Mattia Mor: «Milano non è un Paese straniero: è la prova che l’Italia ce la può fare»

Parla l’ideatore della campagna “Ho Scelto Milano” a poche ore dalla scelta europea sull'agenzia del farmaco: «Dal punto di vista etico e morale, la crisi economica ha portato un cambio di paradigma. Roma avrebbe bisogno della narrazione che Milano fa di sé»

Milano Duomo
19 Novembre Nov 2017 0800 19 novembre 2017 19 Novembre 2017 - 08:00

Centotrenta videostorie, più di mille persone all’evento di presentazione al Teatro Franco Parenti. Tutto si può dire che Ho Scelto MIlano, il progetto ideato da Mattia Mor non abbia avuto successo. Trentaseienne, genovese, Mor ha lavorato per dieci anni nel mondo della moda, tra l'Italia e Singapore. Il presente si chiama Mei.com, store online del Gruppo Alibaba, specializzato in prodotti di lusso nella moda, nel design e nella cosmetica. Soprattutto, si chiama Milano: «Io sono rientrato il 7 ottobre dello scorso anno a vivere in Italia. E ho pensato di voler fare un video in regalo all’Italia, quasi fosse un modo per raccontarci al mondo, sapendo quanto poco e male ci comunichiamo. Mi sono incontrato con un’amica, Karin Fischer e le ho raccontato l’idea. A dicembre abbiamo pensato di trasformarlo in un racconto di persone, di trasformare l’oggettivo in soggettivo. E di partire dall’idea di scelta. E abbiamo pensato che fosse più intelligente farlo partendo dalle città».

Appunto, perché proprio Milano e non l’Italia? Perché è l’unica cosa positiva che si può raccontare all’estero oggi?
Perché l’Italia è un mosaico di città. Siamo l’Italia dei Comuni, una molteplicità con sfumature diverse, con un identità che si fonda proprio sull’eterogeneità e sulle differenze. Raccontare le città per raccontare l’Italia è la sfumatura giusta.

La differenza è la nostra forza, d’accordo. Ma non pensi sia anche la nostra debolezza? Che senso ha vendere il Veneto o la Basilicata, ai cinesi, quando loro già fanno fatica a capire dove sta l’Italia in Europa?
Per me è un punto di forza a prescindere. Nell’approccio dell’Italia verso il mondo lo è ancora di più, perché raccoglie storie e tradizioni sotto un unico cappello. Poi, è vero, nei rapporti interni crea complessità. Uno dei difetti maggiori dell’Italia è l’individualismo: siamo un Paese che è attento alla cura individuale, che tutela bene i propri interessi, ma non quelli pubblici. Il fatto che abbiamo un enorme risparmio privato e un altrettanto enorme debito pubblico è il sintomo più evidente di questa malattia. La città, in questo senso, è il luogo perfetto.

Come mai?
Perché appaga il nostro individualismo e la nostra differenza, senza che diventino deleterie, e ci offre anche l’unico modo in cui sappiamo essere comunità. La città è anche il luogo dell’accountability.

D’accordo, ma Milano non è un po’ un’eccezione? Alcuni dicono addirittura che è l’unica città europea più che italiana. Altri parlano di Milano come di una Città-Stato in potenza…
Milano non è assolutamente un Paese straniero. Milano è l’Italia in piccolo. È terra di attrazione di tutte le città d’Italia. Venivano qua negli anni sessanta a lavorare nelle fabbriche, negli anni settanta a fare gli impiegati, negli anni ‘80 a lavorare nella finanza, negli anni 90 a studiare. Tutti vengono qua: perché dovremmo pensare che sia così aliena dall’Italia? È la prova di cosa siamo noi, se sappiamo fare le cose per bene.

Non è sempre stata così cool come oggi, però. Anzi, nei primi anni 2000 si parlava di modello romano. Milano era una città grigia, decadente…
All’inizio degli anni 2000 era in una fase di stasi, una crisi che ha avuto il suo apice nel decennio corto dal 2000 al 2008. Era una città di edonismo sfernato, di spesa senza qualità.

Dal punto di vista etico e morale, la grande crisi ha portato a un cambio di paradigma, al fatto che bisognasse in qualche modo reinventarsi. In quegli anni sono stati gettati i semi di qualcosa di nuovo. Milano è rinata dal punto di vista urbanistico, e non solo grazie alla politica

Stai dicendo che Milano deve ringraziare la crisi?
La crisi ha distrutto aziende e famiglie, mai mi sognerei di pensare che possa essere stata salvifica. Però…

Però?
Dal punto di vista etico e morale, la grande crisi ha portato a un cambio di paradigma, al fatto che bisognasse in qualche modo reinventarsi. In quegli anni sono stati gettati i semi di qualcosa di nuovo. Milano è rinata dal punto di vista urbanistico, e non solo grazie alla politica: Manfredi Catella, con la visione di Porta Nuova, ha fatto qualcosa di incredibile per questa città, gli ha dato una grande sferzata di positività. Il secondo fattore di rinascita è l’avvento dell’amministrazione Pisapia, che ha riportato una ventata di etica in politica, di attenzione al sociale, oltre ad aver sancito la rinascita dell’impegno politico della borghesia milanese. Poi Expo. Che è stata un’apertura di Milano al mondo e che ha creato un motore di sviluppo, come le olimpiadi per Barcellona nel 1992. In questo senso, Beppe Sala sindaco è la perfetta continuazione del lavoro svolto sinora.

Ho Scelto Milano, di fatto, è una specie di chiosa. Lo storytelling perfetto di questa metamorfosi…
Con Ho Scelto Milano abbiamo individuato un sentimento di orgoglio e di voglia di partecipazione. La politica oggi fa fatica a unire e ad allargare la propria base. La gente vuole partecipare, e ama sentirsi parte di un racconto.

Vale per Milano, ma vale anche per il resto del Paese?
Questo è solo l’inizio, per noi. Stiamo già avendo tante persone che stanno postando foto e video per raccontare le loro città sotto l’hashtag Ho Scelto l’Italia. E poi abbiamo chiesto a tutte le persone cosa loro fanno per milano e cosa vorrebbero per Milano. La nostra fase due sarà quella di raccontare le proposte. E poi speriamo che tutto questo diventi un moto di partecipazione delle persone.

Sembra una lunga marcia verso le prossime elezioni...
Io sono molto appassionato di politica, ho partecipato a tante Leopolde, ho sostenuto Renzi e il Pd e il suo processo di cambiamento. La mia passione politica c’è, è sotto gli occhi di tutti. Ma non è collegata a Ho Scelto Milano e Ho scelto l’Italia, che sono un’altra cosa.

Cosa?
Sono progetti di partecipazione e civismo, che vogliono unire e non dividere. La politica, invece, deve (anche) dividere. Diciamo, invece, che potrebbe diventare uno strumento per promuovere l’Italia e le città, questo sì. Ad esempio, quanto ne avrebbe bisogno Roma, oggi, di un racconto di questo tipo.

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