Quesiti linguistici

Inerte e inerme: qual è la differenza? Risponde la Crusca

Suoni simili ma significati diversi: anche completamente disarmati si può reagire e non restare fermi, e viceversa

Inerme Inerte Linkiesta

(Pixabay/Fuchsia)

25 Novembre Nov 2017 0745 25 novembre 2017 25 Novembre 2017 - 07:45

Tratto dall’Accademia della Crusca

Inerme e inerte formano quella che in fonologia si chiama coppia minima, ovvero due parole che si differenziano per un unico suono (in questo caso m e t) e in cui tale variazione determina l’individuazione di significati diversi. Le coppie minime, attraverso la prova di commutazione, servono a individuare i suoni distintivi di una lingua: la conferma che si tratti di due suoni ben distinti è data proprio dal cambiamento del significato della parola in cui avviene la sostituzione. Altri esempi di coppie minime in cui si alternano gli stessi due suoni m e t sono, per citarne solo alcuni, male/tale; mele/tele; alma/alta e, non a caso, armi/arti.

Naturalmente due parole che formano una coppia minima sono molto simili dal punto di vista del suono, ma quando si conosca bene il significato di ciascuna delle due parole che la compongono, non c’è alcun rischio di sovrapposizione. Nella coppia inerme/inerte il problema non è tanto quindi la possibile confusione prodotta dall’alternanza di m o di t, ma l’eventuale scarsa conoscenza del ventaglio dei tratti semantici proprio di ciascuno dei due aggettivi. Sono entrambe parole del lessico colto, entrate in italiano direttamente dal latino, nelle forme inermis, inertis, in cui era già avvenuta la trasformazione con l’aggiunta del prefisso in- con valore negativo/oppositivo (lo stesso con cui in italiano si sono formati infelice da felice, insensato da sensato, inusuale da usuale, ecc.): nel primo caso al sostantivo latino arma ‘armi’ e nel secondo al sostantivo ars, artis ‘arte, attività’ (tecnicamente derivati di questo tipo, ereditati integralmente da lingue antiche, vengono definiti prefissati fossili).

I significati originari sono quindi rispettivamente quello di ‘privo di armi, disarmato’ per inerme e ‘inattivo, immobile, ozioso’ (spesso con sfumature negative che arrivano a ‘pigro, fannullone’) per inerte. Dunque significati diversi ma che, come vedremo, non escludono del tutto minimi spazi di sovrapposizione. Rispetto però ai derivati italiani con lo stesso prefisso in-, i due aggettivi, proprio perché già formatisi in latino, non permettono di riconoscere immediatamente la base su cui sono stati formati: se da infelice è immediato risalire a felice, non è altrettanto automatico risalire da inerte a ars, artis e al significato che aveva questa parola in latino. L’individuazione delle due parole latine di base ars e arma è resa più difficoltosa dal passaggio vocalico di a>e, avvenuto già in latino in tutti e due i derivati nell’incontro con il prefisso in-. Per chi non conosca il latino, quindi, i due aggettivi possono restare parzialmente o del tutto opachi, difficilmente analizzabili e dunque semanticamente poco trasparenti.

In italiano abbiamo attestazioni fin dal Trecento sia per inerte (Boccaccio, Ameto, 1341-42) sia per inerme (Petrarca, Canzoniere a. 1374, ma anche in un testo fiorentino di Alberto della Piagentina datato tra il 1322 e il 1332); oltre che nella lingua letteraria, come spesso accade ai latinismi, i due aggettivi sono stati utilizzati con significati specialistici in alcune terminologie scientifiche. In particolare inerme è entrato nel lessico della zoologia per riferirsi a particolari parassiti che non hanno il rostello, cioè la parte estrema della testa dotata di uncini e ventose con cui si ancorano all’organismo ospite; e ha assunto un’accezione propria anche in botanica, in cui indica piante prive di spine o di altri elementi difensivi. Inerte ha assunto significati specialistici in fisica per indicare un corpo che si trova in stato di inerzia (‘di perfetta quiete’) e in chimica per indicare elementi o composti che non reagiscono (o reagiscono molto poco) al contatto con altre sostanze.

La scarsa trasparenza della struttura interna dei due aggettivi (in cui il prefisso in- era già integrato in latino) e il loro precoce ingresso nel lessico colto dell’italiano hanno contribuito indubbiamente a rendere progressivamente sempre più opaco il legame con il significato etimologico, almeno per chi non abbia studiato il latino o non si sia imbattuto nelle rispettive accezioni specialistiche. La progressiva perdita di contatto con il significato originario, insieme al cambiamento culturale per cui la difesa armata, almeno sulla carta, non è più intesa come la prima e unica possibilità di opposizione, hanno portato a un’estensione del ventaglio dei significati di inerme che, nell’intero arco della storia dell’italiano, ricorre sempre più come sinonimo di indifeso, impotente e, anche in senso metaforico, di privo di strumenti in generale, che siano culturali, morali, spirituali, ecc.

Nonostante questa varietà di sfumature, resta comunque da non confondere con inerte: anche completamente disarmati si può reagire e non essere fermi e inerti, così come armati fino ai denti si può restare fermi e inattivi.In merito alla domanda specifica se inerme possa essere impiegato con il valore di ‘inattivo, statico’, notiamo che il GDLI registra alcuni usi di inerte con il significato di ‘inerme, impotente, inoffensivo’, ma non viceversa di inerme con valore di ‘inattivo, statico’, benché gli esempi portati a supporto della prima possibilità lascino abbastanza perplessi. Si va da Ariosto (“Lasciando lontana ogni pietade, / mena tra il vulgo inerte il ferro intorno”) a Mazzini (“Le proposte non hanno se non uno scopo: neutralizzare, rendere inerte l’elemento rivoluzionario”), fino al novecentesco Nicola Lisi (“Or che aveva respinto orgogliosamente Iddio, sperimentava in se stesso la disperazione massima del Demonio divenuto inerte”): dai contesti emerge chiaramente che inerte, in tutti e tre i casi, vale per ‘inoffensivo, impotente’, e che sarebbe difficile sostituirlo con inerme senza modificare considerevolmente il senso. Pur considerando che, in prospettiva storica, possono esserci stati casi di sovrapposizione, nell’uso attuale è opportuno tenere ben distinti i due aggettivi nei loro rispettivi significati.

Se ci spostiamo sul versante della contemporaneità, per quanto possa apparire azzardato classificare, come fa il GRADIT, inerte come parola di alta disponibilità (cioè non appartenente al lessico fondamentale o a quello di alto uso, ma disponibile nel repertorio lessicale della maggioranza dei parlanti), in realtà la consultazione degli archivi elettronici dei due principali quotidiani italiani “La Repubblica” e il “Corriere della Sera” (nella lettura dei dati va considerato che l’archivio di “Repubblica” va dal 1984 a oggi, mentre quello del “Corriere” parte dal 1876), ci rivela un ricorso frequente all’aggettivo, prova della sua effettiva alta disponibilità, in questo caso sicuramente nella competenza colta dei giornalisti: “Repubblica” conta 7.549 occorrenze (inerte 4.202 e inerti 3.347), il “Corriere” arriva a 31.639 (inerte 17.879 e inerti 31.639). Un’alta disponibilità, almeno a questo livello di uso dell’italiano, che non trova ricadute altrettanto consistenti nell’uso della maggioranza dei parlanti visto che l’aggettivo non ha ottenuto la marca di alta frequenza e che nelle pagine italiane di Google registra (al 9.11.2017) complessivamente 956.000 occorrenze, su cui pesano non poco gli usi specialistici.

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