La scomparsa delle canzoni infelici dal mondo

Dal 2010 la tristezza nella musica ha perso posizioni. Prevale la gioia sfrenata orientale, musiche orecchiabili e allegre. Eppure il mondo non sembra essere tanto un posto migliore

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LIONEL BONAVENTURE / AFP

23 Novembre Nov 2017 1010 23 novembre 2017 23 Novembre 2017 - 10:10

La musica è diventata più felice. Secondo uno studio dell’Indiana University – Bloomington, negli ultimi sette anni sono aumentate le canzoni allegre, mentre sono crollati i tormentoni tristi. Come è possibile? Gli scienziati non lo sanno. Si sono limitati a esaminare la tonalità e il contenuto di circa 90mila canzoni (tutte in inglese, sia chiaro) dal 1950 a oggi. E i risultati hanno parlato chiaro: tanta tristezza mista a gioia fino al 2010, poi è rimasta solo la seconda.

La positività si è impossessata del mondo? Sembrerebbe una scelta controcorrente. Eppure di fronte agli sconvolgimenti della realtà, gli artisti reagiscono a modo loro. Ci sono, come sempre in questi casi, delle avvertenze da considerare.

In primo luogo, non tutte le culture utilizzano le tonalità minori e maggiori allo stesso modo. Come dimostra la ricerca, la Cina è il Paese dove si registra il tasso di canzoni più felici di sempre. Sono tutte gioiose e in tonalità maggiore. Ma, come si è notato già da tempo, i cinesi non si fanno tanti problemi a utilizzare anche tonalità maggiori per accompagnare testi maliconici e e riflessive, al contrario di quanto fanno in Occidente. Questo aspetto limita, almeno un poco, la portata della ricerca.

Non solo: le cazoni analizzate erano tutte in inglese. Questo è un dato culturale enorme per i Paesi orientali (in particolare la Korea) in grado di modificare in modo significativo le conclusioni della ricerca. L’internazionalità, in quelle zone e in questo ultimo periodo è associata ad aspetti positivi, energetici, allegri e superficiali. È il loro modo di certificare a se stessi e anche agli altri che sono entrati a far parte nel grande villaggio globale dei consumi e del capitalismo. In questo contesto, la lingua madre viene impiegata, al contrario, per esprimere situazioni più intime e complicate. E proprio quelle canzoni, che avrebbero potuto modificare il risultato della ricerca, sono risultate irraggiungibili per gli studiosi.

In ogni caso, la tentazione di trarre sommarie conclusioni geografiche è invincibile: in Scandinavia, per esempio, vanno sempre per la maggiore le melodie in tono minore e con testi tristi. Nell’Oriente che esplode vince l’ottimismo, segue l’Oceania, con l’Australia (da sempre il lucky country) e poi l’Europa Occidentale – tranne i Paesi del nord, che vengono dopo gli Usa, sempre più tristi, depressi e arrabbiati.

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