Scappate da D'Avenia e le sue lezioncine melense, immergetevi nella poesia di Alessandro Rivali

Il bastone e la carota: due libri alla settimana, uno raccomandato e uno sconsigliato. “Ogni storia è una storia d'amore” è una raccapricciante raccolta di banalità sull'amore, meglio buttarsi nei versi senza tempo di Rivali

D'avenia Linkiesta
10 Novembre Nov 2017 0740 10 novembre 2017 10 Novembre 2017 - 07:40

Il bastone. Ora ho capito. Alessandro D’Avenia è il parroco della letteratura italiana contemporanea. Bello, bravo & buono, il prof biondoricciuto funziona da anestetico. Tiene a bada le masse adolescenti con un paio di cretinate tratte dai ‘classici’, anestetizza i loro bestiali istinti. Insomma, toglie le spine dalla rosa letteraria; spruzza un po’ di Chanel 5 per ammansire il fetore letale della letteratura. Poca retorica, vado al punto. L’ultimo libro di D’Avenia, Ogni storia è una storia d’amore – titolo copiaincollato, probabilmente, da un aforisma di Francesco Alberoni – tradisce due cose. Primo. La turgida vanità del divo D’Avenia. Nel libro l’autore si cita due volte (a pagina 38, L’arte di essere fragili; a pagina 236, “ho scritto il mio terzo romanzo, Ciò che inferno non è”), e che è, manco fosse Giulio Cesare o Alessandro Manzoni. Secondo tradimento. La vocazione da pretino della letteratura, da scrittore pretesco che deve dirti come si vive. Il libro, in sostanza, è un regesto di storie d’amore, da quella capitale di Orfeo ed Euridice – sviscerata secondo la versione di Ovidio, ma quella di Virgilio è molto più nitida e bella – a quelle di Franz Kafka, di Francis Scott Fitzgerald, di Fernando Pessoa, di Dylan Thomas, di J. R. R. Tolkien, di Sylvia Plath (narrata come la favola della buona notte)… 36 storie in tutto. Scritte male, strafritte di frasi fatte (esempio: episodio Constance, la pupa divinizzata da Cesare Pavese, “aveva avuto fortuna e successo, ma la fortuna e il successo non bastano per dare senso alla vita”, urca, un pensiero da far impallidire Osho o Coelho), come chi verga il proprio diario privato di polluzioni notturne. In effetti, le storie non sono propriamente dei racconti – genere letterario che pretende studio e adesione a una pur minima disciplina formale – ma brani teatrali. Ce lo dice, subdolamente, a pagina 315, l’autore stesso: con la “squadra mondadoriana… stiamo progettando la nuova avventura teatrale ispirata a questo libro”. Ergo: esteticamente il libro è fuffa. E… eticamente? Un rosario di ovvietà sull’amore. Dopo la retorica sull’uso smodato del telefonino – “i nostri telefoni spesso ci costringono al basso…” – D’Avenia ci impiatta un pappone pieno di miele fatto di “sempre e solo la bellezza guida il cuore dei poeti”, “la fontana di tutto l’amore è Dio”, “l’amore serve a far la morte amica”, fino a scapicollare nel grottesco: “il suo Oscar eri tu, miglior autrice non protagonista della vostra storia”, così censendo la storia tra Alfred Hitchcock e la moglie Alma. D’Avenia, monsignore dell’editoria, fa due errori. Primo. Scende al livello dei suoi alunni – per lui l’unico lettore possibile è l’alunno, creatura da catechizzare. Cioè, semplifica. Depura. Fa l’entusiasta cretinetti. Non aiuta i suoi lettori/alunni a salire l’Everest, a farsi scalfire dalla vertigine. Mette l’Everest in tazzina. Secondo. Non dice il retroscena dell’amore. L’ossessione. Lo smarrimento. Il grido. Eros non è un cesto di cioccolatini, ma una turba di lupi che ti assaltano. Orfeo non è uno che strimpella qualche stornello per la bella perduta, è quello decollato e scuoiato dalle Baccanti. Così, di Kafka D’Avenia non si sogna di raccontare le perversioni sessuali, di Dostoevskij non narra la laida lascivia, le forme con le quali il genio stuprava le giovini, di Zelda Fitzgerald non dice le mirabili voglie, né di Pessoa gli assalti di assolata misoginia. Eppure, la letteratura non deterge le convenzioni, è l’anamnesi degli abissi, la catabasi negli inferni del cuore. Non è un marshmallow, ma annegare nella melma, nella merda. È capire perché perdiamo tutto, irrimediabilmente, perché abbiamo quell’insana voglia di dissipare tutto, ora, ardentemente. D’Avenia, invece, fa come il ‘Braghettone’, quello che dipingeva le mutande sopra i cazzi dipinti da Michelangelo sulla Sistina, s’è pigliato il compito di coprire con un velo le pudenda oscene dell’amore e della letteratura. Ma se la letteratura non è stimmate, ferita, iato, bestemmia, ululato, affronto, rivolta all’ordine costituito dei sentimenti che ci frega? Alla fine, così, il libro si riduce a una ridanciana versione dell’ama il prossimo tuo come te stesso, ripete ciò che sappiamo, che è l’amor che move il sole e l’altre stelle, cioè, detta come la diciamo noi poeti da cavalcavia, che tira più un pelo di f**a che un carro di buoi.

Alessandro D’Avenia, Ogni storia è una storia d’amore, Mondadori, pp.320, euro 20,00

La carota. Con Alessandro D’Avenia non condivido nulla. Tranne un amico. Sarà stato il 2006. Forse prima. Ben prima che D’Avenia divenisse ‘D’Avenia’. L’amico mi scarica una sfilza di racconti di D’Avenia. Secondo me è bravo, c’è la stoffa, mi dice. Io, con la consueta spocchia, sparo. Secondo me fa bene a fare altro, a non scrivere più un rigo. Il che la dice lunga sulla mia idiozia come editor per l’editoria di oggi. L’amico comune si chiama Alessandro Rivali, prontamente ricordato da Alessandro D’Avenia nelle zuccherate pagine (cinque) dei Ringraziamenti, in calce all’ultimo libro (“per le chiacchierate e gli spunti che hanno contribuito ad accendere la scintilla di questo libro”). Beh, se Alessandro D’Avenia è un bravo cristo ma un pessimo scrittore, Alessandro Rivali è un ottimo ragazzo e un eccezionale poeta. Assai riservato, come poeta, a dire il vero. Dopo il libro d’esordio, già prepotente, La riviera del sangue (2005), e il libro che in qualche modo lo consacra, La caduta di Bisanzio (edito da Jaca Book nel 2010), Rivali ha silenziato la voce poetica. Non è proprio così. I poeti hanno un cuore carsico e operano nelle catacombe, assecondando i deliri del cuore, mica i programmi quinquennali dell’editoria. Da anni Rivali sta, tassello per tassello, componendo un libro che s’intitola La terra di Caino (“Unico protagonista Caino, ma diverso dalla vulgata”, dice lui, “è tutto avvinto dalla nostalgia e sbanda per le strade del mondo, molti deserti e molti desideri”). Ora. Un brandello del poema inedito è stato pubblicato dalla rivista letteraria on line Pangea (che è qui: pangea.news). Il testo, in undici ‘stazioni’, si chiama Otzi, come lo scheletro del tizio vissuto nell’era del rame, 5mila anni fa, estratto “dal ghiacciaio del Similaun”, sulle Alpi Venoste. Il testo è di delicata potenza, senza tempo (“Forse lo chiamarono le stelle/ per vedere gli uomini nel fiume,/ vortici di cadute e ascesi,/ conchiglie lasciate dal sangue”), con le visioni di Pound e le delicatezze di Ungaretti (“Paradiso./ Il nome di una donna/ inseguito, appena intravisto”). Finalmente un poeta che non sta ad ammirarsi l’ombelico – e a rosicarci le balle – ma che indossa l’elmo di Odisseo e parte a sfondare la Storia, con l’ululato della vita in fronte.

Alessandro Rivali, La terra di Caino (poema in fieri, di cui è stato pubblicato un frammento su pangea.news)

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