La verità di Lorenzo Suraci: «Così Rtl 102.5 è diventata la radio degli italiani. Ed è per questo che ci attaccano»

I dati di ascolto da record, la battaglia con Mediaset, il rapporto con Matteo Renzi, la minaccia di Spotify. Il patron della radio più ascoltata d’Italia a ruota libera: «La radio crescerà ancora. La chiave del successo? Una sola: la diffusione»

Lorenzo Suraci Linkiesta
25 Novembre Nov 2017 0745 25 novembre 2017 25 Novembre 2017 - 07:45

«Mio papà diceva che con la radio si fanno i colpi di stato». Lorenzo Suraci ci accoglie in uno studio circondato da dischi d’oro e di platino incorniciati. Sul divanetto, un enorme orso di peluche. Alle sue spalle, a terra, non ancora appeso, un poster dei Modà, personalizzato: “Buon Natale, capo”, c’è scritto. Sessantasei anni, calabrese d’origine, bergamasco d’adozione, Suraci è il padre-padrone di Rtl 102.5, la radio più ascoltata in Italia. Ancor di più, dopo che sono usciti i dati choc della rilevazione commissionata dal Tavolo Editori Radio che hanno certificato 8.483.000 ascoltatori al giorno – più di un italiano su dieci - staccando di quasi 3 milioni la seconda emittente nazionale. Dati monstre che hanno fatto imbestialire i colossi radiofonici italiani, prima fra tutte Mediaset, già proprietaria di Radio 101 e che da qualche mese ha deciso di entrare con prepotenza nel settore radiofonico acquistando di Radio 105 e Virgin Radio dal gruppo Fineco.

La guerra delle radio, ha cominciato a chiamarla qualcuno. Ed è curioso che proprio dalla finestra alle spalle di Suraci faccia capolino la gigantesca torre-ripetitore del Biscione, iconico simbolo di potere del distretto della comunicazione di Cologno Monzese, mentre la palazzina di Rtl 102.5 è uno dei tanti prefabbricati, uno uguale all’altro, che si susseguono senza soluzione di continuità dall’altra parte della strada. Davide contro Golia, questo si sente Suraci, che pure viene raccontato come uno degli uomini più potenti dello showbiz italiano, soprattutto per il suo essere produttore discografico di fenomeni discografici come i Modà, i Kolors e i Dear Jack: «Io sono nato impresario – racconta aLinkiesta -, avevo iniziato a vent’anni, negli anni settanta, in quella zona tra Bergamo e Cremona e Brescia che pullulava di discoteche. Poi me n’ero comprata una, il Capriccio, ad Arcene. E visto che uno dei nostri concorrenti si era comprato una radio per pubblicizzare il suo locale, avevo deciso di imitarlo».

È il 1987 e l’investimento di centocinquanta milioni di vecchie lire nelle frequenze dell’allora misconosciuta Radio Trasmissioni Lombarde si rivela inizialmente un buco nell’acqua: le frequenze della radio si accavallavano a quelle di altre decine di emittenti, «non riuscivo a sintonizzarmi nemmeno a casa mia a Bergamo», ricorda Suraci. La legge Mammì, famosa per aver salvato le televisioni del Biscione, meno per aver regolamentato il settore radiofonico, sarebbe arrivata tre anni dopo. Tre anni ancora di Far West, insomma. E per Suraci, un dilemma grande così: far rendere l’investimento o farlo morire?

«Per un anno la lascio lì, mi convinco di aver sbagliato l’investimento, ma continuo a non darmi pace per essermi fatto fregare e aver buttato via un sacco di soldi in quel modo» racconta. Elaborato il lutto, decide di ripartire. Si rivolge a dei tecnici e comincia a piantare bandierine – leggi: ripetitori – come se non ci fosse un domani. Prima in Val Cava, mitologica terrazza orobica coperta di tralicci e torri radiotelevisive per la sua posizione strategica che domina l’intera pianura Padana. Poi, anno dopo anno, investimento dopo investimento, spinge il segnale oltre gli appennini. All’inizio degli anni ’90, Rtl 102.5 arriva a prendere anche alle porte di Roma. Oggi ha più di seicento impianti in tutta Italia ed è l’unica radio che prende più o meno ovunque: «Qualche giorno fa ho investito un altro milione e mezzo di euro per migliorare il segnale: il vero valore di una radio è la sua diffusione».

E insomma, Rtl 102.5 – con la frequenza, la sola frequenza nazionale, nel marchio – diventa la prima radio commerciale a trasmettere in tutta Italia e la prima a dotarsi di una redazione giornalistica per fare 24 edizioni al giorno di radiogiornale, «perché così imponeva la normativa». Linea politica? «Io non sono di sinistra, non lo sono mai stato – rivendica orgogliosamente Suraci - Ma diamo spazio a tutti per definizione, e se va al governo Rifondazione Comunista, pure a loro. Ma non riceviamo un euro di finanziamento pubblico, né l’abbiamo mai ricevuto: lo scriva». Perché allora questa linea? «Perché non vogliamo dividere: Noi siamo generalisti perché dobbiamo avere grandi numeri, per definizione. Il nostro ascoltatore tipo è chi guida. E guidano tutti: la cameriera, l’agente di commercio, l’amministratore delegato. Sono tutti uguali, in macchina».

Suraci è il padre-padrone di Rtl 102.5, la radio più ascoltata in Italia. Ancor di più, dopo che sono usciti i dati choc della rilevazione commissionata dal Tavolo Editori Radio che hanno certificato 8.483.000 ascoltatori al giorno – più di un italiano su dieci - staccando di quasi 3 milioni la seconda emittente nazionale. Dati monstre che hanno fatto imbestialire i colossi radiofonici italiani, prima fra tutte Mediaset

Very Normal People, come da fortunato claim della radio - «Me l’ha proposto l’agenzia pubblicitaria. Io ci ho messo due secondi a farmelo piacere, ai miei dj faceva schifo» - che in qualche modo ne istituzionalizza il ruolo come polso del Paese reale. Ed è a partire da questo ruolo che Rtl 102.5 diventa fucina di esperimenti di comunicazione politica: «Fu clamoroso quel che accadde con Sala – ricorda Suraci -. Lui venne ospite da noi cinque mesi prima dell’inizio di Expo. Nel bel mezzo della diretta mandai un messaggio ai conduttori, chiedendo loro di invitarlo in trasmissione tutti i giorni. Lui accettò e ogni mattina ci chiamava per raccontarci come stavano procedendo i lavori per l’Esposizione».

Ancora più clamoroso, il question time mattutino con l’allora presidente del consiglio Matteo Renzi: «Era già stato ospite da noi, quando ancora nessuno sapeva chi fosse, era amico di Diaco, che lo chiamava nel suo programma notturno. Ci siamo conosciuti in tempi non sospetti, veniva pure a Milano a trovarci – racconta Suraci -. Quando è diventato Presidente del Consiglio gli ho detto se voleva parlare ai Very Normal People, da noi alla radio. E lui che è cento volte più sveglio di me ha detto subito sì. Non si è mai visto un Premier che andava in radio. E ci tengo a precisarlo, non ha mai chiesto una domanda in anticipo».

Sarebbe già pazzesco di suo, a ben vedere. E lo è ancora di più se si considera che Rtl 102.5 è una radio indipendente circondata dal gotha dell’industria editoriale italiana: il gruppo La Repubblica-L’Espresso con Radio Deejay e Radio Capital, Il Sole 24 Ore con Radio24 e buon ultima Mediaset, con Radio 105, 101 Network e Virgin Radio. Una compagnia piuttosto ingombrante: «Io l’avevo visto di buon occhio, il loro ingresso, pensavo che avrebbero fatto crescere il mondo della radio. Al di là del Gruppo Espresso, che è stato l’unico in grado di credere nella radio e di investirci tutte le altre avventure sono state un mezzo disastro – attacca, e il motivo è ancora una volta molto semplice: la copertura: «Solo noi e Rds riusciamo a trasmettere in tutta Italia. Mediaset ha comprato radio senza copertura: 105 ha una copertura del 50% territorio nazionale, Virgin al Sud non esiste, 101 ne ha un po’ di più, ma è un prodotto debole».

«Renzi? Ci siamo conosciuti in tempi non sospetti, veniva pure a Milano a trovarci. Quando è diventato Presidente del Consiglio gli ho detto se voleva parlare ai Very Normal People, da noi alla radio. E lui che è cento volte più sveglio di me ha detto subito sì»

È un’evidenza, questa, che secondo Suraci si ripercuote fisiologicamente sugli ascolti e che è alla base dei dati clamorosi degli ascolti radiofonici che premia Rtl 102.5 al di là di ogni più rosea previsione. Un risultato, questo, che ha avuto l’effetto di una bomba atomica nel mercato delle radio italiane, scatenando una vera e propria guerra senza quartiere tra emittenti. Poche ore prima dell'intervista, per dire, lo Zoo di 105 ha attaccato in diretta Rtl 102.5 accusando senza troppi giri di parole l’emittente di Suraci di manipolare i dati delle rilevazioni. In sottofondo, il tema fin troppo eloquente del Padrino di Nino Rota: «Questo sistema di rilevazione l’abbiamo deciso tutti assieme al Tavolo Editori Radio – si scalda -. Ci abbiamo lavorato un anno intero e adesso non esiste che qualcuno sia contento e qualcuno no, in funzione di quel che dicono i dati».

Il bersaglio è ovviamente Mediaset e Suraci è un fiume in piena: «Tu hai idea di cosa vuol dire avere a che fare con chi è più potente di te? I nostri risultati sono frutto di investimenti: fare la Radiovisione mi costa 5 milioni di mezzo all’anno solo di banda. Significa quasi gestire un'altra radio, solo per andare in onda. Siamo stati i primi che hanno aggiunto gli sms in onda alla radio, l’abbiamo insegnato noi a Italia Uno. Siamo stati i primi a portare la radio al mare, a trasmettere in diretta anche a luglio e agosto. Se siamo forti è perché gli altri non lo fanno, o lo fanno peggio. Tutto qua».

Il futuro, parafrasando Jose Mourinho, è il rumore dei nemici che si avvicina: Mediaset e pure Spotify, «che ha generato un’overdose di offerta musicale che ha fatto danni enormi al mercato discografico – spiega -: tu senti una canzone, ti piace, vuoi comprare il disco, ma il giorno dopo ce n’è un'altra, e poi un'altra ancora. Con Spotify la musica è diventata fast food e non va bene». Va benissimo XFactor, invece, «un prodotto fantastico», di cui Rtl 102.5 è partner radiofonico, primo caso al mondo pure questo di trasmissione radiofonica del format inglese: «Io in realtà spero che i prossimi cinque anni definiscano la vera forza della radio, che è sempre in diretta e si può ascoltare ovunque». Alla fine si torna sempre lì: frequenze, antenne, diffusione. E investimenti: «Mio papà mi ha insegnato sin da quando era ragazzino che bisognava avere debiti, essere pieni di cambiali, diceva lui. Perché ti tengono vivo, ti obbligano a correre, ti portano salute e voglia di lavorare». Amen.

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