Felicità? Il lavoro (forse) non è tutto, ma condiziona ogni aspetto della nostra vita

Partendo dalla constatazione che il benessere economico e l’industrializzazione non vanno di pari passo con livelli crescenti di benessere psicofisico, un'analisi di varie figure professionali spiega la complessa relazione tra lavoro e felicità

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4 Dicembre Dic 2017 1505 04 dicembre 2017 4 Dicembre 2017 - 15:05
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Trascorriamo gran parte delle nostre giornate sul luogo di lavoro.

Il lavoro oggi non ha più esclusivamente una funzione atta a procacciarci quello che ci serve per vivere, ma è anche una fonte di autorealizzazione, espressione delle proprie potenzialità, contributo costruttivo al mondo, luogo in cui poter intessere relazioni umane e professionali positive, collaborative, atte alla crescita interiore e professionale.

Il lavoro, d’altro canto, non è l’unico contesto in cui poter realizzare se stessi ma, secondo il fondatore della psicologia positiva, il professor Martin Seligman, esistono anche altri elementi fondamentali per il nostro benessere: la coltivazione di emozioni positive, il coinvolgimento pieno in attività dense di significato per noi, un senso di realizzazione profondo che si può acquisire in diverse aree di vita.

Nel contesto specifico degli ambienti di lavoro, Gallup World Poll ha condotto una ricerca per capire quali siano le professioni che possono rendere più felici le persone. Si è partiti dalla constatazione che il benessere economico e l’industrializzazione non vanno di pari passo con livelli crescenti di benessere psicofisico e felicità. Si è rilevato che gli operai di ogni settore industriale, manifatturiero, edile, dell’estrazione, dei trasporti, della pesca, dell’agricoltura, forestale, riferiscono livelli di felicità complessivi più bassi in tutte le aree del mondo, con un valore medio di 4,5 su 10. Al contrario le persone che si definiscono manager, executive, impiegati, professionisti riportano livelli superiori di felicità, con una media di 6 su 10. Il quadro si riferisce non solo a una valutazione complessiva della vita quotidiana, ma anche alle esperienze emotive professionali di ogni giorno. I colletti bianchi sperimentano stati emotivi più positivi, sorrisi, risate, divertimento e meno vissuti negativi, preoccupazione, ansia, stress, tristezza, rabbia. Queste statistiche descrittive rappresentano una media che appiattisce le differenze, ma la situazione resta simile anche quando si tengono in conto le diversità di educazione, reddito, età, sesso, stato civile e affettivo. La situazione dei professionisti, secondo questa ricerca, e la sua relazione con il benessere psicofisico appare molto complessa. I professionisti, in genere, hanno un livello inferiore di felicità rispetto agli impiegati a tempo pieno. Questo pare dipenda molto dalla parte del mondo in cui vengono effettuate le rilevazioni e dal tipo di misura stessa del benessere.

Nella maggior parte delle nazioni sviluppate la libera professione è associata a una valutazione più elevata della propria vita, ma a maggior emozioni negative quotidiane, ansia, stress, preoccupazioni. In sintesi: avere una professione autonoma sembra molto soddisfacente, ma stressante.

Non avere lavoro, invece, come facilmente intuibile, è molto deleterio per la salute psicofisica. Tale constatazione vale in ogni parte del mondo. Le persone con un impiego valutano la qualità della loro vita in modo nettamente superiore rispetto ai disoccupati. In aggiunta, i disoccupati riportano circa il 30% in più di emozioni negative nella loro vita quotidiana.

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