Altro che fake news, la nostra è l'epoca dell'impotenza culturale

Più che sparlare, bisognerebbe declinare il fenomeno al tempo d'oggi, per capirlo e affrontarlo. Iniziamo invece a parlare di impotenza, che è la parola che meglio descrive il periodo che stiamo vivendo

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4 Dicembre Dic 2017 1210 04 dicembre 2017 4 Dicembre 2017 - 12:10

Sdrammatizziamo: le fake news sono sempre esistite e gli esperti di etimologia e di linguaggio discutono se nell’antichità i primi ad essere bravi nel farle circolare siano statigli gli egizi o i greci. Così come è sempre esistita l’arte, una vera e micidiale tecnica, della propaganda da montare, in politica, specie quando scocca l’ora x della caccia al voto, ma anche in economia, quando si tratta di fare girare il denaro secondo l’antico principio del pecunia non olet e ancora di più quando gli interessi economici in gioco diventano enormi. Ciò che rende, però, davvero unico il periodo che stiamo vivendo, in materia di fake news, di bugie che creano (non) verità, è racchiuso in una parola: l’impotenza. L’impotenza di reagire. Per riconoscere le bufale o, meglio ancora, per riuscire a esserne in qualche modo immunizzati, e quindi meno vulnerabili. Questa impotenza, che apre la porta allo spreco della nostra intelligenza, delle nostre relazioni, del nostro benessere, e perfino dei nostri diritti di cittadini, è inversamente proporzionale a due fattori devastanti: la potenza, scusate il gioco di parole, della tecnologia, che non ha mai avuto un primato, mescolato alla finanza, così preponderante nella storia dell’uomo. E la perdita di autorevolezza, di credibilità, di capacità di certificare, di tutti coloro che pure hanno rappresentato, sempre e comunque, un’ancora per la collettività in termini di riferimenti. Pensate ai partiti, alle istituzioni, ai sindacati, ma anche a comunità scientifiche, come le università, travolte spesso da scandali che sommano sprechi, corruzione e crollo dell’attendibilità del loro operato. E quindi anche della loro parola.

L’impotenza di reagire. Per riconoscere le bufale o, meglio ancora, per riuscire a esserne in qualche modo immunizzati

Dobbiamo avere la consapevolezza che la guerra alle bufale sul web è appena iniziata, ammesso che davvero ci sia una volontà condivisa e maggioritaria di combatterla fino in fondo. E prima di chiedere ad altri che cosa possono fare, prima di invocare altre norme e altre autorità di verifica, forse è venuto il momento di domandare a noi stessi, uno per uno, come possiamo proteggerci e rafforzarci rispetto a questo diluvio di non verità. In pratica, come arginare le bufale su Internet, a partire dall’universo dei social? Notate il verbo che uso: arginare. La comunicazione sul web, infatti, oggi è imprescindibile: nessuno, in nessun ambito, ne può fare a meno. E una quota di errori, in buona o in cattiva fede, è da mettere comunque nel conto. Ciò è sempre avvenuto, tra l’altro, anche con altri mezzi di comunicazione, dalla carta stampata alla televisione.

Forse è venuto il momento di domandare a noi stessi, uno per uno, come possiamo proteggerci e rafforzarci rispetto a questo diluvio di non verità

Nel web, purtroppo, i controlli sono più scarsi di qualsiasi altro mezzo di comunicazione, quello che gli anglosassoni chiamano fact checking (il controllo dell’attendibilità di una notizia e di un post) quando pure arriva è puntualmente in ritardo. La tecnologia, senza controllo e senza mediazioni, ha consentito la nascita di una vera e propria tribù, anche con ottime competenze professionali sull’uso del web, di “inquinatori”, ovvero di persone che fanno diventare virali e vincenti le bufale. E una volta che la bufala del web è virale diventa difficile, quasi impossibile, fermarla. Da bugia si trasforma verità. E come tale condiziona l’opinione pubblica. L’impotenza, di fronte alle bufale, diventa la stessa di fronte al dileggio che può portare, come è purtroppo avvenuto, al suicido una ragazza responsabile solo di una grave leggerezza. Qualcosa che poi non ha saputo più fermare: la pubblicazione su Facebook di alcuni video hard che la vedevano protagonista.

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