Claudio Paolucci: «Solo l'autorevolezza ci salverà»

L'allievo di Umberto Eco e professore di semiotica a Bologna, autore per Feltrinelli di un libro tributo dedicato al suo maestro, parla del ruolo dell'intellettuale e del destino (triste) del dibattito pubblico all'epoca della crisi mortale dell'autorevolezza

Cole Keister 291568
11 Novembre Nov 2017 0745 11 novembre 2017 11 Novembre 2017 - 07:45

«Su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere». Con questa dozzina di parole — nell'originale tedesco gliene bastavano 9 — il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein terminò, circa cent'anni fa, il suo celebre Trattato logico filosofico, sigillando in una frase un comandamento che ci sarebbe molto, ma molto utile di questi tempi complessi e bui per il pensiero occidentale.

Nel giro di pochi anni, infatti, la struttura e le dinamiche proprie del dibattito culturale e scientifico che avevamo meticolosamente edificato e grazie al quale, tre secoli fa, pensavamo di aver salutato con un bel calcio nel posteriore e un arrivederci a mai più il medioevo, sembrano essersi liquefatte sotto i nostri piedi, insieme a una delle invenzioni più importante della storia dell'Umanità, il principio di autorevolezza.

Se fino a qualche anno fa la mappa del sapere era una carta orografica con altezze e profondità determinate da misurazioni di ordine qualitativo, cosa che poneva sulla cima dell'Everest una rivista come The Lancet e in fondo alla fossa delle Marianne una mamma pancina che si firma farfallina84, ora quella mappa si è ribaltata, e la dittatura della quantità ha tirato giù a furor di popolo l'expertise dalle vette della conoscenza, sostituendole con la qualunque.

Le conseguenza sono davanti a tutti noi e hanno ormai infettato quasi ogni ambito della nostra vita. Se nella politica, campo in cui effettivamente la verità in realtà non è mai andata troppo di moda, personaggi come Trump possono permettersi di trasformare il concetto di aderenza al reale come se fosse un cubo di Rubik, nella vita quotidiana non va molto meglio, e infatti siamo letteralmente sepolti da ogni genere di teoria del complotto e fake news.

In questo scenario che pare Verdun il giorno dopo della resa, ad essere stati travolti e spazzati via dal campo da gioco pare siano stati gli intellettuali, un ceto che negli ultimi tre secoli ha garantito il funzionamento dell'intero gioco della conoscenza, ma che, almeno in Italia, dopo la scomparsa di maestri come Umberto Eco e Tullio De Mauro, sta dando la sensazione di non essere in grado di rigenerarsi.

Ma è legittima questa sensazione millenarista? È solo un vuoto momentaneo dovuto al ricambio generazionale o non è più un mondo per intellettuali? E intanto che l'autorevolezza della qualità è messa sotto scacco dalla dittatura della quantità, che cosa sta succedendo allo scacchiere della conoscenza? Ma soprattuto, in che modo verremo fuori da questa Caporetto del pensiero occidentale? Di questo abbiamo parlato con Claudio Paolucci, professore di Semiotica all'Università di Bologna, allievo di Umberto Eco e suo collaboratore presso la Scuola Superiore di Studi Umanistici di Bologna, autore, tra le altre cose, di un gran libro dedicato al suo maestro recentemente pubblicato da Feltrinelli.

Che cos'è oggi l'intellettuale?
Credo sia ancora valido il modello che proponeva Eco, che anzi funziona ancora di più in questa situazione particolare in cui ci troviamo. Io credo in una concezione emancipativa dell'intellettuale, il cui compito è quello di alfabetizzare, di far vedere altrimenti.

In che senso emancipativa?
Nel senso che tende verso un miglioramento della condizione di chi non ha immediatamente la capacità per comprendere alcune cose, o difendersi dalle tecniche mediatiche che si usano per manipolare, per vendere, per far credere, per costruire effetti di realtà. Quindi, in qualche modo, credo che questa funzione emancipativa sia ancora valida oggi: ha un fine etico da un certo punto di vista, ma ha anche e soprattutto un fine cognitivo ed epistemologico: comprendere la realtà delle cose al fine di elevarci da una condizione di subalternità. La conoscenza è sempre anche potere, e nel senso nobile di potenziamento di quel che puoi.

Nella mia generazione c'è una sorta di pensiero millenarista che riguarda il ceto intellettuale e che consiste nella sensazione che i vecchi maestri, quelli della generazione di Eco per intenderci, siano stati gli ultimi di una specie in estinzione. Perché?
Un po' è una sensazione che si ha naturalmente nel mentre, nel divenire delle cose. Quando si è nel mezzo delle cose mentre accadono è normale non avere la percezione chiara e lucida dello statuto delle persone che in qualche modo fanno il viaggio con noi. Allo stesso tempo, è anche possibile che quella sia stata una generazione speciale, che ci ha dato tanti maestri e che è difficile replicare in questo momento. Io personalmente sono convinto che tra qualche anno ci accorgeremo che qualcuno di quelli che stanno scrivendo e lavorando insieme a noi ora non sia inferiore a quelli che oggi chiamiamo maestri. Resta chiaro, ovviamente, che quella degli Eco, dei De Mauro e via dicendo sia stata una generazione imbattibile. Ma c'è anche un'altra cosa da tenere in considerazione: viviamo in un mondo in cui assistiamo a una diffrazione e a una moltiplicazione inedita dei punti di vista.

Che cosa significa?
Che ci sono molte più campane possibili da ascoltare rispetto a quando, qualche anno fa, il sistema mediatico favoriva ancora un campo intellettuale costituito su un dialogo Uno verso Molti. In pochi scrivevano sui giornali, in pochi scrivevano libri e in molti li seguivano. Quindi probabilmente all'epoca c'era una maggiore costruzione dell'aura dell'intellettuale che cercava di interpretare la realtà. Adesso ci sono molti più punti di vista che si accompagnano a una moltiplicazione e a una disseminazione mediatica: si leggono molti meno libri, ma molti più articoli, ci si informa da fonti molto più disomogenee rispetto al passato, come il web. E questa situazione sicuramente fa disperdere un pochino l'aura che l'intellettuale aveva fino a qualche anno fa.

Che ruolo ha in questa dinamica l'incontinenza dell'ego che sembra essere una delle cifre peculiari di questi ultimi anni?
Conta molto. Sicuramente. Con la moltiplicazione delle interpretazioni stiamo vivendo anche la moltiplicazione dell'ego delle persone. Il punto assolutamente centrale che secondo me tocchi con questa domanda riguarda il cambiamento di statuto che la pratica della discussione ha avuto negli ultimi anni. Credo sia un cambiamento legato un po’ anche a una certa cultura che era stata vincente negli anni Novanta — penso al postmoderno e a certo pragmatismo alla Rorty — in cui era passato il concetto che la democrazia fosse più importante della verità, e che quindi fossero più importanti il dialogo, il punto di vista e l'opinione che non qualcosa che si adeguasse alle cose. Questo è un problema. Perché è una cosa che si vede adesso nei dibattiti: non si cerca la verità, si cerca di avere ragione. La verità la si ha già, ce l'abbiamo prima.

Si tratta di un vero e proprio ribaltamento di quello che negli ultimi secoli era il processo intellettuale?
Direi proprio di sì, ora la gente vuole avere ragione, non gli importa che quello che sostiene corrisponda a qualcosa di reale. D'altronde il desiderio di essere riconosciuti è un istinto antropologico molto profondo nell'essere umano. E se malauguratamente qualcosa mi smentisce, posso sempre fare appello alla legittimità democratica dell’avere una mia opinione o a un complotto che tiene nascosta la vera realtà per interessi innominabili. Però questa strutturazione dell'ego di cui tu parlavi è una cosa che l'intellettuale deve imparare a mettere tra parentesi.

In che senso?
Quello che si fa quando si fa il mio lavoro, anche e innanzitutto su se stessi, è proprio questo: mettere il proprio ego e la propria opinione tra parentesi, perché si sa che possono sempre andare a cozzare contro i risultati di una ricerca e dell’indagine che si sta portando avanti. Quindi, per tornare alla tua domanda di prima, sì, c'è stato un curioso ribaltamento: l'idea del vero era qualcosa verso cui si tendeva e a cui si arrivava, e tu eri disposto a mettere in discussione il tuo ego per arrivarci. Adesso invece è qualcosa da cui si parte. E anche questa è una dinamica è molto pericolosa.

Si parla molto nell'ultimo anno di post-verità. Eppure mi sembra che il cardine che è crollato sia l'autorevolezza, più che la verità. Che ne pensi se parlassimo quindi di post-autorevolezza invece che di post-verità?
Sì, post-autorevolezza mi piace molto, perché sottolinea l'idea che per noi ormai le fonti rischiano di valere tutte uguali, anche se forse — per fortuna — non è ancora così. Ma avrai visto che si è mosso anche il Ministero su questo e quando si muove l’istituzione è sempre significativo. Di questi tempi vediamo affermarsi la tendenza a pensare che le opinioni siano opinioni, e che quindi non vadano gerarchizzate. Invece non è così. La gerarchizzazione delle opinioni è la cosa più importante in assoluto. Noi viviamo in un mondo in cui molte versioni del mondo contraddittorie circolano nello spazio della comunità e quindi è ancora molto vivo il tema del fare perizia di tutte queste versioni.

Che cosa intendi per perizia?
È come quando si compra una casa. Il venditore mi chiede X soldi, ma io ho paura che non sia un prezzo onesto e allora chiedo una perizia a qualcuno più esperto di me di cui mi fido. Ecco, in questo momento la figura dell'esperto che fa perizie è totalmente svalutata e quindi, di nuovo, l'etichetta che hai proposto di post-autorevolezza mi piace molto, perché marca bene come si sia persa l'esigenza di fare perizia sulle opinioni e sulle interpretazioni che circolano all'interno della comunità. E questa cosa è pericolosissima, perché le opinioni non stanno tutte sullo stesso piano e il concetto di expertise è assolutamente fondamentale. L'esempio che si può fare è Wikipedia, che affronta giornalmente questi problemi e che quando ti dice di andare a verificare una fonte ti dice – semplifico ma non nella sostanza - che Einstein possiede certamente un’autorevolezza nel campo della fisica, ma quando parla di politica o di ricamo vale come un altro ed è bene andare a cercare un altro esperto.

Come siamo arrivati fino a questo punto?
Una cosa che ha cambiato la nostra vita proponendo anche nuovi modelli del sapere è la sostituzione del meccanismo qualitativo dell’expertise con un meccanismo quantitativo basato su algoritmi. L’esempio principale è Google, il cui algoritmo serve sostanzialmente per gerarchizzare le fonti quando un utente cerca un'informazione. In questo contesto, per esempio, tutte le statistiche dicono che la quasi totalità degli utenti non va mai oltre la terza pagina dei risultati. Quindi diventa fondamentale riuscire a rimanere nelle prime tre pagine, se no si è condannati all'invisibilità. Ecco chi gerarchizza le opinioni e le fonti oggi. Non a caso si è parlato di algocrazia.

Come fa Google a gerarchizzare i siti?
Un algoritmo implementa un modello. In che modo l'algoritmo di PageRank implementi il modello che ci sta dietro lo hanno descritto più volte i suoi inventori Brin e Page con un’immagine: “c'è un navigatore casuale che clicca a caso sui link a partire da una pagina a caso, non torna mai indietro, ma a un certo punto si annoia e ricomincia da capo”. E’ una citazione ed è quello che fa Google quando indicizza i siti.

Come funziona?
Semplificando molto funziona così: tu sei alto nella gerarchia di Google in funzione di quanti link hai, di quanti siti puntano al tuo. I siti che puntano al tuo non valgono tutti allo stesso modo: quelli che valgono di più sono quelli che hanno molti link che rimandano a loro. In slogan, sei più visibile se hai molte connessioni visibili.

Quindi qual è il criterio di gerarchizzazione?
La quantità di connessioni, la quantità di amici, che in fondo è quello che dicevi tu prima su The Lancet e farfallina84. È il meccanismo degli influencer e degli youtuber: l'idea che tu sei tanto più autorevole se hai molte connessioni che puntano a te. Ma questo significa confondere la visibilità con l’autorevolezza e il fatto che il risultato di una ricerca sia gerarchizzato in questo modo è estremamente problematico dal punto di vista intellettuale, perché l'originalità è esattamente il contrario di questo meccanismo. Perché il pensiero critico, originale, è il pensiero deviante rispetto alla media, è quel pensiero che non va per la maggiore. E con questo meccanismo, se sei portatore di una interpretazione o di una idea che non va per la maggiore, tenderai ad essere sempre meno visibile. Al contrario, se sei in vista tenderai ad aumentare le tue connessioni, quindi ad essere sempre più in vista. Quando mi sono occupato di queste cose a livello scientifico, parlavo di una “terzomondizzazione” del sapere.

In che senso “terzomondizzazione”?
Nel senso che la conoscenza sta funzionando sempre più come le economie del terzo mondo, su delle grandi disuguaglianze: i ricchi diventano sempre più ricchi e le persone povere sempre più povere. Questa è la terzomondizzazione. Questa dinamica, portata al livello di idee e di informazioni, tende a creare lo stesso campo di gioco. E se è un sistema di organizzazione degli archivi digitali come Google a metterla in campo nel dominio del sapere, la cosa può diventare un grosso problema.

Perché? Ma soprattutto, come ne usciamo?
Il modello che sta imperando adesso e che si sta riverberando anche sul sociale è proprio il modello degli algoritmi. Noi stiamo replicando nella struttura del sapere della società il modello della struttura del sapere degli archivi digitali e il problema è che questi algoritmi tendono a darti quello che già conosci, quello che tu vuoi, che è poi l'esatto opposto della ricerca, e non solo di quella intellettuale. A questo modello dell’archivio digitale possiamo allora opporre il modello dell’archivista di Michel Foucault, che a me piace molto, dove non c'è questa idea di automazione fondata sul numero delle connessioni, ma c'è un'idea qualitativa che gerarchizza l'informazione sulla base dell’expertise, un'idea che deve fare appello necessariamente a una comunità di esperti, a una autorevolezza, come giustamente dicevi tu, e quella cosa non è altro che la comunità scientifica. Quindi tocca alla comunità scientifica riprendere il controllo di questa dinamica.

Sembrerebbe proprio la trappola perfetta, prima parlavi della comunità scientifica, ma l'individuo singolo che cosa può fare per reagire?
Forse sembrerò un po' old fashioned, ma la penso così: proprio perché i sistemi dentro i quali tu tendi a informarti hanno come loro struttura interna quella di darti quello che tu già sai, facendoti restare totalmente passivo, la soluzione è semplicemente quella di diventare attivo, di decidere di sfuggire a questo mondo, di non informarsi attraverso questa gerarchia preordinata, quantitativa e algocratica, ma leggere cose che stanno fuori da questo sistema e dalla tua bolla digitale. E quindi ricominciare a leggere i libri, a comprare il giornale, a cercare qualcosa che vada al di là del tuo modo standard di organizzare le tue letture, la tua informazione e, in fondo, la tua quotidianità. Dobbiamo farlo perché l'originalità e la crescita passano dalla devianza dall’abitudine. E invece noi tendiamo a restare passivi e il mondo dei media di oggi lo sa ed è strutturato per darci esattamente quello a cui siamo abituati, in una sorta di consumo quotidiano di quello che già desideriamo. La prima forma di reazione possibile dunque è opporsi alla nostra pigrizia, andare a cercare il più lontano possibile le fonti del nostro consumo culturale.

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