Dalle dentiere ai bonus per tutti: questa non è una campagna elettorale, è un imbroglio

Sarà che sono tutti sicuri di non vincere, ma a sei mesi dal voto le forze politiche già stanno giocando a chi la spara sempre più grossa. Ma la flat tax di Salvini, il reddito di cittadinanza di Di Maio, i bonus di Renzi nulla possono contro la fantasia del vecchio Silvio. Troika, invadici tu

Berlusconi Linkiesta
28 Novembre Nov 2017 0757 28 novembre 2017 28 Novembre 2017 - 07:57

Generali dei carabinieri a Palazzo Chigi, guerre incrociate sulle fake news, coalizioni in cui si polemizza più con il vicino di casa – o col leader del proprio partito - anziché con l’avversario. Già così quella iniziata ufficiosamente domenica scorsa con la Leopolda di Matteo Renzi a Firenze e la kermesse di Forza Italia a Milano sarebbe la campagna più pazza e surreale della Storia d’Italia, tantopiù se si pensa che siamo solo all’inizio.

Ecco, vi bastasse questo, probabilmente non avete ancora visto i programmi, che alzano i livelli di surrealtà a vette che nemmeno Salvador Dalì. Soprattutto, se si considerano i vincoli di bilancio italiani – costituzionali e continentali - e l’attuale livello d’indebitamento pari al 132,6% del Pil, che non consente voli pindarici, soprattutto in relazione alla prossima fine del Quantitative Easing.

Pazienza. E così, poiché nessuna forza politica crede di poter vincere le elezioni, è una gara a chi la spara più grossa. Cominciamo da Luigi Di Maio e dal Movimento Cinque Stelle col suo reddito di cittadinanza, che altro non è che un reddito minimo garantito di 780 euro per tutte le persone che vivono sotto la soglia di povertà. Costo dell’operazione: 15 miliardi di euro all’anno se calcolato sul reddito complessivo famigliare, 90 miliardi circa se l’operazione riguardasse ogni singolo individuo. In entrambi i casi, non esattamente noccioline. Tanto più se a questo si somma l’abolizione della riforma delle pensioni firmata Elsa Fornero, che costerebbe dieci miliardi in più all’annoaddirittura trenta, secondo la Corte dei Conti. Auguri.

Il campione assoluto delle bombe elettorali tuttavia rimane sempre lui, il vecchio Cavaliere Silvio Berlusconi Che sinora, tuttavia, se l’era dovuta vedere con il pareggio di bilancio di Occhetto, con il cuneo fiscale di Prodi, l’ambientalismo del sì di Veltroni e le metafore di Bersani. A questo giro si è dovuto superare, per avere la meglio

E auguri pure a Matteo Salvini. Che al carico del ritorno alle care vecchie pensioni retributive aggiunge pure la tanto sbandierata flat tax, un’imposta unica sul reddito con aliquota fissata al 15% uguale per tutti, persone e aziende. Prezzo da pagare? Circa 63 miliardi, secondo Armando Siri, consigliere economico di Salvini, che sulla flat tax ci ha scritto un libro. A cui aggiungiamo pure – come da tesi congressuale - “l’impegno a investire e detassare tutto il detassabile ai centri di montagna e a chi decide di dedicarsi all'agricoltura, senza badare alle regole demenziali di Bruxelles”.

Se pensate che ci sia un argine che divide populisti e non, tuttavia, a questo giro vi sbagliato. O meglio: se c’è è molto sottile. Prendete Renzi, ad esempio. Che anche se non vuole abolire la legge Fornero, né vuole il reddito di cittadinanza, non è certo il campione di virtù del 2011 quando in spregio a ogni pavidità promise di riportare al 100%, in tre anni il rapporto debito/Pil (missione fallita, spiacenti), mentre ora vuole far salire il deficit dal 2,3% al 2,9%, tenerlo ancorato lì per cinque anni, e finanziare (a debito, perché di questo si tratta) uno shock fiscale da – parole sue - 30/50 miliardi. Fosse solo questo: già che c’era, il buon Matteo ha proposto un bonus di 80 euro al mese «alle famiglie che hanno figli» e la detassazione completa per i neoassunti nei primi tre anni di contratto a tempo indeterminato. Conti complessivi non ce ne sono ancora, ma a occhio siamo sui livelli dei cosiddetti populisti.

Il campione assoluto delle bombe elettorali tuttavia rimane sempre lui, il vecchio Cavaliere Silvio Berlusconi Che sinora, tuttavia, se l’era dovuta vedere con il pareggio di bilancio di Occhetto, con il cuneo fiscale di Prodi, l’ambientalismo del sì di Veltroni e le metafore di Bersani. Giorni felici, in cui bastava buttare lì una promessa a pochi giorni dal voto – un milione di posti di lavoro, meno tasse per tutti, aboliremo l’Ici – per stravincere o rovinare la vittoria altrui. A questo giro si è dovuto superare, per avere la meglio. Nell’ordine: via il bollo sulla prima auto, giù le imposte su casa e successione, flat tax pure lui (ma al 23%, ché siamo pur sempre moderati), pensioni minime a 1000 euro, adeguamento al valore dell’Euro di tutte le altre, cure per odontoiatria e ottiche gratuite e gratis pure il veterinario per il cane, ma solo una volta ogni quindici giorni, che «un anziano che ha un cane vive più sereno». Per la cronaca: mancano dai quattro ai sei mesi al voto. Preparate i popcorn per l’ultima settimana di campagna elettorale. A meno che la troika, disperata, non decida di invaderci prima.

Potrebbe interessarti anche