L’economia italiana va alla grande? No, è come la nazionale di Ventura

Ha ragione Gentiloni a dire che andiamo alla grande, oppure Katainen che ci dice che l’Italia non sta migliorando? Mettiamola così: il vicepresidente della Commissione non ha tutti i torti. E ci sta mettendo in guardia come chi diceva che rischiavamo di non qualificarci ai mondiali di calcio

Italia Linkiesta
16 Novembre Nov 2017 0750 16 novembre 2017 16 Novembre 2017 - 07:50
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Perdonateci se potete, ma la cara vecchia metafora calcistica è perfetta per provare a spiegare come sta l’economia italiana. Più nel dettaglio, se ha ragione chi come Gentiloni e Renzi mostra orgoglioso i dati di crescita del Pil - +1,8% di crescita consolidata nel terzo trimestre, con un +0,5% rispetto al trimestre precedente, che non si vedeva da sei anni in Italia – e quelli, altrettanto positivi, di produzione industriale, consumi, fiducia dei consumatori, persino occupazione. E chi, invece, come il vicepresidente della Commissione Europea, il finlandese Jirki Katainen – maledetti scandinavi - afferma che «la situazione dell’Italia non sta migliorando» e che «tutti gli italiani sanno qual è la situazione».

La metafora calcistica, dicevamo. Oggi l’Italia assomiglia terribilmente alla sua Nazionale di calcio qualche mese fa. Una squadra discreta, con qualche vecchia gloria e qualche giovane di talento tra campo e panchina. Lontanissima parente di quella di vent’anni prima, che poteva permettersi di non portare ai mondiali di Francia ’98, perché in esubero, gente come Totti, Montella, Mancini e Signori, ma comunque migliore di quella del 2010 e del 2014, che uscì al primo turno in Sudafrica e Brasile.

Dopo la breve stagione di Antonio Conte, un allenatore giovane e irrequieto che se n’è andato sbattendo la porta dopo una sconfitta bruciante, l’Italia si è affidata alle mani sapienti di uno che è sempre stato in seconda fila. Uno come Ventura cui tutti riconoscono indubbie qualità tattiche e di gestione, nonostante il suo miglior risultato in carriera sia un settimo posto in serie A col Torino.

Il vecchio timoniere all’inizio regge il colpo. Para i colpi della sfida più difficile e poi inanella una serie di vittorie che accendono gli entusiasmi. Gli ottimisti già si prodigano in paragoni importanti e annunciano la rinascita degli Azzurri. Altri la pensano diversamente. Occhio che erano partite facili, contro Lichtenstein, Macedonia, Israele e Albania, avvertono. Che il gioco che si è visto sinora non basterà a battere la Spagna al Santiago Bernabeu. Che la differenza reti piange. Che il modulo è vecchio, che le metodologie non hanno nulla di innovativo e la governance è in balia di vecchi poteri che pensano solo a tenersi in piedi. Che basta un infortunio, o un calo di forma, o una squalifica, per finire nei guai.

Jirki Katainen, in fondo, ha ragione: non siamo improvvisamente migliorati. Semplicemente, pure noi, abbiamo giocato partite molto facili, e nemmeno benissimo. Abbiamo sprecato finestre d’opportunità per correggere i nostri storici vizi, pensioni e debito pubblico in primis

Con la Nazionale è finita com’è finita. Con l’Italia, quella senza la maglia azzurra, la partita è ancora tutta da giocare. Ma è lì che siamo: cresciamo meno della media (1,8% contro il 2,5% complessivo) grazie alla ripresa di tutta Europa, ma siamo convinti di aver rimesso in moto un Paese stanco e vecchio. Siamo riusciti a rifinanziare il nostro enorme debito pubblico grazie all’intervento di un arbitro amico come Mario Draghi, ma nel frattempo non abbiamo non abbiamo fatto nulla per ridurlo con una robusta revisione della spesa. Mostriamo con orgoglio numeri positivi, ma non capiamo perché il pubblico sugli spalti – sovrano, visto che paga il biglietto - continua a fischiare. E nel frattempo abbiamo pure noi una squadra – o una maggioranza di governo, se preferite - che non lo è, dilaniata da rancori personali, dal narcisismo di chi vuole a tutti i costi mettersi in mostra, da cospiratori seriali che sperano nel tanto peggio, tanto meglio, da giovani promesse che si sentono fenomeni e da vecchi senatori convinti di avere ancora la lucidità di un tempo, il tocco magico nelle mani e la verità in tasca, mentre attorno a loro tutto è cambiato.

Jirki Katainen, in fondo, ha ragione: non siamo improvvisamente migliorati. Semplicemente, pure noi, abbiamo giocato partite molto facili, e nemmeno benissimo. Abbiamo sprecato finestre d’opportunità per correggere i nostri storici vizi, pensioni e debito pubblico in primis. Abbiamo perso l’occasione di rendere più fluido il nostro sistema di gioco, affidandoci al vecchio, rassicurante, catenaccio bicamerale e proporzionale. Convinti, al pari di Ventura, di Tavecchio e di tutti gli altri, che ce la caveremo come ce la siamo sempre cavata. Che lo Stellone ci salverà anche questa volta.

È adesso inizia la partita più dura, però, con il Quantitative Easing alle battute finali, con Mario Draghi in uscita da Francoforte, con una nuova rivoluzione tecnologica all’orizzonte e nubi di tempeste speculative che tuonano sopra le nostre teste. La mesta fine dell’Italia di Ventura ci sia di monito. Che la sfortuna di un autogol o di un palo al momento sbagliato tocca a tutti, persino a noi. Che nonostante la Storia e il blasone e la Grande Bellezza possiamo finire nella polvere al pari di una squadra che non saltava un mondiale dal 1958. Che a furia di tirare a campare, di navigare a vista, di assecondare gli umori dell’opinione pubblica per evitare rogne, di anteporre il risultato individuale al benessere collettivo, di rimandare i problemi a dopodomani si finisce male.

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