De Rossi, perseverare è diabolico (e chiedere scusa intelligente)

Dopo lo schiaffo a Lapadula il giocatore della Roma si è scusato, sì, ma a metà. Uno dei migliori centrocampisti del mondo con la testa troppo calda. A un esame di etica sportiva verrebbe bocciato almeno un paio di volte

Daniele De Rossi_Linkiesta
27 Novembre Nov 2017 0740 27 novembre 2017 27 Novembre 2017 - 07:40

Errare è umano, perseverare è diabolico. Un detto semplice, banale, inutile a volte ma sempre vero. Verissimo. Sbagliare è l’essenza stessa del miglioramento. Non puoi passare dal successo senza fallimento ma se il fallimento penetra dentro, ti prende l’anima, ti cambia, ti sconvolge, allora non va bene, allora sei arrivato alla fine. E non importa quanto tu sia bravo, bello, talentuoso. L’errore, se c’è, va punito, sempre. Ma allora perché si continua a sbagliare, a commettere errori? Una risposta ardua, una domanda a cui probabilmente non c’è una risposta o forse non ce n’è una sola ma ci sono più verità e seguirne una sola sarebbe fuorviante e probabilmente egoista. Si sbaglia, in continuazione, e poi si chiede scusa. Scuse vere, sentite, sincere.

L’errore è un tassello fondamentale per costruirsi quel puzzle fondamentale che è la vita. L’errore è la prefazione della scusa, ma la scusa dev’essere vera

Non come quelle di Daniele De Rossi. Il centrocampista della Roma e capitano della squadra di Eusebio Di Francesco nella partita contro il Genoa ha perso la testa, come spesso in carriera gli è accaduto, tirando uno schiaffo a Lapadula. Colpevole di essere l’attaccante rossoblu con il numero 10 sulle spalle che stava marcando De Rossi. Un errore che è costato la vittoria, mancata, ai giallorossi, un rigore e la realizzazione proprio di Lapadula. Un gesto stupido, infantile, ignorante e diseducativo. Un gesto sbagliato su tutta la linea ma un gesto che, purtroppo, a mente calda, durante una partita, può accadere.
Non è una giustificazione ma semplicemente l’adrenalina e i nervi controllano il corpo molto di più che la testa e Daniele De Rossi, in questi casi, è solo adrenalina e nervi. Plateale la sua reazione in campo che, preso dalla foga del momento, ha insinuato una simulazione dell’ex attaccante del Milan ma il VAR - benedetta tecnologia in questo casi - ha sistemato tutto: replay, manata, cartellino rosso e rigore, segnato. Il suo allenatore ha commentato il gesto e poi il giocatore si è scusato, a metà. Le scuse a metà sono quelle cose che sono il male del mondo: scusa se ti ho tirato un calcio ma se non avessi i capelli neri non l’avrei fatto, scusa se ti ho rubato la matita ma se hai l’astuccio aperto cosa dovevo fare, scusa se ti ho tirato uno schiaffo ma ti sei tuffato e quindi c’è stato il calcio di rigore. No. O ti scusi, bene, o non lo fai. Le scuse non si trattano, si fanno e basta. De Rossi sbaglia due volte, in campo e fuori. E non è la prima volta che sbaglia così, soprattutto sul rettangolo verde.

Le scuse a metà sono quelle cose che sono il male del mondo: scusa se ti ho tirato un calcio ma se non avessi i capelli neri non l’avrei fatto, scusa se ti ho rubato la matita ma se hai l’astuccio aperto cosa dovevo fare

Cito solo un episodio: Mondiali 2006, gomitata a McBride in Italia - Stati Uniti. Meno di un mese dopo, a Berlino, De Rossi trasforma un rigore fondamentale contro la Francia appoggiando il pallone all’incrocio. Qualità, quantità, tenacia, sapienza tattica e grandi doti di palleggio. Daniele De Rossi è da anni uno dei migliori centrocampisti italiani ed europei con la testa calda, troppo calda. Ma un errore, qua e là, non deve e non può condizionare una carriera. Una sconfitta non può far dimenticare le vittorie e non può mandare all’aria un campionato. L’errore è un tassello fondamentale per costruirsi quel puzzle fondamentale che è la vita. L’errore è la prefazione della scusa, ma la scusa dev’essere vera. E De Rossi, all’esame di etica sportiva verrebbe bocciato almeno un paio di volte. Perché errare è umano, perseverare è diabolico ma chiedere scusa è da intelligenti.

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