La difesa comune europea farà la Storia. E l’Europa, zitta zitta, sta diventando una cosa seria

In sette anni, il Vecchio Continente ha cambiato pelle, nell'indifferenza di tutti. E ora, con il processo verso l’esercito comune, ha iniziato davvero a diventare una cosa nuova. In grado di stare sulla frontiera della tecnologia. E di giocare da gigante nello scacchiere geopolitico

Pesco Linkiesta
14 Novembre Nov 2017 0730 14 novembre 2017 14 Novembre 2017 - 07:30

Chiudete gli occhi e fate sette passi indietro, al 2010. C’era già l’Unione Europea, ma era molto diversa da oggi. Eravamo completamente in balia delle crisi internazionali senza alcun ombrello in grado di prevenire un violento attacco speculativo contro le economie più fragili dell’eurozona. Avevamo una banca centrale che vivacchiava limitandosi a controllare la stabilità dei prezzi. Le multinazionali facevano il bello e il cattivo tempo nei paradisi fiscali continentali come Olanda, Irlanda e Lussemburgo, così come alcune banche di territorio (italiane) che facevano il bello e cattivo tempo erogando credito in cambio dell’acquisto di azioni e obbligazioni. Eravamo pure un nano geopolitico, con ventotto eserciti che costavano, tutti assieme, la metà di quello americano, ma che a causa di mille duplicazioni e di mille inefficienze, avevano solo il 15% della sua efficacia.

Oggi, sette passi più avanti, abbiamo il Meccanismo Europeo di Stabilità, che con i suoi 80 miliardi di capitale versato e 700 miliardi di capitale sottoscritto, è di fatto la più grande istituzione finanziaria del mondo e non solo in potenza. E che, tra il 2010 e il 2015, ha prestato a Grecia, Spagna, Portogallo, Cipro e Irlanda tre volte i soldi che il Fondo Monetario Internazionale ha prestato in tutto il mondo. Per essere chiari: in Europa non c’è Stato che può fallire.

Oggi, sette passi più avanti, abbiamo pure una Banca Centrale Europea che ha abbandonato ogni timidezza e che – giusto o sbagliato che sia – ha acquistato titoli di stato in cambio di un enorme quantità di moneta, diventando de facto un’arma di politica economica del sistema, tale da spingere la crescita del continente, nel suo complesso, sopra a quella americana.

Le implicazioni di una simile strategia sono enormi: pensate a cosa può voler dire un sistema di cybersicurezza comune. A quanto può voler dire in termini di innovazione, un Fondo Europeo per la Difesa che decida dove investire e quanto, con quale efficacia rispetto a oggi, con che effetti sull’economia civile e sulla nostra capacità di rimanere sulla frontiera della tecnologia. A quanto può far crescere il peso geopolitico di un continente che oggi è un insieme di nani

Oggi, sette passi più avanti, abbiamo una Commissione - e soprattutto un commissario europeo alla concorrenza come Margrethe Vestager – che si è messa a combattere le multinazionali che considerano l’Europa come territorio da depredare, o se preferite un mercato da 500 milioni di persone da aggredire senza pagare un euro di tasse. Chiedere conferma a Apple e Amazon, multate rispettivamente di 13 miliardi e 250 milioni.

Oggi, sette passi più avanti, abbiamo una vigilanza bancaria europea seria e rigorosa che fa strame dei reucci del credito di territorio, della loro predatoria discrezionalità campanilista, dell’acquiescenza delle vigilanze romane, dei tanti, troppi, conflitti d’interessi che hanno permesso che in Italia, durante una delle crisi più dure della Storia, si buttassero via soldi regalandoli agli amici degli amici.

Oggi, sette passi più avanti, abbiamo pure una storica firmaanzi, ventitré storiche firme – sotto un foglio, che dicono che il continente più bellicoso della storia umana ha deciso di iniziare un percorso che lo doti di una politica di difesa e di un esercito comune, una politica che nel gergo europeo dobbiamo abituarci a sentir chiamare Pesco. Ventitré firme (sono fuori Danimarca, Irlanda, Marta e Portogallo, oltre al Regno Unito), che significano soprattutto che i Paesi europei spenderanno di più nella Difesa e lo faranno cercando di evitare moltiplicazione di costi e uniformando gli standard.

Le implicazioni di una simile strategia sono enormi: pensate a cosa può voler dire un sistema di cybersicurezza comune. A quanto può voler dire in termini di innovazione, un Fondo Europeo per la Difesa che decida dove investire e quanto, con quale efficacia rispetto a oggi, con che effetti sull’economia civile e sulla nostra capacità di rimanere sulla frontiera della tecnologia. A quanto può far crescere il peso geopolitico di un continente che oggi è un insieme di nani. Senza dimenticare il fatto che un processo di delega verso l’alto della difesa è di fatto l’attestazione che indietro non si tornerà più, che il processo d’integrazione europea continuerà inesorabile, che l’epoca degli Stati e dei confini di Westfalia, perso il monopolio della forza, è ormai al tramonto. E lo è per la ferrea volontà dei due più forti e “nemici” tra loro, Francia e Germania.

E insomma, provate a dire che l’Unione Europea è immobile, che non evolve, che è un carrozzone burocratico e improduttivo, che le cose non cambiano mai. La verità è che non c’è continente, negli ultimi sette anni, che ha fatto più passi avanti di noi. Nonostante noi.

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