Truffe e violenze: il Black Friday è brutto (ed è la misura di quanto siamo brutti noi)

Negli Stati Uniti è una tradizione pluridecennale, negli ultimi anni è arrivata anche qui da noi, ma il Black Friday più che essere una festa del commercio somiglia sempre di più alla folle corse di una mandria di vacche impazzite

Shripal Daphtary 278736

Photo by Shripal Daphtary on Unsplash

23 Novembre Nov 2017 1015 23 novembre 2017 23 Novembre 2017 - 10:15

Nel novembre del '15 la giornalista dell'Atlantic Megan Garber scriveva, in un bell'articolo dedicato al Black Friday, che il tradizionale periodo di sconti selvaggi che segue il Giorno del Ringraziamento, ormai allargato anche all'online — il cyber monday — e in forte esportazione anche da noi, non era più semplicemente una giornata, e neppure una semplice stagione come quella tradizionale dei saldi. No, di più, ormai, scriveva Megan Garber «è uno stato mentale».

Uno stato mentale, e ci sta tutto, perché per giudicare dai comportamenti tipici dei consumatori durante quelle ore, ormai trasformate in giorni, se non in settimane dai marchi di retail di tutto il mondo, servono gli strumenti della psicologia cognitiva quando non della psichiatria. Uno stato mentale, dunque, ma uno alterato, violento, bestiale. Lo testimoniano centinaia di situazioni ben oltre il limite del disturbo dell'ordine pubblico che ogni anno si verificano nei centri commerciali americani.

Pugni, spinte, schiaffi, ogni tanto perfino risse aperte e di gruppo, persone calpestate, malori, non di rado alla fine, tra scatoloni e negozi devastati dalla furia consumista della folla, c'è addirittura chi stila un bollettino con il conto dei morti e dei feriti. Come in una guerra. Ed è così: una guerra, un campo di battaglia grottesco che, se non fosse vero, sembrerebbe scritto da un Mark Twain o un Roald Dahl.

A vedere i molti video che si possono trovare facilmente su YouTube c'è veramente da farsi venire la pelle d'oca: decine, centinaia, migliaia di esemplari di homini sapientes regrediti allo stato neoprimitivo di homini consumantes, letteralmente obnubilati e incapaci di intendere, capaci solo di volere. L'immagine più consona è quella della mandria di vacche imbizzarite. Invadono centri commerciali sfondando porte, vetri, facendo a botte tra di loro, calpestandosi, pur di accaparrarsi un televisore, una centrifuga, un telefonino, o qualsiasi altro bene che sia in vendita, rigorosamente con sconti folli, ben oltre il 50 per cento.

Eppure, e siamo al secondo livello di inaccettabilità — dopo quella umana, quella economica — dietro quei prezzi si nascondo spesso strategie commerciali che non sono molto lontane dalle truffe. Un paio di anni fa, per il Wall Street Journal, la giornalista Dana Mattioli aveva pubblicato dei dati molto interessanti a riguardo. Quello che veniva fuori dalle sue indagini, coadiuvate da agenzie specializzate e da unioni dei consumatori, era il fatto che, contrariamente a quanto il discorso mediatico e pubblicitario sul Black Friday faccia intendere, quei prezzi e quegli sconti non sono affatto un affare in molti casi, ma truffe, truffe belle e buone.

Per esempio, secondo i dati fornitele da Decide — dati del 2012, ma il fenomeno è sempre quello — un televisore Samsung 46 pollici LCD, che durante il Black Friday veniva venduto mediamente a 1355 dollari, un mese prima veniva venduto, sempre mediamente, a 1159. O ancora, giocattoli per bambini che vedono il proprio prezzo aumentato del 31 per cento proprio durante il Black Friday. E l'elenco è lungo, come è lungo quello delle strategie, vecchie come il commercio, per abbindolare i clienti e aumentare i guadagni.

«È una roba da pazzi», dichiarava alla giornalista del WSJ un produttore di giocattoli, «arrivano a spendere 3 volte di più per un oggetto che tre settimane prima avrebbero pagato un terzo». Come è possibile? Oculate strategia di oscillazione prezzi, gestione altrettanto furba del magazzino, il resto lo fa l'hype mischiato alla desolazione delle nostre vite e alla frustrazione di donne e uomini i cui cervelli vengono bombardati ogni minuto dalla narrazione tossica dei brand e della pubblicità, del consumismo ormai slegato totalmente da qualsiasi tipo di piacere o di utilità: siamo arrivati al comprare per il comprare, con l'umanità a livelli da protoscimmia che sembra ormai vittima di un esperimento collettivo di darwinismo sociale.

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