Ema, la sconfitta di Milano è come una vittoria (se ne sapremo fare buon uso)

Nonostante la beffa della sconfitta per sorteggio, il capoluogo lombardo ha molti motivi per essere orgoglioso del lavoro svolto. E l’Italia, finalmente, ha un esempio di come deve lavorare un Paese per portare a casa dei risultati: senza alibi, senza invidie e senza piagnistei se le cose vanno male

Milano

Il grattacielo Pirelli, che sarebbe stata la sede dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA) se Milano fosse stata scelta

MIGUEL MEDINA / AFP

21 Novembre Nov 2017 0750 21 novembre 2017 21 Novembre 2017 - 07:50
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Lasciate perdere le recriminazioni per il sorteggio finale, dopo la terza votazione in pareggio, che ha deciso che l’agenzia europea del farmaco si accaserà ad Amsterdam anziché a Milano, ché non serve a nulla mettere in discussione a posteriori le regole del gioco, per quanto possano non piacerci. Rimane l’amaro in bocca per un’occasione persa per un soffio, certo, per un indotto stimato a 1,7 miliardi che prende anch’esso la strada olandese. Ma rimane la consapevolezza che Milano e l’Italia meritano di portarsi con loro, a consolazione della sconfitta. E che danno la misura, già com’era successo con l’assegnazione di Expo 2015, di cosa potrebbe essere l’Italia, se le città marciassero coese e appassionate come lo è stata Milano in questi mesi: probabilmente nessun traguardo ci sarebbe precluso.

Prima buona notizia: Milano ha combattuto alla pari – lei che non lo è – in mezzo ad avversarie che sono capitali del rispettivi Paesi. Amsterdam, Copenhagen, Bratislava, Dublino: Milano ora gioca con loro, da grande, in un club di capitali in pectore cui forse solo solo Francoforte, Barcellona, forse Rotterdam possono permettersi di giocare. E lo fa a testa alta, forte di quei 25 punti e di quel primo posto alla prima votazione che vogliono dire, al di là dei giochi politici, che Milano aveva il dossier di candidatura migliore di tutti.

Quel che si dice a mezza bocca, tra chi c’era attorno alla stanza del Consiglio europeo è che Milano non avrebbe dovuto nemmeno arrivare a un passo dalla vittoria. Alcuni ti sanno addirittura dire quando era deciso che sarebbe dovuta uscire dai giochi: alla seconda votazione, vittima di un accordo nordeuropeo

Al di là dei giochi politici, dicevamo. Perché quel che si dice a mezza bocca, tra chi c’era attorno alla stanza del Consiglio europeo è che Milano non avrebbe dovuto nemmeno arrivare a un passo dalla vittoria. Alcuni ti sanno addirittura dire quando era deciso che sarebbe dovuta uscire dai giochi: alla seconda votazione, vittima di un accordo nordeuropeo. Arrivare a giocarsela fino all’ultimo quando sei dato per sicuro perdente è comunque un successo.

E se successo è (quasi) stato è perché per una volta questo Paese ha saputo marciare unito, senza gelosie, campanilismi, contrapposizioni ideologiche: Comune, Regione, Governo, rappresentanti europei – pur di schieramenti contrapposti, a pochi mesi dal voto politico - hanno marciato uniti in una battaglia che per una volta è stata davvero bipartisan e ben condotta. Prova ne è che alla fine nessuno – nemmeno Salvini! – si è permesso di accusare questo o quel politico, questa o quella istituzione (Europa esclusa, ovviamente).

Ultima bella notizia: finalmente stiamo imparando a perdere. A capire che non è vero che il risultato è l’unica cosa che conta, ma che conta anche il modo in cui provi a raggiungerlo. I progetti, i legami, le interdipendenze non si rompono con la sconfitta, ma sono un patrimonio che resta nelle mani della città. Serviranno, più avanti, come base o come buona pratica su costruire nuovi progetti, nuove occasioni di miglioramento. Così l’avrebbe presa Amsterdam, le fosse toccato il bussolotto perdente. Così dobbiamo prenderla noi. Cominciassimo a capirlo, tutti quanti, sarebbe una lezione più importante dell’Ema.

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