Strage in Egitto: il vero scontro di civiltà è Islam contro Islam

I 235 morti nella moschea di Arish sono solo l’ultima prova di una verità inconfutabile: il terrorismo islamico ammazza soprattutto i musulmani. E se non vi bastano gli esempi ci sono i numeri del Global Terrorism Index

Egitto Linkiesta
25 Novembre Nov 2017 0725 25 novembre 2017 25 Novembre 2017 - 07:25

Forse nessuno accenderà candele, né pregherà per Arish e i suoi 235 morti, né tantomeno si sentirà egiziano o sufi. Ma la strage della moschea di al-Rawdah, nord del Sinai, la più sanguinosa di sempre nella storia moderna d’Egitto, ha il pregio di rivelarci, impietosamente, una verità che non ci piace sentirci dire: che non siamo noi, né la nostra civiltà il bersaglio degli attacchi terroristici. Lo eravamo, forse, l’11 settembre del 2001. Ora non più.

Le statistiche, fredde come ghiaccioli, parlano più chiaro dei corpi ancora caldi. E il rapporto Global Terrorism Index una fonte abbastanza autorevole per evitare strumentalizzazioni. I primi dieci Paesi che hanno maggiormente subito l’impatto del terrorismo, nel 2016, sono stati Iraq, Afghanistan, Nigeria, Siria, Pakistan, Yemen, Somalia, India e Turchia. Dei primi dieci attentati per numero di vittime, sette hanno avuto luogo in Iraq e sono opera dell’Isis. Uno in Siria, sempre per mano dello Stato Islamico. E uno rispettivamente in Sud Sudan e Afghanistan, ad opera delle forze ribelli sudanesi del SPLM-IO e dei Talebani. Per trovare il più sanguinoso attentato su suolo occidentale bisogna scendere alla posizione numero 17 e all’attentato di Nizza del 14 luglio, coi suoi 87 morti.

Domanda: dove cavolo è lo scontro di civiltà, se a morire – nove volte su dieci – sono musulmani per mano di musulmani? Dov’è l’incompatibilità culturale se non all’interno di un Islam dilaniato da una sua frangia estremista e radicale?

Continuiamo? Iraq, Afghanistan, Siria, Nigeria e Pakistan da soli contano il 75% dei morti per terrorismo dello scorso anno, con la Nigeria che scende di 3000 morti da un anno con l’altro, segno che Boko Haram è in ritirata, mentre in Iraq le vittime aumentano di più di 2.500 unità, segno che col cavolo che la situazione si sta normalizzando, con un sentito ringraziamento a Blair, Bush e al buon Obama che ha ritirato tutte le truppe americane, lasciando Baghdad al suo destino. Ancora: se facciamo una classifica per sub-continenti l’Europa è al quarto posto per numero di vittime e al quinto per numero di attacchi, dietro a Medio Oriente, Asia meridionale, Africa sub-sahariana ed Estremo Oriente.

Domanda: dove cavolo è lo scontro di civiltà, se a morire – nove volte su dieci – sono musulmani per mano di musulmani? Dov’è l’incompatibilità culturale se non all’interno di un Islam dilaniato da una sua frangia estremista e radicale?

La verità è semplice e cristallina: imbevuti come siamo di eurocentrismo, ci siamo cuciti addosso un abito da bersagli e vittime che ci sta stretto e largo assieme. Largo, perché non siamo né bersagli né vittime, o lo siamo molto meno di altri. Stretto, perché dovremmo chiederci quanto di quel caos che ribolle dentro il mondo islamico non sia figlio di nostre ingerenze, alleanze, manovre politiche che hanno finito per far emergere, armata e indottrinata fino ai denti, un’aberrazione dell’Islam stesso, quella salafita, wahabita o come volete chiamarla.

Occupiamoci di altro, semmai: dei giovani di seconda generazione delle nostre periferie, un po’ stranieri e un po’ europei, cui l’Islam radicale offre identità e scopo che noi non sappiamo dar loro, ad esempio. E che diventano carne da cannone per i capi delle organizzazioni terroristiche per radicalizzare gente a casa propria, sfruttando noi e la nostra paura come messaggio promozionale della loro potenza distruttiva, per riempire le prime pagine, le edizioni dei telegiornali e le bacheche dei social network delle nostre tranquille vite terrorizzate.

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