Pd, tutti con Renzi, ma solo a parole (e fino alle elezioni)

Il rottamatore diventa federatore. Senza grande convinzione, senza grinta, ma Renzi deve tenere assieme il partito. Almeno fino alle elezioni. Poi si rischia che il suo stesso Pd lo abbandoni

Matteo Renzi_Linkiesta
14 Novembre Nov 2017 0740 14 novembre 2017 14 Novembre 2017 - 07:40

“Il futuro è una carta bianca tutta da scrivere ma il passato non può essere rinnegato”. Matteo Renzi c’ha provato, non si può dire che non l’abbia fatto. Ha fatto quello che gli è chiesto di fare, detto ciò che gli è stato chiesto di dire. Lo ha fatto senza convinzione, senza entusiasmo. Ma l’ha fatto e tanto è bastato per riprendersi il Partito Democratico. Ma solo per ora.

C’era grande attesa per la riunione della Direzione nazionale del Pd a Roma. Attesa per l’ennesimo D-Day di una comunità ormai assuefatta al redde rationem eterno. La sala al terzo piano della sede di Via Sant’Andrea delle Fratte è piena all’inverosimile. “Ao’, ma non è che qui crolla tutto”, è il commento più quotato prima dell’inizio della riunione. Pare che la sala conferenze del Nazareno, insieme alla terrazza antistante, sia omologata (per modo di dire) per 200 persone. Ce ne saranno almeno il doppio, tenendo conto del codazzo di assistenti che si porta dietro ogni ministro.

L’attesa è tutta per le parole di Renzi. Niente streaming, ormai un prodotto sempre più trasversalmente marginale nell’offerta politica nostrana. Sulla vicina terrazza del palazzo della nuova Rinascente è assiepato un drappello di giornalisti, fotografi e operatori che cercano di immortalare qualsiasi cosa succeda sul tetto del Nazareno. Per fortuna della struttura ci sono pochi dipendenti, i cui orari di lavoro sono stati tranciati dalla cassa integrazione imposta dai conti in rosso del partito.

Ma chi conosce Renzi sa che il linguaggio del corpo mostrato dal segretario non trasuda certo convinzione. Non potrebbe essere altrimenti, d’altronde. Il rottamatore che si reinventa federatore non è nelle corde del segretario del Pd

Renzi prende la parola con la consueta mezzora di ritardo e recita la parte: “Dobbiamo proporre un progetto vero, che non può partire da un’abiura". Porte aperte a radicali, Verdi, Pisapia. Nessun veto a Sinistra Italiana, Possibile e Mdp. Almeno a parole. "Dobbiamo parlare il linguaggio della verità: il Jobs act ha fatto 986mila posti di lavoro, il 61% a tempo indeterminato".

Nessun passo indietro su quanto fatto finora, come chiesto ripetutamente da Bersani e compagni anche solo per iniziare una trattativa. La disponibilità a scrivere insieme il futuro, a partire da “possibili punti di equilibrio sulla legge di bilancio” e dallo Ius soli, (che, a differenza dell’ultima uscita pubblica a Napoli, questa volta non dimentica di citare) è solo di facciata.

Frasi convincenti, da leggere. Ma chi conosce Renzi sa che il linguaggio del corpo mostrato dal segretario non trasuda certo convinzione. Non potrebbe essere altrimenti, d’altronde. Il rottamatore che si reinventa federatore non è nelle corde del segretario del Pd. La sua stessa essenza politica è agli antipodi con quanto ha dovuto mettere in mostra oggi.

Ma tant’è, il passaggio era tanto inutile quato obbligato. Renzi l’ha capito nei giorni scorsi: “Quando parliamo di noi perdiamo nei sondaggi”. Il riferimento è alla rilevazione-monstre di Pagnoncelli pubblicata qualche giorno fa sul Corriere che vede il Pd al 24,5% (contro il 29,5% dei Cinque Stelle) e staccatissimo dal centrodestra nei collegi. Un disastro, insomma. La risposta di Renzi è stata dunque politica e opportunistica: togliere alibi a chi lo accusava di non voler unire e provare a ricompattare il partito per ricominciare a dettare l’agenda.

Il riferimento è alla rilevazione-monstre di Pagnoncelli pubblicata qualche giorno fa sul Corriere che vede il Pd al 24,5% (contro il 29,5% dei Cinque Stelle) e staccatissimo dal centrodestra nei collegi. Un disastro, insomma

Franceschini si lascia andare a un “plauso al segretario”, Emiliano si dice “convinto”. Molto più freddi Orlando e Cuperlo, ormai la vera ala sinistra del Pd. "Siamo in un vicolo cieco, senza coalizione, non basta rivendicare quanto fatto", ammonisce il primo. “E’ giusto che tu non voglia abiure – dice il secondo a Renzi – ma non puoi chiedere a noi di abiurare un’identità e una storia. Non basta l’idea di mettere Fassino a fare da pontiere con la sinistra, serve la reale volontà di ricucire, serve provarci fino in fondo”. Anche Anna Finocchiaro avverte: “Ora servono atti concreti”.

Quali dovrebbero essere questi atti concreti? A giudicare da come le parole di Renzi siano state recepite al di là della barricata, non ci sono molte alternative. “Nessuna novità”, dicono da Mdp. “Le chiacchiere stanno a zero, servono i fatti”, incalza Bersani. “I candidati non possono essere Renzi o Gentiloni”, si spinge ad affermare D’Attorre. "L'alleanza ai supplementari non è credibile", ironizza Civati. “È un disco rotto, siamo alle solite. Rivendica politiche che impediscono la coalizione”, chiosa Fratoianni. Gli atti concreti, dunque, sono solo due, possibili: rinnegare quanto fatto nei mille giorni al governo del Paese e fare un passo a lato. Due cose che Renzi non farà mai.

La grande paura è che, davanti all’impossibilità acclarata di “ricucire”, attratta dalle sirene di un nuovo progetto di sinistra, tutta un’area del Pd - specie se non verrà coinvolta a dovere nella composizione delle liste - possa voltare le spalle a Renzi per ricongiungersi con i compagni di sempre. E' il "richiamo della foresta"

L’obiettivo di oggi era riprendersi il partito e in parte, con l'approvazione a larga maggioranza del documento unitario della Direzione, può considerarsi riuscito. “Più di così non poteva fare – dialogano in terrazza i fedelissimi renziani – le ha provate tutte, prima per non farli uscire e poi per cercare di riportarli dentro. Ha fatto più di quello che avrebbe dovuto fare, sta snaturando se stesso, oggi non ha neppure parlato dei vitalizi per farli stare tranquilli, ora basta. Lasciamo perdere questa storia e cominciamo questa maledetta campagna elettorale. Che di rogne ce ne abbiamo già parecchie...”.

Un altro pericolo però incombe. Sono le parole del capogruppo di Mdp alla Camera Francesco Laforgia, specie se legate a quelle di Cuperlo e Orlando, a metterlo in luce: “Prima parliamo dei temi, vediamo come va. Le alleanze verranno dopo”. Come dire, prima contiamoci alle elezioni. La grande paura è che, davanti all’impossibilità acclarata di “ricucire”, attratta dalle sirene di un nuovo progetto di sinistra, tutta un’area del Pd - specie se non verrà coinvolta a dovere nella composizione delle liste - possa voltare le spalle a Renzi per ricongiungersi con i compagni di sempre. E' il "richiamo della foresta" e potrebbe materializzarsi appena prima o appena dopo le elezioni. Un’emorragia che, a quel punto, diventerebbe davvero difficile da arginare.

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