Un anno di Trump, e meglio non poteva andare

Niente abolizione dell’Obamacare, niente muro col Messico, niente Muslim Ban. Nel frattempo, Raqqa è caduta e la minaccia Kim Jong Un viene presa finalmente sul serio. Ciliegina sulla torta, il consenso di The Donald è in caduta libera (in attesa del taglio delle tasse)

Donald Trump Linkiesta

Il presidente americano Donald Trump

SAUL LOEB / AFP

8 Novembre Nov 2017 1054 08 novembre 2017 8 Novembre 2017 - 10:54

Viva Donald Trump: toccherà dirlo, prima o poi. Perché dopo il primo anno da Presidente degli Stati Uniti di The Donald le cose non sono andate così male come si temeva. Niente passo dell’oca davanti alla Casa Bianca, niente segregazione razziale, niente muri ai confini, niente atomiche sparacchiate in giro per il mondo, niente sanità solo per i ricchi. E nel frattempo, un’economia che regge il colpo – e che potrebbe volare, passasse il super-stimolo fiscale da 2mila miliardi - e una situazione internazionale se non migliore, perlomeno più chiara e fluida.

Partiamo dalla politica interna. Il partito repubblicano, in maggioranza sia al Congresso sia al Senato, che doveva essere il suo braccio armato per far passare qualunque legge gli passasse per la testa si sta rivelando il nemico più acerrimo di Trump. Sono stati i Repubblicani a respingere i tre tentativi di abolizione dell’Obamacare, ad esempio. E sono stati sempre i Repubblicani, al congresso, a bloccare i progettti per finanziare l’ampliamento della barriera col Messico. E quando non ci pensa il congresso, ci pensano i giudici, che a decine hanno rigettato il cosiddetto Muslim Ban – il divieto d’accesso per i cittadini di sei Paesi a maggioranza islamica – che Trump aveva promulgato attraverso un ordine esecutivo. Persa pure questa.

Nel frattempo, però, l’economia americana corre eccome. A fine agosto Il Dipartimento del Commercio ha comunicato una revisione al rialzo delle stime sulla crescita del Pil statunitense nel secondo trimestre, dal +2,6% al +3% annuo, il miglior tasso tendenziale dal primo trimestre del 2015. Nel frattempo, dicono i detrattori, sta aumentando la disoccupazione, anche se a essere onesti, è semplicemente l’effetto di una maggior quantità di persone che cercano lavoro. Dovesse vedere la luce il taglio delle tasse monstre da 2mila miliardi di dollari – a cui difficilmente i Repubblicani si opporranno – le stime potrebbero ulteriormente migliorare.

Nel frattempo l’economia americana corre eccome. A fine agosto Il Dipartimento del Commercio ha comunicato una revisione al rialzo delle stime sulla crescita del Pil statunitense nel secondo trimestre, dal +2,6% al +3% annuo, il miglior tasso tendenziale dal primo trimestre del 2015

Anche in politica estera le cose non sono così brutte come vengono dipinte. La paventata crisi coi russi in Siria dopo l’attacco chimico di Idilib dello scorso aprile, e il conseguente l’attacco missilistico degli americani contro Assad, non c’è stata. Anzi, la guerra all’Isis ha fatto notevoli progressi, culminati nella presa di Raqqa. Pure l’impegno americano in Somalia, Yemen e Afghanistan è una buona notizia che contraddice la politica di disimpegno iniziata da Obama e che con Trump sarebbe dovuta continuare: i più miti consigli – intrisi di cinismo e tattica, vero – cui sembra essere giunta l’Arabia Saudita sono la prova di una rinnovata – e positiva - influenza americana sull’area. Chissà che pure la rinnovata diffidenza verso l’Iran non porti a risultati simili. Rimane, ovviamente, la crisi con la Corea del Nord che The Donald sta affrontando in modo molto muscolare, e che sta provocando un’escalation di tensione in estremo oriente. Qui, ovviamente, il giudizio è sospeso, ma solo perché le negoziazioni – tanto più se delicate come quella coreana - si giudicano alle fine, dal risultato.

Poi, certo, c’è l’uscita dagli accordi sul clima di Parigi e lo smantellamento del Clean Power Plan di Obama, sulla cui efficacia, tuttavia, avremmo comunque molto da ridire. E che, in ogni caso, nulla potranno nel frenare lo sviluppo dell’auto elettrica spinto proprio dalla ricerca e dagli investimenti di americani e cinesi, in forte competizione tra loro (e che potrebbe ricevere ulteriori impulsi dallo stimolo fiscale). E poi c’è il RussiaGate – le presunte interferenze dell’amministrazione Putin sulla campagna elettorale del 2016 -, sui cui contorni fumosi ci permettiamo di sospendere ogni giudizio, in attesa di notizie più certe.

Insomma, fossero altri tre anni così, quello di Trump sarebbe ricordato come un governo blandamente conservatore, solo un po’ più ruspante e naif dal punto di vista della comunicazione, e fallimentare dal punto di vista della creazione di consenso politico. Gli ultimi sondaggi di Abc e Wall Street Journal raccontano che nessun Presidente americano, negli ultimi settant’anni, aveva un tasso di approvazione più basso di quello di The Donald (pari al 38%, per la cronaca). E le vittorie democratiche di ieri sera del Partito in New Jersey e a New York, Virginia, Maine e Georgia sono il segnale che la maggioranza del Congresso e del Senato è molto più che contendibile di quanto si pensava – anche qui, crescita economica permettendo e stimolo fiscale permettendo. Così dovesse andare, il secondo tempo della presidenza Trump sarebbe ancora più morbido. Visti i vaticini di chi preconizzava apocalissi, grasso che cola in abbondanza.

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