Bankitalia e Consob, fine delle ipocrisie. Ma ora servono istituzioni nuove

Lo scontro fra Barbagallo e Apponi è l'ennesima dimostrazione della necessità di un taglio netto con le vecchie istituzioni, incapaci di assumersi le proprie responsabilità

Bankitalia Linkiesta
10 Novembre Nov 2017 1045 10 novembre 2017 10 Novembre 2017 - 10:45

Non c’è niente di meno istituzionale di due istituzioni che si scaricano reciprocamente addosso le responsabilità. Questo è successo ieri nella duplice audizione – anzi, meglio: testimonianza giurata - in Commissione Banche, del direttore generale di Consob Angelo Apponi e del responsabile della vigilanza di Bankitalia Carmelo Barbagallo.

Questo invece è successo, nonostante tutti i tentativi del presidente Casini (e del Quirinale) - no al confronto all’americana, per dire - di evitare che volassero stracci in pubblico. Ed è successo, al di là di ogni dietrologia, per un motivo molto semplice: che Bankitalia e Consob, in questi anni, hanno fatto male il loro lavoro.

L’ha fatto male Bankitalia, che ispirandosi probabilmente a Mr. Wolf, quello che in Pulp Fiction risolve i problemi senza che nessuno se ne accorga, ha anteposto la stabilità del sistema alla trasparenza del medesimo. Chiudendo gli occhi sui suoi ispettori che venivano assunti dalle banche che avevano appena vivisezionato, ad esempio, e che facevano da chaperon alle successive ispezioni. Sottovalutando nel contempo ciò che di rischioso emergeva dall’attività ispettiva – dalle operazioni baciati a prezzi dei titoli troppo alti per la redditività degli istituti che li emettevano. O meglio, sopravvalutando le virtù taumaturgiche dell’unico modo che conosceva per superare queste criticità: far comprare la banca in difficoltà da una banca più grande. E poi da una ancora più grande, nel caso i problemi permanessero. Il caso della Banca Popolare di Vicenza, in questo senso, è una specie di caso di scuola.

Come andrà a finire lo sospettiamo, a pochi mesi dalle elezioni: Renzi tornerà alla carica sulla conferma di Visco ai vertici di Bankitalia, da lui platealmente osteggiata, seguito a passo di carica dal Movimento Cinque Stelle, che ne approfitterà per mettere nel mirino il suo predecessore Mario Draghi. Mentre Gentiloni, per evitare grane ulteriori, eviterà prudentemente di nominare il successore di Vegas alla Consob, lasciando la patata bollente al prossimo governo, quale che sarà.

Pure la Consob, sia chiaro, non è esente da colpe. Nel suo caso, tuttavia, il peccato capitale è quello della pavidità e dell’inazione. Il j’accuse lanciato dal capo della vigilanza di Bankitalia Carmelo Barbagallo in commissione non è privo di senso: al netto di ogni responsabilità di Via Nazionale, Banca d'Italia – dice Barbagallo - segnalò alla Consob che il prezzo per l'aumento di capitale di Veneto Banca era "incoerente con il contesto economico, vista la crisi in atto", racconta: perché Consob non intervenne? Mistero.

Come andrà a finire lo sospettiamo, a pochi mesi dalle elezioni: Renzi tornerà alla carica sulla conferma di Visco ai vertici di Bankitalia, da lui platealmente osteggiata, seguito a passo di carica dal Movimento Cinque Stelle, che ne approfitterà per mettere nel mirino il suo predecessore Mario Draghi. Mentre Gentiloni, per evitare grane ulteriori, eviterà prudentemente di nominare il successore di Vegas alla Consob, lasciando la patata bollente al prossimo governo, quale che sarà.

Quel che rimane, tuttavia, è il sapore acido di un problema che rimane sul piatto. Di una vigilanza che, ora lo sappiamo, è parte in causa dei guai di questi anni. E ci chiediamo, preoccupati, come saprà gestire la rivoluzione in arrivo - dal fintech alle criptovalute -, che minaccia di destrutturare il sistema del credito e della finanza molto più di quanto non l’abbia fatto la crisi economica di questi ultimi anni. Forse davvero, più di che di facce nuove avremmo bisogno di istituzioni nuove. Ma di questo - in Commissione, in Parlamento, in Italia – non ne parla nessuno.

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