Per stendere Renzi bisogna portarlo nelle periferie

Cronaca di una breve tappa del giro d’Italia in treno del segretario Pd. Tra progetti, idee di rilancio, il leader sogna di recuperare il contatto con la gente

P1070475

Il segretario del Pd Matteo Renzi in visita alla caserma Osoppo, a Udine

9 Novembre Nov 2017 0755 09 novembre 2017 9 Novembre 2017 - 07:55

Quando arriva in stazione a Udine è tutto un “non mollare”, “siamo con te”. Ma anche una selva di “buffone, buffone”, e “ritirati”. Applausi misti a fischi, lodi e insulti, fotografi e guardie del corpo. Niente di nuovo per il segretario del Pd Matteo Renzi, impegnato da giorni in un viaggio in treno per l’Italia. Raggiuge le stazioni, una folla si raduna, ci sono contestatori e ci sono sostenitori. Tutto come sempre, tranne una cosa: sono tutti molto pochi.

Certo: non è più il presidente del Consiglio, e va bene. Ma ad accompagnarlo ci sono anche la presidentessa della Regione, Debora Serracchiani, il suo vice Sergio Bolzonello. C’è Ettore Rosato, che ha dato il nome alla legge elettorale con cui, prima o poi, si voterà. Spunta anche un Francesco Bonifazi, il tesoriere del partito. Insomma, sono i pezzi grossi del partito in Friuli Venezia Giulia (e non solo), accolti dal vicesindaco di Udine Carlo Giacomello, che ha la delega al patrimonio del demanio, urbanistica e gestione del territorio. Tutti lì, eppure ad accoglierli c’è una folla di anziani tesserati (“Bisogna dargli una mano, al Matteo”), trasportati in bus in fretta e furia per salutare il leader. E un gruppetto di contestatori, “ma sono quattro gatti”, notano un paio di rappresentanti delle forze dell’ordine.

E proprio per questo lui, il Matteo, passa con facilità. Scende da una porta poco distante (“Vi ho fregato”), stringe mani, saluta, scatta fotografie. E poi di corsa alla visita della ex caserma Osoppo, tappa del programma. Udine è città di caserme, dall’importante passato militare, appena rievocato dale celebrazioni della Prima Guerra Mondiale. Lo spazio in questione, abbandonato da anni, è al centro di un importante progetto di recupero urbano. La struttura militare lascerà spazio a palazzine di social housing, campi sportivi, parchi. Tutto sulla carta, per ora. I finanziamenti devono ancora arrivare e, per adesso, è uno spazio abbandonato, in mezzo alle erbacce e a edifici diroccati.

E così, col piccolo codazzo di iscritti e giornalisti al seguito, Renzi passeggia per l’area desolata. Intorno a lui, ruderi e rovine: l’aria del tramonto (era una bella giornata) comincia a farsi fredda. La nota politica è affidata al poco distante Ettore Rosato: «Il leader ce l’abbiamo ed è Matteo Renzi. Andremo a votare cercando una coalizione larga, ampia, coesa». Lui, il leader designato, intanto loda il progetto, ascolta, si guarda intorno. È presente, ma in realtà sogna: pensa a «Rotterdam, Amsterdam», addirittura a «Firenze», ribadisce «l’importanza dei trasporti, che sono sempre una questione cruciale», soprattutto «quando si vuole rivificare il quartiere». E poi tenta un paio di colpi dei suoi, quelli di una volta: parla di «pro-getto, nel senso di lanciare qualcosa in avanti, nel futuro», e poi, non contento, ricorda come «l’idea di trasformare la caserma in quartiere è bellissima», perché «oggi non serve una difesa militare, ma una difesa dalla solitudine».

Ma è tutto in tono minore, stiracchiato. Lo confessa anche lui: «Siamo qui, in viaggio per l’Italia, per prendere appunti». Le chiacchiere di una volta «le lasciamo agli altri», a lui interessano «le cose concrete e i risultati di quello che il governo fa», come ad esempio (e questo è il caso) il piano periferie.

La visita si avvicina al termine: c’è un altro treno da prendere e Casarsa (provincia di Pordenone) che aspetta. In una stanzuccia lì vicino viene proiettato un video, si parla ancora del progetto. Renzi chiama sindaco il vicesindaco. Ricorda che il piano è bello ma che servono i soldi e lui «non ha più la poltrona». Bisogna rivolgersi, dice, alla “Mari” (Boschi). Sono gli ultimi minuti: si è fatto già il crepuscolo, è tempo di andare. Saluta la piccola folla. Scambia due battute sul calcio («Tutti tifate Udinese, qui?» «Sìììì») e si congeda con un «Mandi». Viene apprezzato.

Un’altra tappa è andata, il viaggio prosegue. Il Paese, da cui vorrebbe prendere appunti, ha ancora tante cose da dire. Il vero problema è che, a quanto pare, non le vuole più dire a lui. E anche nel partito se ne stanno accorgendo.

Potrebbe interessarti anche