Paradise Papers, l’Europa fa la guerra ai soldi sporchi solo a parole

Il commissario europeo Moscovici invita ad approvare un piano per rendere più stringenti le regole fiscali in Europa. Liste nere dei rifugi offshore, obblighi per i "facilitatori", rendicontazioni pubbliche. Ma per essere efficaci serve la collaborazione degli Stati

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EMMANUEL DUNAND / AFP

15 Novembre Nov 2017 0735 15 novembre 2017 15 Novembre 2017 - 07:35

Sta tanto tuonando che, alla fine, nemmeno questa volta pioverà. Il caso Paradise Papers, ennesimo leak di rivelazioni sulle centinaia di conti offshore nascosti al fisco internazionale, è arrivato al Parlamento Europeo. E da Strasburgo, in occasione della seduta plenaria del Parlamento Europeo, c’è Pierre Moscovici, commissario europeo per gli affari economici e monetari, che si dice «profondamente indignato». Ma «non sorpreso». Lancia un invito all’azione, spiega le sue proposte per riformare le regole e si appella al cittadino, che «non capirebbe la nostra inazione di fronte a quanto successo». Specifica che, in ogni caso, la reazione deve essere «credibile». Non sarà facile.

Al cittadino, si fa notare, non deve essere piaciuto scoprire che sia la Regina Elisabetta che il principe Carlo, da anni, girano enormi somme offshore. Che lo faccia anche Lord Ashcroft, in bella compagnia con Bono Vox e Shakira, e che siano coinvolti anche Amazon e la Nike. La maggior parte di queste operazioni, sottolineano alcuni parlamentari, sono state condotte in modo legale. Proprio per questo bisogna cambiare la legge.

Ma basterà? Il piano proposto da Moscovici, la cui approvazione dovrebbe arrivare entro sei mesi, («Ma io spero che accada molto, ma molto prima», ha detto) prevede tre punti: il primo è la compilazione e approvazione da parte di tutti gli Stati membri di una lista nera dei paradisi fiscali, con tanto di «sanzioni dissuasive». Andrebbe fatta al più presto, «da approvare al prossimo consiglio dei ministri delle Finanze, il cinque dicembre». I primi tentativi sono avvenuti nella settimana passata, con la Commissione (sempre nella persona di Moscovici) che ha minacciato di aprire una procedura di infrazione contro Malta e l’Isola di Man se non adeguano alcune delle loro norme fiscali al resto d’Europa. Ha tuonato, appunto. Ma è ancora uno stadio preliminare, inziale.

Il secondo punto riguarda i “facilitatori”. Ci vogliono regole più stringenti per gli intermediari (avvocati, banchieri e consulenti), che dovranno dichiarare tutti gli schemi di elusione fiscale che propongono e forniscono ai loro clienti. È tutto contenuto in una direttiva che risale alla fine di giugno 2017 e che da quel momento è rimasta ferma. Ora, dice Moscovici, «bisogna adottarla». E infine, il terzo punto, cioè «prendere di mira le imprese», obbligandole «a una rendicontazione pubblica, accessibile a tutti, con cui poter fare pressione», iniziativa seguita da un organismo apposito che miri ad armonizzare le regole fiscali tra Paesi.

Di fronte a queste proposte, il Parlamento si è diviso. Alcuni hanno approvato, convinti, le parole del Commissario. «Non è solo un problema morale, è anche una questione economica», ha detto Luke Niedermayer. E Gianni Pittella, dal canto suo, ha rincarato: «Le tasse vanno pagate nel Paese dove si fanno i profitti». Il problema, però, è che «Il Parlamento decide ma gli Stati non fanno». Appunto: alla base non c’è solo un problema di regole, si sottolinea, ma di volontà, politica e non solo. Come si possono fare proposte «credibili» se, come dice il deputato francese Philippe Lamberts «chi governa vuole aiutare i più ricchi, baciando la mano di chi li aiuterà in futuro». O, come pensa il socialista tedesco Udo Bullmann, «il sistema è fatto per aiutare l’elusione fiscale».

Gli interventi si fanno un po’ più accesi, volano accuse: prima contro la Gran Bretagna e i suoi «soldi sporchi», poi contro l’Irlanda e i suoi favori alla Apple, in mezzo le multinazionali tedesche e francesi. E infine – non poteva mancare – contro il Belgio: «Dov’è Juncker?», chiede l’italiano pentastellato Marco Valli. L’attuale presidente della Commissione Europea «era finito nello scandalo dei Luxleaks per aver agevolato, quando era a capo del governo di quel Paese, il trattamento fiscale alle multinazionali», ricorda l’inglese Diane James. All’epoca in tanti, da più parti, avevano chiesto le sue dimissioni e lui le ha ignorate. Come può essere credibile la Commissione?

Bella domanda. La risposta lo è un po’ meno. Nonostante le deboli intenzioni espresse, il «problema dell’ipocrisia» che accompagna le istituzioni europee è forte.

Allora, visto come stanno le cose, tanto vale fare come l’inglese e brexiteer Nigel Farage: buttarla in caciara. Anche lui beneficiario di trattamenti fiscali agevolati, è intervenuto per cambiare discorso. «Ci stiamo dimenticando di George Soros», ha detto. Sì, Soros, proprio lui, «con cui l’Europa sta tramando la più grande collusione politica internazionale». La sua Open Society «sta minando le fondamenta degli Stati nazionali». Ma cosa c’entra con l’elusione? gli chiedono i colleghi. In realtà niente. Ma a conti fatti, dire una cosa o dirne un’altra, forse, cambia poco.

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