Augias racconta l’Italia, ma sa solo parlare di (un noiosissimo) se stesso. Scoprite Firenze con Emilio Cecchi

Il bastone e la carota: due libri alla settimana, uno raccomandato e uno sconsigliato. Il nuovo libro sull’Italia di Augias è un compendio di banalità autocelebrative. Se volete scoprire un pezzo d'Italia affidatevi a Emilio Cecchi con "Firenze"

Augias Linkiesta
24 Novembre Nov 2017 0815 24 novembre 2017 24 Novembre 2017 - 08:15

Il bastone. Preliminare. O avete la tessera al Corrado Augias Fan Club altrimenti, fanculo, avete sbagliato libro. Questa nostra Italia, infatti, non è un grand tour nell’italietta nostra compiuto da un pluriottantenne. Piuttosto, è una sfiancante gita nell’ombelico di Corrado Augias – questa sua Italia – uno slalom nel rebus del suo ego, nell’io napoleonico di un “giornalista, scrittore, autore di programmi culturali per la tv” – così la dida che lo celebra – un fenomeno narcisista, un recordman nell’arte dell’ecolalia, nel ripetere il già detto e nel riscrivere il già noto. Esempi. Se siete a Milano, beh, Milano è importante perché lì “nel 1966, è stata rappresentata la mia commedia”, se andate a Trieste, beh, dovete ricordarvi che lì “ho trovato il ritratto di un mio sosia”; d’altronde Bologna è memorabile dacché “Un pomeriggio si tenne un confronto tra noi due autori”, cioè Augias e Mauro Pesce, noto biblista (e già che ci siamo, anche se non c’entra un fico con il viaggio in Italia, Augias ci ri-ricorda che “ho scritto con il professor Mauro Pesce la già ricordata Inchiesta su Gesú”). D’altronde, Napoli è piezz’e core perché “mi sono occupato più volte di Napoli”, quanto a Roma, il bello “l’ho già raccontato nei Segreti di Roma”, comprate anche quello. Va da sé che questo allampanato Zelig della cultura italiota, pieno di sé e nato con la camicia – lo dice lui, strombazzando: “la fortuna mi ha permesso di partecipare alla nascita di due tra i più importanti eventi editoriali italiani del Novecento: la Repubblica (1976), RaiTre (1987)” – non si limita ai confini italiani. Nonostante il libro – faziosamente – sia dedicato allo Stivale (ma è più che altro una scampagnata nella scarpiera privata di Augias), cotanto autore sente di dovere di informarci che “ho girato gli Stati Uniti in lungo e in largo” e che “quando ho cominciato ad abitare a Parigi, le prime ricerche le ho fatte nel quartiere intorno a Saint-Sulpice e alla rue de Tournon, la zona dove s’aggiravano i Moschettieri”, roba che importa, appunto, ai discepoli della religione qualunquista professata da Augias. Così, dopo l’agiografia degli Augias stilata nel primo capitolo, dopo che Augias, in una intro imbevuta di sciocchezze chic, scopre l’acqua calda (“C’è però un’altra crisi mescolata alla prima, più subdola perché se ne parla di meno, una crisi morale e culturale”: ma quando mai?, ma se non parliamo d’altro…) e dà la sua stoica risposta, patetica, ai mali dell’Italia unita (“Stiamo solo soffrendo come hanno sofferto molte altre generazioni che ci hanno preceduto. Loro ne sono venuti fuori, ne usciremo anche noi”), sorbitevi il ricino di questa Treccani della tautologia. Esempi. Gaber? “Uno dei più simpatici e dotati uomini di musica e di spettacolo del Novecento”; I promessi sposi? “Letti al liceo mi parvero, confesso, noiosi”; Italo Svevo? “Violinista mancato e scrittore segreto per anni, è stato come Kafka, per anni, impiegato in un ufficio; ci ha lasciato tre romanzi estranei alla consueta narrativa italiana” (qui penso che anche Wikipedia, che non ha i gradi da colonnello della cultura italiana come Augias, farebbe meglio); il Premio Nobel della letteratura a Bob Dylan? “Nulla da eccepire non fosse che, volendo premiare un americano, i giurati hanno dimenticato Philip Roth, uno dei massimi scrittori del XX secolo”. Insomma, la prima cretinata che vi viene in mente e che non vi sognerete mai di scrivere, non scrivetela perché l’ha scritta Augias. Esempio ipnotico. Cosa pensate dei borghi italiani? Ecco, lo so, “non esiste città, anche piccola, anche minima, non c’è un borgo che in Italia non meriti una visita”. Avete visto? Augias, paragnosta dell’ovvio, vi legge nel pensierino più superficiale, ha un pensiero di polistorolo su tutto, su Silvio Berlusconi (“un uomo privo di scrupoli politici”) come sulla Bibbia (“un libro magnifico e contraddittorio”), tanto tutto è uguale al nulla. Ecco, se noi, frenati dal pudore, ci faremmo qualche scrupolo nello scrivere certe cose, lui no, Augias è l’Uomo Superficie, come lo vedi è, bidimensionale, una vera sagoma. L’apoteosi di Augias, però, l’autoinzuccamento dell’uomo che sa rendere noiosi perfino i pettegolezzi, la trovate alla fine del libro, da pagina 344 in poi, sezione Libri per il viaggio. “Qui di seguito sono riepilogati alcuni dei libri che mi hanno accompagnato a vario titolo in questo racconto”, scrive lui. Sant’Agostino è citato con due libri, come Italo Calvino, Ugo Foscolo, Antonio Gramsci e Petrarca. Di Pier Paolo Pasolini sono citati quattro libri, ma Giacomo Leopardi lo batte, con sei libri, addirittura. A battere tutti, però, vivi e morti, è lui, l’inossidabile Corrado Augias, che, tra libri scritti da solo o a quattro mani, si autoconsiglia, acclamandosi più grande dei grandissimi, 10 libri. Un nano che fa ciao ciao sul cranio marmoreo dei giganti. D’altronde, Corrado non è intelligente come Pietro Citati, non è scaltro come Eugenio Scalfari, non è bravo come Claudio Magris (tre tipi, s’intenda, che non sono certo ‘la crema’ della cultura italica): è soltanto un Augias qualunque. Bisogna perdonarlo.

Corrado Augias, Questa nostra Italia, Einaudi 2017, pp.342, euro 20,00

La carota. Quando parla di Firenze, sbrigativamente, Augias dice due cose. La prima è una sua opinione, “di Michelangelo Buonarroti tutto mi piace”, affari suoi. La seconda è una ipotesi campata lì, senza alcuna spiegazione. “Sono tra coloro che pensano a Firenze come alla culla della nostra cultura, intesa come lingua, come civiltà”. Ecco, per capire perché Firenze è la culla della nostra cultura, pensiero che viene in capo anche a chi di Firenze non sa un tubo, bisogna leggere ben altro, sostituendo Augias con Emilio Cecchi. Gioco facile, dite voi. Beh, mica troppo. Emilio Cecchi, grande fiuto per il linguaggio – ha scoperto prima di tutti la selvatica grandezza di Dino Campana – prima di essere un critico d’arte di lignaggio, è stato un geniale divulgatore culturale, il guru degli scrittori della ‘terza’, è stato un giornalista impeccabile (su La Tribuna, La Stampa, il Corriere della Sera, ad esempio). “Viaggiò molto, lesse ancora di più. Scrisse quanto basta” è la lapidaria sintesi dell’estensore della nota biografica di Cecchi che adorna Firenze, raccolta di articoli e di saggi “dedicati a Firenze e ai grandi fiorentini”, che è anche il primo libro – introdotto, tra l’altro, da Pietro Citati – di una nuova collana edita da Aragno, ‘Ante Litteram’, dedicata al rapporto – spesso incestuoso, a volte meraviglioso – tra giornalismo e scrittura. Il libro, dalla scrittura magnetica, passa dal concetto di Fiorentinità al regesto dei titani, da Giotto a Fra Angelico, da Lorenzo il Magnifico a Leonardo, una rosa dei beati spetalata con garbo da Cecchi, facendo parlare le opere e i grandi e non le proprie opinioni. C’è un testo in particolare, Firenze e Atene – pubblicato in origine sul Corriere della Sera – in cui Cecchi ci racconta che “il paragone di Atene con Firenze, che un tempo era offerto come una retorica ghirlanda, è diventato il fulcro d’un argomento critico sempre più articolato e fecondo. Così sarà finché la civiltà occidentale non sia in tutto schiantata e dispersa”. Cecchi mette in cameretta l’ego e ci spiega in cosa sta la “terribile grandezza di Michelangelo”, ad esempio. “La personalità di Michelangelo era più intensa di quella degli scultori di Pergamo. Il suo dramma intellettuale e morale infinitamente più toccante. La mitologia biblica, di cui egli si serviva, era tuttora più carica di vitalità di quanto presumibilmente non fosse la storia di Giove e dei Giganti per i suoi emuli greci del secondo secolo avanti Cristo. E così il livello di esecuzione è forse più alto”. In un testo colto, garbato, sfaccettato, per altro, Cecchi non fa risparmio di stoccate ironiche. Come questa, di tonante attualità: “La natura non fa salti. E neanche l’arte fa salti. Quando la vediamo saltare, come ora nel giro di pochi anni, fra l’impressionismo, il cubismo, l’astrattismo, ecc., ecc., è segno ch’è impazzita, e peggio che morta”. Con dotta audacia, insomma, Cecchi ci fa pensare, mentre Augias ci vuole semplicemente servi del suo bla bla. Le cosa, ora, sono due. Bisogna andare a Firenze. Con Cecchi sotto braccio. Il resto d’Italia è meglio che lo girate con la vostra testa.

Emilio Cecchi, Firenze, Aragno 2017, pp.290, euro 20,00

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