Paradise Papers? Il vero problema sono i paradisi fiscali in Europa

Irlanda, Lussemburgo, Malta, Cipro e non solo. Dal caso LuxLeaks ai Paradise Papers sono tanti paesi europei ad avere un rapporto ambiguo con le multinazionali e a bloccare riforme come la Web tax. Tutto legale, o quasi, ma il problema è il danno per gli altri Paesi Ue

Malta
14 Novembre Nov 2017 1320 14 novembre 2017 14 Novembre 2017 - 13:20

Quando i giornalisti indicano i Paradise Papers, i lettori guardano i conti della Regina Elisabetta alle Cayman. Ma non c’è bisogno di andare in un’isola dei caraibi per trovare dei conti offshore o multinazionali che pagano tasse basse grazie a governi bisognosi di investimenti. Da anni nel cuore dell’Europa ci sono dei Paesi che hanno sfruttato la loro posizione all’interno del mercato comune per diventare degli europaradisi fiscali.

Lussemburgo, Cipro, Malta, Irlanda, Olanda. A guardare la lista di Stati coinvolti più che il cuore dell’Europa sono le sue estremità. Tutto illegale? Non proprio. Ma è su questo confine tra pratiche legali e corrette ma dannose per gli altri Paesi dell’Ue che si è creato questo problema. L’inchiesta del consorzio internazionale di giornalisti pubblicata prima dallo Süddeutsche Zeitung e poi rilanciato dai giornali di mezzo mondo, compreso L’Espresso, ha rivelato gli investimenti in 19 paradisi fiscali extra Ue per pagare meno tasse di personaggi famosi. La Regina Elisabetta, il pilota di Formula 1 Lewis Hamilton e il magnate del lusso Bernard Arnault.

Come succede spesso in politica, servono grandi scandali per forzare la mano e agire su una questione conosciuta da molto tempo. Per questo oggi i ministri dei 27 Paesi europei si riuniranno per concordare una black list dei paradisi fiscali extra Ue. La proposta viene dal ministro delle finanze francese Bruno Le Maire che vuole imporre sanzioni ai governi fuori dall’Ue che permettono l’evasione fiscale. O almeno inserire queste realtà in una lista, per tenerle sotto osservazione e scoraggiare star e milionari europei dal nascondere i loro risparmi nelle Bermuda di turno. Una lista del genere esiste già è l’ha redatta l’Ocse, inserendo per ora solo Trinidad e Tobago. L’Ecofin, l’organismo europeo che riunisce i ministri delle finanze Ue, vorrebbe aggiungerne cinquanta entro dicembre.

Giusto, ma non basta. Sarebbe ora anche di guardare a quello che succede nei nostri confini europei. Non vogliamo fare i benaltristi ma il problema esiste. E per troppo tempo si è evitato di approvare regole europee più stringenti come ha detto anche Carl Dolan, capo del Transparency International Eu, l’agenzia europea che lotta contro la corruzione nell’Unione. Lo stesso consorzio internazionale di giornalisti nel 2014 aveva rivelato i file del caso LuxLeaks: una serie di accordi fiscali vantaggiosi che per anni l governo del Lussemburgo presieduto dall’attuale presidente della Commissione europea ha stretto con multinazionali come Amazon per attrarre investimenti. Accordi illegali perché contrari al trattato dell’Unione europea sulla concorrenza. Proprio su questo pertugio legale è intervenuta la commissaria europea alla concorrenza Margrethe Vestager che a ottobre ha chiesto 250 milioni di tasse evase dalla multinazionale di Jeff Bezos.

Non è solo una questione di grandi multinazionali che sfruttano le differenti legislazioni degli Stati Ue, è una cultura di fondo per cui tutti devono rispettare le stesse regole fiscali perché facciamo parte di un mercato unico. Se Apple vende il suo nuovo Iphone X a più di 1000 euro in tutta l’Unione facendo, giustamente, alti profitti, ma paga le tasse (poche) in Irlanda perché ha una fiscalità bassissima è un danno per tutti i cittadini.

Le norme sulla concorrenza nei trattati non bastano. Vestager ha chiesto ai singoli governi nazionali di informare la Commissione europea su eventuali accordi segreti fiscali con le aziende. E dovrebbero essere le stesse multinazionali a presentare una rendicontazione Paese per Paese riportando l'ammontare dei ricavi e gli utili lordi, le imposte pagate e maturate. In Italia la legge di stabilità del 2016 ha introdotto l’obbligo seguendo le linee guida dell’Ocse. Non tutti i Paesi europei hanno fatto lo stesso.

Non è solo una questione di grandi multinazionali che sfruttano le differenti legislazioni degli Stati Ue, è una cultura di fondo per cui tutti devono rispettare le stesse regole fiscali perché facciamo parte di un mercato unico. Se Apple vende il suo nuovo Iphone X a più di 1000 euro in tutta l’Unione facendo, giustamente, alti profitti, ma paga le tasse (poche) in Irlanda perché ha una fiscalità bassissima è un danno per tutti i cittadini.

Prendiamo anche la piccola isola di Malta che dopo la pubblicazione dei Paradise Papers rifiuta l’etichetta di paradiso fiscale. Mettiamo da parte i documenti dello scoop che mostrano come Bono Vox, leader degli U2 abbia usato legalmente una società maltese per investire in un centro commerciale lettone. Un irlandese che investe i suoi soldi in un’isola a due passi dall’Africa per comprare un immobile nell’Europa baltica è geograficamente affascinante, ma per ora, legale. Non serve il caso bizzarro di una star per dire che Malta ha un problema di fisco troppo tollerante. Il 10 novembre il commissario europeo per gli affari economici Pierre Moscovici ha chiesto alla piccola isola e al Regno Unito di chiarire le sospette esenzioni iva sugli yacht o jet privati. Problemi per ricchi? Anche per noi; sono tasse inevase per beni usati all’interno nell’Unione.

Senza contare che altri stati come Cipro attraggono investimenti promettendo la cittadinanza europea. Lo ha rivelato a settembre un’inchiesta del Guardian: oligarchi russi e milionari cinesi avrebbero ottenuto la cittadinanza dell’isola, e quindi europea, investendo almeno due milioni di euro in aziende locali o titoli di stato. Una pratica corretta legalmente ma scorretta moralmente. Senza girarci intorno il problema è sempre lì: in un club tuti rispettano le stesse regole.

Il problema degli europaradisi fiscali è uno dei motivi per cui ancora non si è fatta la web tax: la tassa sulle multinazionali della rete come Google, Facebook e Twitter che hanno il 60% del loro fatturato in Europa ma pagano solo il 10% di tasse. Nell’ultimo Consiglio europeo la proposta non è passata nonostante le pressioni dei grandi quattro Paesi Ue: Italia, Spagna, Francia e Germania e il sostegno di altri 15 Paesi. Tutto però è stato rimandato a marzo del 2018. Perché a non volere una tassa del genere sono proprio quegli Stati che hanno risollevato le loro economie grazie a fiscalità tolleranti.

Il ministro delle finanze austriaco Hans Schelling ha commentato la proposta di una blacklist extra Ue dicendo: se un oasi fiscale si chiude, un’altra si apre. Forse chiudere quelle europee potrebbe portare gli investitori a portare i loro soldi in altri paradisi europei ma non dell’Ue: Montecarlo, Andorra, Macedonia, San Marino. Forse, ma questi Paesi non hanno alcuna relazione con Bruxelles? Alcuni usano già la stessa moneta, altri più grandi sognano un giorno di entrare nell’Unione. Per questo esistono le pressioni politiche. Nessuno chiede di salvare il mondo, ma almeno rendere più difficile l’evasione fiscale e il riciclaggio di denaro.

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