Il Parlamento Europeo ha un premio cinematografico (e anche qui ci ha battuto la Svezia)

Un’iniziativa per promuovere il cinema di qualità, inclusivo e contro gli stereotipi. È andato a Samiblod, produzione svedese. L’Italia, anche qui, non si è qualificata tra le finaliste

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FREDERICK FLORIN / AFP

15 Novembre Nov 2017 0830 15 novembre 2017 15 Novembre 2017 - 08:30

La storia è semplice, ma di impatto: una ragazza sami (altro modo per dire lappone) decide, al momento dell’adolescenza, di abbandonare il mondo soffocante ma sicuro della sua comunità. Si ritroverà in un ambiente nuovo, la Svezia, in cui viene discriminata, umiliata fino a quando, cambiando identità, non riuscirà a nascondere le tracce delle sue origini. È la trama di Sameblod (Sangue Sami), film della regista Amanda Kernell che si è aggiudicato il premio Lux – che, per chi non lo sapesse, è il premio cinematografico istituito dal Parlamento Europeo.

Sì, esiste un premio cinematografico del Parlamento Europeo. A modo loro, anche le istituzioni della Ue cercano di esercitare il caro vecchio soft power. Il problema è che, per ora, è un po’ troppo soft: da 11 anni il premio cerca di promuovere il cinema europeo di qualità, che pur rappresentando il 60% dei film distribuiti nelle sale cinematografiche del Vecchio Continente, riesce a raccogliere solo un terzo del pubblico. Perché mai? La gente preferisce gli americani, è ovvio. Ma non solo.

Il motivo (e il problema) è sempre lo stesso: ogni film viene realizzato, promosso e distribuito nel suo stesso Paese. Oltre non si va. A quanto pare, anche nel cinema prevalgono gli interessi (e le miopie) degli Stati. Pochi film riescono a superare i confini nazionali e, addirittura, a farsi sottotitolare (se non perfino doppiare) in altre lingue. Ci riescono i francesi, forti di una grande tradizione. Un po’ anche gli inglesi, sulla scia del cugino americano. Ma gli altri? Il premio cerca di aiutarli: chi vince sarà sottotitolato in tutte le lingue dei 28 (presto 27) Stati dell’Unione.

In questo caso, è toccato a Sameblod, una produzione congiunta di Svezia, Norvegia e Danimarca che racconta la discriminazione subita in passato dalla minoranza lappone, gli allevatori di renne. Oggi, dicono Lene Cecilia Sparrok e Mia Erika Sparrok, le giovani protagoniste – di etnia sami e di nazionalità norvegese – del film, le cose sono cambiate “ma il premio lo viviamo come un risarcimento per le vecchie generazioni, maltrattate ed emarginate”. Al secondo posto è arrivato un francese, 120 battiti al minuto, di Robin Campillo, e al terzo Western, di Valeska Grisebach, produzione di Germania, Austria e Bulgaria insieme.

E l’Italia? Come per i Mondiali: non c’è. Soltanto A Ciambra, di Jonas Carpignano, si è infilato, a salvare l’onore nazionale, tra le dieci opere della selezione della giuria. Ma non tra le finaliste. Per quest’anno va così: tra calcio e cinema, ha vinto la Svezia. E noi è meglio che pensiamo ad altro.

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