degli “accordicchi” di palazzo. Può essere solo un impegno in prima persona di coloro che non credono che siamo destinati a tenerci per sempre una classe politica inadeguata ad affrontare con integrità, schiena dritta, senso di direzione, e capacità di guida i problemi enormi che la gente vive. Siamo all’inizio di una stagione di involuzione e ritorno al passato? Possibile. Ma a maggior ragione l’unica cosa che abbia senso fare è metterci la faccia, mostrare chiarezza di intenti, trasmettere il senso di essere consapevoli di ciò che sta accadendo in Italia e fuori, e proporsi come alternativa radicale, non come fotocopie di originali.

Come ha fatto lei con Movimenta, quindi. A proposito, cos’è Movimenta? E cosa vi differenzia dagli altri?
Siamo un’associazione politica che riconosce nell’esempio di Emma Bonino e in cinquant’anni di battaglie radicali un valore enorme per il progresso civile dell’Italia, e che crede fermamente che solo se ti sei sporcato le mani – chiaramente senza sporcarti il resto – hai imparato qualcosa che può essere utile per la collettività. Ci impegniamo per la prima volta in politica, e lo facciamo oggi perché dopo anni di impegno associativo e passati a scrivere appelli e post ci siamo accorti che tutto questo non basta più. Abbiamo deciso così di scendere dalle nostre carriere avviate, perché mentre noi continuavamo a fare i grilli parlanti il Paese se lo stavano pigliando altri grilli, con le loro finte pseudo-democrazie dirette e l’insofferenza contro la scienza e qualsiasi forma di competenza. Siamo convinti di poter offrire una visione moderna dell’Italia, e di essere sufficientemente vaccinati contro il potere da non temere di “cambiare pelle” perché ci mettiamo a fare politica. Per me è un punto dirimente e chiarissimo: non so quanto riusciremo a crescere come movimento politico, ma so che non corriamo rischi strani. Vogliamo dimostrare che la politica può essere un’altra cosa, scommettendo sul fatto che ci sia nel Paese più dello “zero virgola” di italiani disposti a darci una possibilità.

Cosa l’ha spinta a mettersi alla guida di una neonata formazione politica? Anzi, meglio: di fondarla da zero: non crede sia un tentativo velleitario?
Negli ultimi vent’anni ho assistito a tanti tentativi di partire da zero, trasformatisi tutti rapidamente – e forse inevitabilmente – in oggetti autoreferenziali. Ma noi non siamo partiti da zero. E non perché pensavamo che fosse difficile, ma perché pensavamo che sarebbe stato sbagliato. Per questo abbiamo deciso di unire le forze con i radicali, con l’ambizione di costruire su questa tradizione e sicuri che i pilastri di partenza – la non disponibilità a ragionare in piccolo e per aggiustamenti microscopici dell’esistente; il valore della fisicità della politica e del recupero dello stare insieme in un’era dominata dai troll; e la fiducia nell’Europa – fossero esattamente gli stessi. Qualcuno ci ha detto: ma con l’aggettivo “radicale” dove pensate di andare? La mia risposta a questa obiezione è molto netta: stiamo morendo per il piccolo cabotaggio, per gli interessi di corto periodo delle nostre élite politiche, per l’eccesso di moderazione intesa come compromesso al ribasso. Noi non siamo entrati in politica per farci sconti.

Vi candidate alle prossime elezioni?
Ci stiamo pensando seriamente. Stiamo lavorando con Emma Bonino e Radicali Italiani alla costruzione di una lista che metta al centro l’Europa e il “diritto all’opportunità” di cui la stragrande maggioranza degli italiani si sente deprivata. Ma abbiamo avuto una legge elettorale in questi giorni – ossia la chiarezza sulle regole del gioco arriva solo adesso, a pochissimi mesi delle elezioni – ed è una legge che chiude la porta a chi non sta già nel palazzo e che non casualmente impedisce la raccolta delle firme in maniera digitale. Lo sforzo è oggettivamente enorme, e faccio un appello a tutti coloro che vivono col dubbio che sia importante in questa fase storica contribuire col proprio impegno ad un progetto politico. Scioglietelo questo dubbio e unitevi a noi. Il miglior momento per cominciare a fare politica era 25 anni fa, dopo Tangentopoli. Il secondo miglior momento è adesso. Noi ci siamo, per costruire insieme qualcosa di diverso e distintivo che – se ne avremo la forza – ci sarà già alle prossime elezioni e che in ogni caso faccia partire oggi un percorso lungo con l’ambizione di organizzare e far crescere una alternativa vera.

Al di là dei valori e dei pantheon, qual è la vostra offerta politica?
Il tema del lavoro, prima di tutto. Perché se non hai un lavoro non solo non sai come arrivare a fine mese, ma sei “fuori dalla società”. Isolato ed emarginato, con tutti i rischi che questo comporta. Oltre una certa soglia si sfalda tutto, e ciò che succede a quel punto non è più prevedibile, anche se la storia insegna che non è mai finita bene. Vogliamo contrastare nella maniera più assoluta il lavoro invisibile, prima di assuefarci all’idea che per i giovani l’unica possibilità siano solo lavoretti senza tutele o non pagati. E crediamo che sia centrale dare un’opportunità a tutti coloro che il lavoro lo perdono a 50 anni, magari avendo a carico figli piccoli.

«Basta bonus e mancette. Smettiamola con gli incentivi all’ultima “specie” da proteggere, come se il Governo fosse il Wwf. Tutte misure che creano più distorsioni che non sviluppo di medio periodo. Quello che serve è liberare le energie di tutti e investire sui giovani invece di continuare a considerare che la priorità siano coloro che vanno in pensione»

Dare un’opportunità vuol dire mettere al centro la formazione: lei viene dal ministero della pubblica istruzione ed è uno di quelli che ritiene centrale il ruolo dell’istruzione e della formazione nello sviluppo futuro del Paese. Che proposte avete in merito? E come si intersecano con la riforma della Buona Scuola di cui è uno dei padri?
Della Buona Scuola molte cose vanno difese a qualsiasi costo, come l’alternanza scuola-lavoro obbligatoria o gli investimenti nella scuola digitale. Ma tutto ciò va accompagnato in maniera molto più rigorosa, perché altrimenti il processo di attuazione delle norme snatura quello che era stato pensato e deciso. Le scuole, a fronte di maggiore autonomia, hanno bisogno di più strumenti e risorse. E in tutto questo discorso il punto centrale restano necessariamente i docenti, rispetto ai quali deve saltare il patto pluri-decennale con lo Stato per cui “ti pago poco, pretendo poco”. Rivedendo gli stipendi in maniera significativa; ma allo stesso tempo preservando e rafforzando molto quanto avviato su valutazione e merito. E poi serve avere il coraggio di fare selezioni vere su chi va in cattedra. Tutto questo si traduce nel creare per i docenti uno “status” nuovo nella nostra società, per far sì che vengano tenuti in considerazione come i medici e gli avvocati, che la professione docente attiri i migliori giovani con la passione dell’insegnamento e che tutto questo crei, nel giro di pochi anni, un cambiamento radicale della scuola italiana.

E l’università?
Siamo per un ripensamento profondo dell’università, con molta più attenzione alla qualità dell’insegnamento, che poi determina come formiamo i nostri ragazzi al mondo di oggi. Ma vogliamo anche mettere fine al familismo all’italiana, che non vuol dire solo raccomandazioni, ma pure che – se sei un imprenditore o vuoi provarci perché hai una buona idea di impresa – il credito non te lo danno solo se oltre al business plan ci sono pure “certe altre condizioni”. Pensiamo pure che sia obsoleto il dibattito “più Stato vs meno Stato” e che serva invece urgentemente una riforma radicale della Pubblica Amministrazione che veda nel digitale la cultura e gli strumenti per ripensare tutto, non solo uno strato di adempimenti ulteriori, e che dia più – non meno – discrezionalità ai dirigenti pubblici, invece di ingessarli e immobilizzarli al punto che non è mai colpa di nessuno quando qualcosa non funziona.

Il blocco del turnover nella pubblica amministrazione è uno dei tanti pezzi della questione generazionale di questo Paese: tutto agli anziani, poco ai giovani...
Sì, ma basta bonus e mancette. Smettiamola con gli incentivi all’ultima “specie” da proteggere, come se il Governo fosse il Wwf. Tutte misure che creano più distorsioni che non sviluppo di medio periodo. Quello che serve è liberare le energie di tutti e investire sui giovani invece di continuare a considerare che la priorità siano coloro che vanno in pensione. Abbiamo in testa un Paese dove non sono più i nonni che continuano a dare la paghetta ai nipoti trentenni che non riescono ad emanciparsi, ma dove sono i figli quarantenni ad essere nella condizione di prendersi cura dei loro genitori anziani.

A proposito di Europa, lo spazio politico è oggi occupato da partiti e movimenti a vario titolo molto critici nei confronti dell’Europa. E l’Italia è considerato il Paese più euroscettico del continente, dagli ultimi dati Eurostat: per voi è un punto di forza o è una posizione che rischia di non avere voce, per assenza di dibattito?
Non guardiamo i sondaggi prima di decidere in cosa crediamo. Se come italiani siamo diventati i più euroscettici è perché tra Beppe Grillo e Matteo Salvini, e gli altri che si sono messi a rincorrerli, da anni non c’è stato più nessuno che si sia preso l’onere di dire che quello che non va è colpa nostra, che non esiste nessuna “burocrazia” europea, nessuna tirannia della finanza internazionale, e che neppure esiste chissà quale congiura delle altre capitali contro l’Italia. Questo euro-scettiscimo, questa inconcludenza della politica italiana di far capire che serve non meno, ma più Europa, è una ragione ulteriore per promuovere e provare a far crescere, anche in chiave elettorale, un movimento politico dichiaratamente pro-europeo. Ho una bambina di meno di un anno. E farò di tutto perché lei e tutti i bimbi come lei crescano in un’Italia in grado di offrire più opportunità di quelle che ha offerto ai miei coetanei e a me. Sono profondamente convinto che questo offerta dipenda tanto da come sarà governata l’Italia nei prossimi anni, quanto da come riusciremo ad evitare il ritorno delle frontiere all’interno dell’Europa. Non solo delle frontiere ai confini tra Stati, ma anzitutto di quelle culturali e mentali che vedono nell’“altro” una minaccia, invece che un’occasione di arricchimento personale.

«Ci serve la sovranità europea e questo significa che dobbiamo capire come costruire una democrazia di stampo federale. Ed ecco che ancora una volta serve la politica: perché è la politica che fa le leggi nazionali e i trattati europei e decide quindi il perimetro all’interno del quale si muovono le istituzioni»

Qual è la vostra idea di Europa?
C’è qualcuno che pensa che un cinese a Pechino o un indiano a Nuova Delhi abbia capito lo scontro tra Catalogna e Spagna? Quanto è rilevante questa guerra tra due pezzetti della penisola europea che stanno entrambi mediamente bene? Cosa voglio dire? Semplice: il punto di osservazione è tutto. E per me ha a che fare con la maniera in cui noi vediamo l’Europa: se la vediamo come ciò che ci vincola da Bruxelles – come se chissà quanto bene avessimo utilizzato la nostra “libertà” negli anni ’80, quando una classe politica nazionale incosciente accumulò debito su debito scaricandone gli oneri sulle generazioni future –; o se la vediamo come lo spazio minimo per poter governare i fenomeni futuri, che sono ormai tutti a dimensione globale, non solo il clima o la finanza, ma anche il lavoro, e basta pensare all’impatto della tecnologia sui mestieri di domani. A forza di darle addosso ad ogni occasione, la stiamo affondando quest’Europa. Ma come ci ricorda bene Emma Bonino, noi su questa barca ci siamo, e se affonda affondiamo pure noi. Va riformata profondamente e deve diventare un luogo che dà opportunità e sempre più diritti a tutti gli europei.

Come?
Per farlo dobbiamo capire che non è più tanto, o solo, questione di influenzare il resto del mondo, ma che ormai – separati – siamo tutti troppo piccoli per decidere le regole anche solo “a casa nostra”. Quindi bene la sovranità, ma smettiamola con il ridicolo della sovranità nazionale. Ci serve la sovranità europea e questo significa che dobbiamo capire come costruire una democrazia di stampo federale. Ed ecco che ancora una volta serve la politica: perché è la politica che fa le leggi nazionali e i trattati europei e decide quindi il perimetro all’interno del quale si muovono le istituzioni.

Che ne pensate delle posizioni del Pd, del “tornare a Maastricht” di Matteo Renzi?
Avevo 14 anni quando fu fatto l’accordo di Maastricht sull’integrazione monetaria ed economica. Renzi ne aveva tre più di me. Entrambi stavamo vivendo la nostra adolescenza alla vigilia dell’ingresso sulla scena politica di un quasi sessantenne, imprenditore della prima Repubblica. Spero che il “ritorno a Maastricht” non prefiguri, 25 anni dopo, il ritorno a quella vigilia e a Silvio Berlusconi! Nel merito dell’accordo europeo che fu firmato allora, penso molto nettamente che gli spazi di manovra sulle risorse pubbliche, e quindi la flessibilità al limite del 3%, debbano servire per fare investimenti sul futuro. Rimettere in sesto i conti, decidere le giuste priorità. Non per ripetere gli 80 euro. Perché puoi fare l’errore una volta, ma non puoi prenderci gusto. Già ho seri dubbi che paghi elettoralmente. Di certo, non è quello che serve per ridare speranza a milioni di giovani italiani. Al contrario, “tornare a Maastricht” a me fa pensare a quando fu inventata la cittadinanza europea, che è poi rimasta molto una scatola vuota. Diamole sostanza. Ripartiamo da lì. Torniamo ad un grande progetto europeo, ma senza illuderci che abbattere quanto fatto negli ultimi 25 anni aiuterebbe, invece che affossare definitivamente tutto.

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