Francesco Bellavista Caltagirone: «I Cinque Stelle? Sembrano Trump. E Berlusconi è l'antidoto»

L'imprenditore italiano commenta la candidatura e le elezioni dell'attuale presidente americano. E sottolinea una somiglianza inaspettata fra Trump e Renzi...

Caltagirone Linkiesta
18 Novembre Nov 2017 0745 18 novembre 2017 18 Novembre 2017 - 07:45

«Donald Trump? Ad assomigliargli sono i Cinque Stelle. Berlusconi, al contrario, è l’antidoto». È una lettura controcorrente quella che Francesco Bellavista Caltagirone dà del tycoon diventato presidente degli Stati Uniti. Una lettura che, curiosamente, arriva in contemporanea al viaggio americano di Luigi Di Maio, con annessa scopiazzatura dei super-stimoli fiscali di The Donald. Ma è la lettura – una delle poche, a dire il vero – di uno che Trump lo conosce davvero: «Io negli anni ’80 vivevo negli Usa e l’avevo conosciuto attraverso alcuni amici – racconta il costruttore romano -. Combinazione, stava costruendo la Trump Tower dove avevo un appartamento in affitto. Da lì in poi abbiamo continuato a frequentarci, è un tipo molto simpatico».

Davvero?

È un vero imprenditore, molto aperto, dotato di molta ironia. Certo, quando si ha un carattere forte come il suo, non si può non risultare simpatici a tutti. Ma lui con me si è sempre comportato molto correttamente.

L’ha sorpresa la scelta di candidarsi a presidente degli Stati Uniti d’America?

Mi ha sorpreso molto di più quando è diventato conduttore di un reality show. Soprattutto, mi ha sorpreso che abbia vinto. Da amico, me lo auguravo, ovviamente. Ma ero in America nei giorni delle elezioni e i sondaggi erano tutti contro di lui.

A posteriori, perché crede che Trump abbia vinto?

Ha vinto a causa di un malessere enorme che pervade le società occidentali. Anche quelle europee, non solo quella americana. Un malessere che si chiama distruzione della classe media: negli ultimi decenni la classe media ha pagato il prezzo più alto di tutti alla globalizzazione e alla crisi. Era il 75% della popolazione lavorativa degli Usa, oggi non arriva al 50%. Questo è uno choc enorme, che chi governava l’America non ha capito.

È andato parecchio sopra le righe, però. È strano che l’America scelga un presidente così irrituale…

Trump, ha seguito alla lettera i segnali delle negatività di questi ultimi dieci anni. L’ha fatto con atteggiamenti scioccanti, inusuali per un candidato alla presidenza Usa: a mio avviso gli serviva per marcare la distanza con istituzioni di cui non si fidava più nessuno. L’unico che aveva capito che andava rappresentato il malessere del ceto medio impoverito, sul versante opposto, era Bernie Sanders: in qualche modo la sua nemesi.

Oggi l’economia americana va a gonfie vele, e anche la disoccupazione è in calo, ma Trump è comunque il presidente meno amato degli ultimi vent’anni, stando agli indici di gradimento sui primi nove mesi in carica. Non è che questo suo atteggiamento irrituale si sta rivelando controproducente.

Al contrario: io credo che se Trump si istituzionalizzasse perderebbe molto più consenso di così.

E allora cos’è stato?

È tradizionale che dopo l’anno la popolarità scenda: in questi casi può darsi che sia scesa di più, anche se le notizie su Trump vengono drammatizzate in negativo. Mi creda, però: i suoi elettori sono entusiasti. Perché sta provando a mantenere le sue promesse e loro hanno capito benissimo che se non ci riesce è per colpa del fuoco amico del partito repubblicano e di alcuni giudici. Riparliamone al terzo anno, della popolarità di Trump.

Gli scandali però si affastellano uno sull’altro: in particolare continua la campagna sui presunti aiuti ricevuti dai russi in campagna elettorale…

Erano più di quattrocento le testate giornalistiche hanno dichiarato di essere contro Trump alle elezioni contro cinque a favore. Lei pensa che in queste quattrocento testate, oggi, siano capaci di fare rendiconti e news con obiettività letterale? Io non credo. Quando parliamo di Trump farei la tara a quel che dicono i media. Quando lui dice fake news, io credo che un fondo di verità ci sia. La stampa non è obiettiva: prenda Renzi…

Cosa c’entra Renzi?

Voi avete assistito al supporto mediatico che ha avuto Renzi nei suoi primi due anni al governo. Tutto quel che faceva sembrava fosse geniale. Ora avviene la stessa cosa, ma al contrario. Le pare normale? Renzi in ogni caso ci ha provato a dare una scossa radicale al nostro sistema. Per fare questo ha avuto l’Italia contro. In questo ricorda un po’ Trump.

Se la sentisse Renzi…

È simile nell’approccio, poi è chiaro che le ricette siano molto diverse.

E chi, nelle politiche, assomiglia a Trump, invece?

Indubbiamente, quelli che stanno cercando di far presa sull’elettorato alla Trump sono i cinque Stelle. Berlusconi è l’antidoto, la camomilla, quello che tranquillizza la gente, che prova a ridurre il conflitto. Il problema dei Cinque Stelle è che non hanno un leader: perlomeno, Di Maio per ora non sembra lo sia.

E Virginia Raggi?

Guardi, ho un rapporto con Roma da turista. Vivo all’estero da anni, anche se passo spesso da Milano e da Roma, la città in cui sono nato. Io penso che l’ultimo bravo sindaco positivo per Roma, anche aiutato dal Giubileo, è stato Francesco Rutelli. La Raggi ha le stesse difficoltà che hanno avuto gli altri, con in più l’inesperienza, la giovane età, la mancanza di pratica di governo. Non ha eccessive colpe del disastro romano, a mio avviso, ma questo è.

Cosa servirebbe a Roma?

Alla Capitale servirebbe un commissario con poteri quasi dittatoriali, come nell’antica Roma, per cambiarla. Roma ha potenzialità enormi, non c’è città più bella al mondo. Ma oggi è come una donna bellissima, mal truccata e mal vestita.

Ultima domanda: chi vince le elezioni?

Non sappiamo nemmeno quando saranno, le elezioni. Il tempo è un fattore fondamentale, perché la situazione è estremamente fluida. Oggi c’è un effetto Sicilia che pare giovare al centrodestra, domani chissà. Previsioni non ne faccio. Dopo Trump, non ne faccio più.

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