Non solo Ostia: ecco tutta la mafia che prospera dove non te l’aspetti

Da Brescello a Lavagna, anche il nord Italia ha i suoi clan e i suoi feudi mafiosi, capaci di prosperare per decenni a causa di paura e omertà. Un monito a tenere la guardia alta, sempre: perché non ci si mette niente a diventare come il municipio romano. E può succedere a tutti

Ostia Linkiesta
11 Novembre Nov 2017 0619 11 novembre 2017 11 Novembre 2017 - 06:19

Zone franche, le ha chiamate il ministro Minniti. Territori perduti dove regna l’Antistato – mafia, se preferite - nelle sue numerose propaggini. Non solo Sicilia, Calabria, Campania e Puglia, e nemmeno solo Ostia, assurta alle cronache nei giorni scorsi a causa della testata di Roberto Spada al giornalista Daniele Piervincenzi. Una testata che ha riportato alla luce lo strapotere dei clan sul litorale romano, raccontato per anni da una collega coraggiosa come Federica Angeli, nel disinteresse del resto di quasi tutti.

E allora proviamoci, già che ci siamo, ad alzare lo sguardo. Scopriremmo, ad esempio, che nel centro nord, tra il 2005 e il 2014 ci sono state 120 operazioni di polizia, più o meno una al mese, che hanno portato alla condanna di 1567 boss mafiosi. Che uno ogni quattro tra loro faceva l’imprenditore, o l’amministratore di controllo di una realtà imprenditoriale. Che nel solo Lazio sono state confiscate ben 380 aziende, 276 in Lombardia, 49 in Emilia – Romagna, 31 in Piemonte, 22 in Toscana, 17 in Liguria, 6 in Veneto.

Ad alcune delle realtà infettate dal virus mafioso è toccato pure in sorte lo scioglimento del Comune, a causa di infiltrazioni. È il caso, paradigmatico e seminale, di Bardonecchia, nel 1995, terra di confino in cui Rocco Lo Presti, affiliato alla ndrangheta, ha dato vita a un sodalizio mafioso – un locale, in gergo – che ha prosperato per decenni tra strozzinaggio, voti di scambio, intimidazioni, aggressioni e lo strapotere nel settore dell’edilizia.

Un’onta, questa, che è toccata anche ai comuni di Ventimiglia, Bordighera e Lavagna, in Liguria, a Leini e Rivarolo Calabrese, in Piemonte, a Sedriano in Lombardia, a Brescello in Emilia – Romagna. Tutte terre apparentemente immuni da qualsivoglia infiltrazione mafiosa. Tutte terre che hanno dimostrato che non è così.

E allora proviamoci, già che ci siamo, ad alzare lo sguardo. Scopriremmo, ad esempio, che nel centro nord, tra il 2005 e il 2014 ci sono state 120 operazioni di polizia, più o meno una al mese, che hanno portato alla condanna di 1567 boss mafiosi

Le storie sono tutte uguali e tutte diverse, ognuna col suo grado di paura ed omertà: a Brescello, storico teatro delle contese tra Don Camillo e Peppone, comanda ad esempio il boss Francesco Grande Aracri, che il sindaco Marcello Coffrini, nel 2014 definisce come uno «molto composto, educato, che ha sempre vissuto a basso livello», mentre il padre e predecessore Ermes si scaglia contro un barista che aveva denunciato il pizzo, minacciandogli di levargli la licenza. Brescello, Reggio Emilia.

Uguale a Lavagna, porto della riviera di Levante, nei pressi della più famosa Santa Margherita Ligure, dove – sono parole della Cassazione - è stata dimostrata "l'esistenza di trent'anni di criminalità organizzata che ha contaminato la politica, diventando malaffare, corruzione, gestione mafiosa degli appalti, dei rifiuti, della droga, fino all'usura, alle estorsioni". Uguale in Piemonte, tra Leini e Rivarolo Piemontese, dove l’8 giugno del 2011 sono finite al fresco ben 142 persone, indagate – e poi condannate - per associazione a delinquere di stampo mafioso dediti al traffico di droga, al controllo di bische clandestine, alle estorsioni.

Mancano le testate di Roberto Spada, certo. Ma per il resto c’è tutto e di più, ed è pure peggio di quanto accade sul litorale romano. Perché al Nord la mafia si sa comportare bene, almeno all’apparenza. E perché si nasconde sotto una coltre di civismo e benessere. Ma esiste e comanda, eccome. Ricordiamocene, quando puntiamo dito e sguardi su Ostia. E pure dopo.

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