Il Sud sta uscendo dalla crisi, ma restano povertà e disuguaglianze

Le regioni meridionali stanno agganciando la ripresa, ma i ritmi sono ancora troppo lenti. Se aumentano gli occupati, crescono gli impieghi di bassa qualità. Intanto resta alta la povertà e i giovani continuano a scappare. In 15 anni se ne sono andati 200mila laureati: un danno da 30 miliardi

Giovani
8 Novembre Nov 2017 0755 08 novembre 2017 8 Novembre 2017 - 07:55

La lunga crisi sta passando. Nel 2016 il Mezzogiorno italiano ha consolidato la propria ripresa, ma i ritmi di crescita sono ancora troppo lenti. E se i dati economici e l’occupazione tornano a salire, non sono ancora sufficienti per slegare le nostre regioni meridionali da una spirale di bassi salari, povertà e disuguaglianze. Un fenomeno già noto, certo. A cui ora si aggiungono gli effetti negativi di una nuova crisi demografica, che negli ultimi quindici anni ha visto partire 200mila laureati verso il Centro-Nord.

I dati sono raccolti nel rapporto Svimez 2017 sull’economia del Sud Italia, presentato ieri alla Camera dei deputati. Un lungo studio dell’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno che fotografa in dettaglio la situazione del Paese. Con riferimento alle regioni meridionali, bisogna anzitutto precisare che non tutto va male. Anzi. Uscito dalla “lunga recessione” oggi il nostro Mezzogiorno ha consolidato la propria ripresa. Una crescita importante, per certi versi inattesa, che in alcuni settori è risultata persino superiore al resto del Paese. Eppure si tratta di uno sviluppo - così certifica la ricerca Svimez - che è ancora molto lontano dalla media europea. Luci e ombre, insomma. E se la ripresa è in corso, il ritmo con cui procede «non è ancora sufficiente a disancorare il Sud da una spirale in cui si rincorrono bassi salari, bassa produttività e bassa competitività, creando sostanzialmente ridotta accumulazione e minore benessere».

Eppure si cresce. Segno che, nonostante tutto, il nostro Mezzogiorno ha buone potenzialità da esprimere. Lo sviluppo dell’area non è un progetto senza speranze. Del resto le dinamiche registrate dalla Svimez raccontano un Meridione “reattivo”, «che nel biennio scorso ha contribuito alla crescita del Pil nazionale per circa un terzo, una quota ben superiore al suo attuale “peso” produttivo (meno di un quarto)». Sono dati interessanti, che spesso restano ai margini del racconto ufficiale, alimentato negli ultimi mesi dalla campagna referendaria per l’autonomia di Lombardia e Veneto. In questi anni la crisi ha colpito forte, ma la ripresa permette di osservare alcuni elementi positivi dell’economia meridionale. La crescita delle esportazioni, ad esempio. Anche in in periodo difficile per il commercio internazionale. Oppure l’incremento dei viaggiatori stranieri nel settore turistico, aumentato del 19,3 per cento nel 2016 rispetto al 6,6 per cento medio in Italia. Senza dimenticare la ripartenza della domanda interna. Una reazione importante, che pure si è affermata in maniera piuttosto disomogenea. Tanto che le performance più positive, si legge nello studio, si sono concentrate soprattutto tra Basilicata e Campania.

Negli ultimi 15 anni sono emigrate dal Sud 1,7 milioni di persone, a fronte di un milione di rientri. Chi sono? Soprattutto giovani, non di rado bene istruiti. In totale si sono persi circa 200mila laureati. Un’evidente danno enconomico stimato in circa 30 miliardi di euro

La Campania, in particolare, è la regione italiana che nel 2016 ha registrato il più alto indice di sviluppo. «Con una crescita del 2,4 per cento del prodotto». Nel frattempo continua ad andare bene anche la Basilicata, «è la seconda regione del Mezzogiorno e una delle prime d’Italia, anche se rallenta la crescita, da +5,4 per cento del 2015 a +2,1 per cento del 2016». Ma quali sono i settori che vanno meglio? «L’elemento maggiormente positivo del 2016 è senza dubbio la ripartenza del settore industriale meridionale», si legge nel rapporto. Si scopre così che nel biennio appena trascorso l’industria manifatturiera del Mezzogiorno è cresciuta del 7 per cento, più del doppio rispetto a quanto accaduto nel resto del Paese.

Luci e ombre, si diceva. Se dopo gli anni della crisi è vero il consolidamento della ripresa al Sud, «tuttavia il ritmo della congiuntura appare del tutto insufficiente ad affrontare le emergenze sociali nell’area, che restano allarmanti». Si parte dall’occupazione. Anche qui gli indicatori dimostrano una ripartenza dai ritmi persino superiori al resto del Paese. Nel 2016 gli occupati sono aumentati nel Mezzogiorno di 101mila unità, pari al +1,7 per cento . «Ma mentre il Centro-Nord ha già superato i livelli pre crisi - si legge - il Mezzogiorno, che pure torna sopra alla soglia “simbolica” dei 6 milioni di occupati, resta di circa 380mila sotto il livello del 2008 (oltre cinque punti percentuali in meno)». Il risultato più evidente è un tasso di occupazione che è il peggiore d’Europa, lontano oltre venti punti dalla media Ue. Il problema riguarda in particolare la qualità dell’occupazione. A crescere, nell’ultimo biennio, sono stati soprattutto occupati anziani e lavoro a tempo parziale. E così si consolida quello che lo studio Svimez definisce un “drammatico dualismo generazionale”. Particolarmente preoccupante la riflessione che interessa il regime d’orario. Nel Mezzogiorno esplode il numero degli occupati a tempo parziale. L’incidenza del part time, solo nelle regioni meridionali, è passata dal 12,6 per cento del 2008 al 18,2 per cento dello scorso anni. E non è quasi mai una buona notizia. «L’aumento del part time - si legge nel rapporto - non deriva dalla libera scelta individuale degli occupati di conciliazione dei tempi di vita, né tantomeno da una strategia di politica del lavoro orientata alla redistribuzione dell’orario». Si tratta, molto più semplicemente, di part time involontario. La necessità di accettare contratti a tempo parziale perché ormai rappresentano l’unica opportunità a fronte della mancanza di lavoro a tempo pieno.

La ripresa economica non sembra aver inciso sui livelli di povertà, che restano quelli più alti di sempre. Ormai in Italia ci sono stabilmente 4,5 milioni di poveri, di cui oltre 2 milioni nel solo Mezzogiorno

Tempi di lavoro ridotti, redditi minori e così cresce la percentuale dei lavoratori a bassa retribuzione. Tutti fenomeni che incidono su una realtà di emergenza sociale, «che nelle regioni meridionali rimane altissima». Del resto anche la ripresa economica non sembra aver inciso sui livelli di povertà, che restano quelli più alti di sempre. Ormai in Italia ci sono stabilmente 4,5 milioni di poveri, di cui oltre 2 milioni nel solo Mezzogiorno. «Ancora nel 2016 circa 10 meridionali su cento risultano in condizione di povertà assoluta contro poco più di 6 nel Centro-Nord». Solo dieci anni prima erano circa la metà. E intanto nelle regioni meridionali si registra una nuova crisi demografica. I numeri, anzitutto. Lo scorso anno la popolazione meridionale è diminuita di 62mila unità, come l’anno precedente. «E fa seguito - si legge nel rapporto - alla flessione di circa 21mila unità del 2014 e di 31mila del 2013». Un territorio in rapido invecchiamento. Tanto che ormai il Sud non rappresenta più né un’area giovane, né il serbatoio di nascite del Paese. «Mentre la dinamica demografica negativa del Centro-Nord è compensata dalla immigrazioni dall’estero, da quelle dal Sud e da una ripresa della natalità, il Mezzogiorno resterà terra d’emigrazione “selettiva”, con scarse capacità di attrarre immigrati dall’estero, e sarà interessato da un progressivo ulteriore calo delle nascite». I dati sono impietosi. Negli ultimi 15 anni sono emigrate dal Sud 1,7 milioni di persone, a fronte di un milione di rientri. Chi sono? Soprattutto giovani, non di rado laureati. Il rapporto Svimez arriva a stimare economicamente il depauperamento di capitale umano. Il saldo migratorio dell’ultimo quindicennio evidenzia una perdita di circa 200 mila laureati? Moltiplicando la cifra per il costo medio necessario per il percorso di istruzione compiuto, «la perdita netta in termini finanziari del Sud ammonterebbe a circa 30 miliardi di euro». Una somma quasi pari a 2 punti di Pil nazionale. La stima è drammatica, e calcolata per difetto. Non considera, infatti, i giovani diplomati che scelgono di studiare in un’università del Centro-Nord e che spesso decidono di rimanere fuori casa. «Nell’anno accademico 2016-2017 - si legge - gli Atenei meridionali perdono rispetto alla loro platea potenziale circa un quarto degli studenti: su circa 108mila immatricolati meridionali, quasi 26mila scelgono un Ateneo del Centro-Nord».

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