Majorino: «Superare l’emergenza migranti? Aboliamo la Bossi-Fini e pensiamo agli italiani in difficoltà»

Parla l’assessore alle politiche sociali del Comune di Milano: «La gestione dei governi passati sull'immigrazione? È stata imbarazzante, soprattutto con Alfano. Milano investe molto nel sostegno al reddito, e questo aiuta l’inclusione. I piccoli comuni? Zero alibi, si diano da fare»

Majorino
23 Novembre Nov 2017 1345 23 novembre 2017 23 Novembre 2017 - 13:45

«Per anni i governi centrali si sono disinteressati di sviluppare processi di organizzazione dell’accoglienza, scaricando tutto sui territori. La gestione Alfano è stata imbarazzante, da un punto di vista organizzativo e di assunzione di responsabilità». Ne ha per tutti, l’assessore alle politiche sociali del comune di Milano Pierfrancesco Majorino. È passata una settimana da Milano Mondo, la tre giorni organizzata dall’amministrazione meneghina che ha chiamato a raccolta quella che il sociologo Aldo Bonomi ha chiamato “comunità della cura”, variegato mondo di istituzioni, imprese sociali (e non), organizzazioni governative, enti no profit, associazioni, uomini di cultura e privati cittadini che si occupano di profughi e migranti, e più in generale di integrazione, con corollario di personalità importanti come Emma Bonino e Milena Gabanelli, Livia Turco e capo di gabinetto del ministero degli interni Mario Morcone, Carlotta Sami di Unhcr e Don Virginio Colmegna della Casa della Carità: «È stato un appuntamento incoraggiante, che dimostra vitalità e ricchezza – spiega Majorino a Linkiesta -: centinaia di persone che discutono nel merito di processi di integrazione sono un’ulteriore conferma che a Milano c’è un sistema, una comunità di pratica che lavora alla costruzione di un mondo senza muri».

C’è anche una comunità, pure a Milano, che di questi discorsi nemmeno vuole sentir parlare. E a giudicare dai sondaggi elettorali, sembra maggioritaria…
Non facciamo le cose per farci applaudire, ma perché ci crediamo. E non mi stupisce che a molti non piaccia quel che stiamo facendo a Milano. Ci sono destre che non vogliono far altro che usare questo tema per erigere barriere nella società italiana, per alimentare paura e raccogliere voti, in modo del tutto strumentale: hanno attaccato persino il centro di smistamento temporaneo che è un progetto finalizzato a far andare via i migranti, non certo a tenerli. E noi abbiamo dimostrato che non c’è solo la paura.

A cosa si riferisce?
Al fatto che a Milano c’è anche un pezzo bello grande di città che il 20 maggio ha marciato affermando la sua volontà di accogliere, che non vuole arrendersi alla società del rancore e alla politica dell’emergenza, che vuole sminare la paura costruendo legami. Che ha uno sguardo innovativo verso l’Europa. E che prova a risolvere i problemi: questa mattina abbiamo presentato coi sindacati europei un progetto di formazione e inserimento lavorativo per gli stranieri. I problemi si risolvono così: occupandosene.

Ecco: voi come ve ne siete occupati?
Noi abbiamo avuto una prima fase - nel 2013 e due anni successivi - in cui abbiamo risposto all’emergenza siriana, con la Stazione Centrale occupata dai profughi. Ci siamo trovati con la stazione centrale con tantissimi siriani impauriti non sapendo assolutamente cosa fare.
Finché un giorno non abbiamo organizzato una riunione al Panino Giusto della stazione stessa con Caritas e altri e abbiamo deciso che non potevamo stare a guardare. Da lì si è costruito un sistema che si è convenzionato per ricevere risorse statali e che ha assistito nel transito più di 127mila accolti, di cui 100mila transitanti.

Adesso siamo alla seconda fase, però…
Dobbiamo superare la cultura dell’emergenza e passare all’integrazione. È un processo indispensabile, questo. Perché se è vero che le post verità sull’immigrazione sono la nuova realtà, a noi tocca costruire un immaginario speculare di cose che si realizzano. E lo stiamo facendo.

Come?
A Milano abbiamo dato vita al primo portale d’Italia per corsi di lingua per stranieri, facciamo orientamento per stranieri, abbiamo scommesso su progetti di formazione e inserimento lavorativo. Il 23 novembre, agli Stati generali Antimafia che si terranno qui a Milano, abbiamo presentato con il ministro Orlando un progetto per fare del più grande bene confiscato alla mafie un centro antiviolenza per le donne, italiane e straniere. E siamo l’unica città d’Italia che si è dotata di un gruppo di lavoro per il controllo della qualità dell’accoglienza. Inoltre già abbiamo 422 posti Sprar e arriveremo a mille entro Natale. E quei 500 e rotti in più saranno conversione di centri di prima accoglienza. Perché siamo d’accordo con Minniti, la grande concentrazione di migranti è dannosa. Dobbiamo puntare sull’accoglienza diffusa.

Milano ha problemi nella gestione del fenomeno migratorio, non va sempre tutto bene. Qua però c’è un pezzo di società consistente che ci mette la faccia e c’è una classe politica che vuole provarci. Così come abbiamo fatto noi, lo possono fare altri. Accogliere 20 migranti in un comune medio piccolo è molto semplice, basta organizzarsi. Mancano capacità ed esperienza? Finché non ci provi non impari

A proposito, il videomessaggio di Minniti, in apertura di Milano Mondo è stato accolto con molto calore. Applausi di circostanza, parecchi borbottii…Lei che ne pensa del ministro dell’interno, visto che fate parte dello stesso partito?
In dieci mesi Minniti ha provato ad affrontare più terreni, avendo di fronte a un enorme ritardo da colmare. Ha annunciato il piano integrazione, ha speso parole confrortanti sul tema accoglienza diffusa. Però…

Però?
Credo che il governo – Minniti in testa - debba scegliere in maniera molto più chiara cosa vogliamo fare in relazione alla Libia. I campi in Libia non li ha creati l’accordo Italia-Libia: la critica è strumentale. La situazione non va sottovalutata, però. E lo stop ai flussi irregolari non deve scontare la violazione dei diritti umani. Ma non è solo quello: dobbiamo anche cambiare la legge Bossi-Fini che ha introdotto in Italia il reato di immigrazione clandestina.

È l’oggetto della campagna ”Ero straniero” promossa da Emma Bonino e Don Virginio Colmegna, peraltro. Perché lei crede che abolire il reato di clandestinità sia un passo importante per la risoluzione dei problemi legati all’immigrazione?
Perché la Bossi Fini, alimenta illegalità. Servono canali legali d’accesso dei migranti che non passino solo dalla protezione umanitaria, Il combinato disposto tra la legge Bossi-Fini e il Trattato di Dublino crea una quantità enorme di irregolari. Non so se riusciremo a governare, in futuro, ma il prossimo Parlamento dovrà comunque affrontare questa discussione.

Milano è il comune d’Italia che investe più risorse nel sostegno al reddito e alla povertà. Uno Stato più efficace verso i deboli, riuscirà a far diminuire il rancore verso gli stranieri

Torniamo ai comuni però. Perché la sensazione è che per una Milano che accoglie ci sono migliaia di piccoli comuni che di migranti e profughi non vogliono nemmeno sentir parlare. Cosa vuol dire? Che è più facile gestire uno straniero in una grande città?
È una considerazione che rifiuto. A Milano non è più facile che altrove. Milano ha problemi nella gestione del fenomeno migratorio, non va sempre tutto bene. Qua però c’è un pezzo di società consistente che ci mette la faccia e c’è una classe politica che vuole provarci. Siamo di fronte a un’assunzione forte di responsabilità della comunità. Così come abbiamo fatto noi, lo possono fare altri. Accogliere 20 migranti in un comune medio piccolo è molto semplice, basta organizzarsi. Mancano capacità ed esperienza? Ci mancherebbe. Ma finché non ci provi non impari.

E allora perché su ottomila comuni italiani, solo mille si sono dichiarati disposti ad accogliere i profughi nell’ambito del progetto Sprar?
Ci sono due motivazioni: ci sono i Comuni che non ne vogliono sapere, perché, dicono, hanno già tanti problemi. E si badi bene non sono solo comuni governati dalla Lega Nord. A volte, però, c’è paura di avere a che fare da soli con una questione complessa. E di certo la telefonata della prefettura non è la soluzione.

E qual è, allora?
Serve una struttura nazionale che organizzi l’accoglienza sui territori. Non possiamo reggere con il sistema attuale delle prefetture. Ci vuole qualcuno che sta nel mezzo e che fa costruzione di saperi ed esperienze. Che non esista nulla è una grave colpa. E che dal Viminale ci venga detto, com’è avvenuto nel gennaio del 2015, che i flussi sarebbero calati, è vergognoso e surreale. Io non minimizzo il problema: ed è per questo che voglio una grande risposta politica e organizzativa. Negli scorsi anni, complici pure i governi di Letta e Renzi, questa grande risposta non c’è stata.

Parliamo di sicurezza: cosa risponde al cittadino che ha paura perché se aumentano gli immigrati aumenta pure la criminalità?
Credo che la sensazione di insicurezza vada rispettata e non giudicata. Ma non è importante: se un cittadino ha paura, io non posso impedirglielo, sia che ci sia aumento o meno di criminalità. E quella paura non dev’essere sottovalutata. Non ho mai sopportato la sinistra che tratta dal salotto la sensazione di fragilità di molti o la paura verso la diversità di altri. Su questo terreno sono in sintonia con Minniti. Io sono d’accordo con la presenza delle forze dell’ordine e dei militari nelle strade. A patto che si faccia anche altro, però.

E a chi dice “prima gli italiani”, invece, cosa risponde?
Che il lavoro sull’immigrazione incrocia anche il tema del sostegno delle persone più fragili italiane. Milano è il comune d’Italia che investe più risorse nel sostegno al reddito e alla povertà. E ritengo che pure il reddito nazionale d’inclusione sia una cosa molto utile. La politica sociale dev’essere più decisa e coraggiosa a livello nazionale. Uno Stato più efficace verso i deboli, riuscirà a far diminuire il rancore verso gli stranieri.

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