Il vero disastro del Pd e della sinistra sono i giovani laureati che votano Cinque Stelle

Una recente ricerca di Tecnè lo conferma: al crescere del titolo di studio, il Pd perde voti, i Cinque Stelle li guadagnano: perché un congiuntivo sbagliato si può perdonare. il disinteresse totale per il destino delle generazioni più giovani anche no

Movimento Cinque Stelle Linkiesta

GIUSEPPE CACACE / AFP

9 Novembre Nov 2017 0801 09 novembre 2017 9 Novembre 2017 - 08:01

Giovani e laureati votano Cinque Stelle, gli anziani con la licenza media votano Pd e centrodestra. D’accordo è la forzatura di una forzatura, costruita su una ricerca demoscopica di Tecné. Se volete la diciamo meglio: Pd e centrodestra crescono nei consensi al crescere dell’età e del titolo di studio, il Movimento Cinque Stelle fa il percorso inverso, alla faccia di tutte le ironie per le scie chimiche, il complottismo, i congiuntivi, gli strafalcioni di storia e geografia. Può sembrare una curiosità irrilevante. O una banalità, per quelli che la sanno lunga. E invece è un punto che va ribadito, soprattutto a chi da quell’orecchio fa finta di non sentirci.

Primo dato: tra i giovani, soprattutto quelli che hanno studiato e che stanno sperimentando oggi un clamoroso disallineamento tra le loro aspettative e la realtà, si annida probabilmente la sacca più disillusa, impaurita, incazzata di tutta la società italiana. Soprattutto al Sud, dove la disoccupazione giovanile raggiunge livelli che non hanno eguali in Europa, e dove i Cinque Stelle, non a caso, hanno percentuali altrettanto da record.

Secondo dato: al Movimento Cinque Stelle va riconosciuto il merito di aver investito su questo bacino elettorale dimenticato sin dalla catarsi liberatoria del suo primo Vaffanculo, di averlo coltivato negli anni in cui i sindacati portavano in piazza milioni di persone per difendere le pensioni e l’articolo 18, mentre i governi – anche quelli di centrosinistra – costruivano riforme del lavoro e delle pensioni riducevano i diritti dei giovani lasciando inalterati quello dei meno giovani.

Terzo dato: il Movimento Cinque Stelle ha interpretato questo suo ruolo in un modo prettamente difensivo: il reddito di cittadinanza, in fondo, altro non è che la via più assistenziale che c’è di rispondere alla crisi occupazionale, che in Italia è soprattutto giovanile. Non investimenti in formazione, né politiche attive: semplicemente denaro in cambio di nulla. Si può discutere l’effettiva fattibilità di una simile misura, il suo costo, il suo grado di velleitarismo e paraculaggine, pure. Non certo il suo successo nel dibattito politico.

Quarto dato: se le nostre classi dirigenti di domani si abbarbicano attorno alle barricate contro algoritmi e robot o a feticci assistenziali come il reddito di cittadinanza sono problemi seri. Se non altro, perché non c’è nessun contrappeso, nessuna dialettica, nessuna forza in grado di dire che lavorare è possibile, riqualificarsi pure, che la tecnologia, nel medio periodo, ha storicamente creato più posti di lavoro di quelli che ha distrutto, che ci sono, ci saranno politiche in grado di rendere questo Paese e il suo sistema economico e produttivo a misura di chi vi deve ancora entrare. Non essendoci tutto questo – anzi: essendoci tempo e soldi solo per le pensioni – è fisiologico che i giovani abbandonino la nave e si affidino alle scialuppe di salvataggio, Per qualcuno è un blglietto aereo per Londra, per altri il Movimento.

Quinto dato: per Renzi, soprattutto, questa è la più clamorosa e macroscopica delle sconfitte. Scalare un partito per svecchialo, per rinnovare le sue classi dirigenti nazionali e quelle dei rappresentanti delle istituzioni, e ritrovarselo più vecchio e anacronistico di prima, mano nella mano coi vecchi militanti per evitarne la chiusura e del tutto subordinato persino agli sbadigli dei suoi pensionati-votanti è un fallimento fatto e finito. Anche se si pigliano tanti voti dai pensionati, intendiamoci.

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