A morte i topi: il grido di guerra della Nuova Zelanda

Sono una specie invasiva che mette a repentaglio la particolare fauna locale. Ma, arrivati secoli fa, sono ormai tantissimi. Come fare per sterminarli? Ci sono al vaglio alcune ipotesi inquietanti

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FRANCK FIFE / AFP

21 Novembre Nov 2017 0800 21 novembre 2017 21 Novembre 2017 - 08:00

Una volta qui era tutto senza topi. La Nuova Zelanda era un paradiso per tutte quelle specie di uccelli che, come il kiwi, si erano evolute abbandonando il volo e restando a terra. Poi sono arrivati gli uomini e, insieme a loro, i topi e gli opossum. Sono subito diventati animali infestanti: hanno preso di mira gli uccelli di terra, hanno commesso uno sterminio e si sono moltiplicati. Adesso le cose devono cambiare.

La Nuova Zelanda ha deciso di dare vita al progetto Predator-Free 2050, un piano molto ambizioso il cui obiettivo è, per dirla in poche parole, sbarazzarsi di tutti i topi e delle altre specie allogene che sono penetrate, secoli fa, sull’isola. E salvare gli uccelli di terra eliminando i loro predatori.

Nasce come movimento locale, poi acquista man mano consensi e arriva alla fine a ottenere l’appoggio del governo. La fauna originaria va ripristinata, gli animali invasori dovranno soccombere. È un esperimento già tentato in altre aree simili: in Australia, per esempio, dove alcune aree della West Coast sono già sottoposte a protezione anti-topi, mentre sull’isola di Macquarie, grande solo 60 chilometri, si è raggiunta la soglia zero. La Nuova Zelanda, però, è duemila volte più grande di quell’isoletta. Per questo, come spiega The Atlantic, l’impresa si presenta molto ardua.

Una delle ipotesi messe in campo, che è anche quella più preoccupante, è intervenire con la genetica. Il progetto CRISPR permetterebbe (in un futuro prossimissimo) di modificare alcuni esemplari di topi rendendoli infertili. Verrebbero diffusi in vari angoli del Paese e, nel giro di una quindicina di anni, farebbero sparire del tutto la popolazione di ratti. Possibile? Forse sì. Ma ci sono molte ragioni contrarie: prima di tutto, il progetto mette a repentaglio la popolazione di topi di tutto il mondo: basterebbero un paio di fughe su altre isole o continenti (ad esempio in nave) per diffoderlo su scala globale. I topi piacciono a pochi, ma servono ed è meglio non farli sparire.

Un’altra possibilità, meno affascinante ma più terra terra, è intervenire con trappole, tantissime trappole. Alcune velenose, altre meno, ma comunque efficaci. Certo: non è un procedimento né automatico né mirato. Le trappole devono contenere esche, e le esche devono essere rinnovate ogni volta da qualcuno. Inoltre sono meno efficaci proprio nelle aree dove servono di più, cioè dove ci sono gli uccelli da proteggere, più interessanti per i topi rispetto a qualche strano aggeggio. Infine, sono pericolose perché possono attirare anche altri animali, innocenti, come il simpatico kea (un pappagallone) o il più comune cane da compagnia.

Insomma, la soluzione ideale non esiste. Lo sterminio dei topi, se proprio si vuole mettere in atto, richiederà una forte dose di volontà. Tanti entusiasti sostenitori, anche pagati dal governo, dovranno, giorno dopo giorno, anno dopo anno, andare a caccia di questi animali infestanti, piazzare le trappole ed eliminarli. Un’impresa la cui fine non è prevedibile, e nemmeno le sue difficoltà. È la soluzione meno elegante di tutte, senza dubbio. Ma al momento è quella più efficace.

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