Fascisti e comunisti sono tornati (e se li ghettizzate gli fate un favore)

Anche in Italia, così come in tutta Europa, le ideologie simbolo del Novecento, che credevamo sepolte dalla Storia, stanno tornando. Chi pensa basti ignorare o reprimere, però, commette un grave errore. Farci i conti vuol dire innanzitutto ragionare sulle cause che le hanno rigenerate

Skinhead Linkiesta

DAVID GANNON / AFP

DAVID GANNON / AFP

5 Dicembre Dic 2017 0755 05 dicembre 2017 5 Dicembre 2017 - 07:55

«Il problema vero non sono quattro ragazzi, ma l'immigrazione fuori controllo». Così Matteo Salvini ha commentato l’irruzione compiuta qualche giorno fa dai militanti del Veneto Fronte Skinhead a Como, durante una riunione della rete di associazioni impegnata nell’assistenza ai migranti. Un’affermazione sgradevole, non c’è dubbio. Strumentale, sicuramente. Ma con un fondo di verità che faremmo bene a non sottovalutare e, anzi, a piantarci bene in testa. Che anziché scandalizzarci degli effetti, dovremmo occuparci delle cause che scatenano fenomeni politici nuovi.

Ecco, per l’appunto: l’ascesa delle destre nazionaliste e xenofobe a discapito delle destre liberali è un fenomeno politico nuovo. Così come lo è, del resto, pure l’ascesa delle sinistre radicali e anti-sistema. Così come lo è, pure, la nuova improvvisa popolarità di istanze autonomiste e indipendentiste come quelle scozzesi, catalane, corse, lombardo-venete.

Fate pure finta di non vederle, ma questo è quel che sta accadendo. Chiamatelo come volete, destra e sinistra, fascismo e socialismo, coscienza di luogo e coscienza di classe, ciò che credevamo irrimediabilmente novecentesco e sepolto dalla Storia sta tornando. A destra, con Orban e Jobbik in Ungheria, Duda in Polonia, Alba Dorata in Grecia, Marine Le Pen in Francia, Alternative fur Deutschland in Germania. E a sinistra, con Tsipras e Varoufakis in Grecia, Pablo Iglesias e Podemos in Spagna, Antonio Costa in Portogallo, Jean Luc Melenchon in Francia. Ognuno di loro non è che un frammento - grande o piccolo, giovane o vecchio, con molteplici gradazioni di estremismo - di un medesimo fenomeno continentale. Figlio a scoppio ritardato dello scongelamento dell’Europa a seguito della caduta del muro di Berlino, e poi della globalizzazione e dalla doppia recessione del 2008 e del 2011: l’allargamento dello spettro politico oltre i confini della liberaldemocrazia e della socialdemocrazia e delle loro ormai endemiche grandi coalizioni.

È un problema? Sì, lo è. Perché queste due ideologie - e lo sappiamo bene, l’abbiamo vissuto – portano fisiologicamente con loro lo scontro sociale, azione e reazione, tra popoli o tra classi, tra cittadini e stranieri, tra poveri e ricchi, giusti o sbagliati che siano. E a noi europei occidentali che abbiamo vissuto cinquanta e rotti anni di pace – anni di piombo esclusi, Jugoslavia esclusa - e che pensavamo di perpetrare questa condizione sine die grazie alla chimera dell’Europa Unita, ci ritroviamo al punto di partenza, spaventati e inorriditi dall’inevitabile ciclicità della Storia, maestra di vita fino a un certo punto.

Spoiler: quell’Europa è morta. Ed è finita la nostra infanzia felice di popoli rinati dalle ceneri di due conflitti mondiali. Oggi siamo nel pieno di una turbolenta adolescenza senza punti di riferimento, né ancoraggi sociali, siano essi la fabbrica, la famiglia, il partito, il popolo, la nazione, la razza. Siamo meticci e inermi. E poco ci importa, in fondo, se il mondo nel suo complesso sta meglio, se l’economia gira, se non c’è mai stato tanto lavoro, se tutto sommato si tiene botta con l’assistenza sociale più generosa del pianeta e una speranza di vita che tira verso i cento anni, inimmaginabile solo poche decine di anni fa. È il come che non funziona e ci destabilizza. Perché siamo inermi di fronte a processi più grandi di noi – la libera circolazione dei soldi, delle merci, delle persone, delle fabbriche – e perché affrontiamo tutto questo da soli, incapaci di trovare una rappresentazione collettiva in cui rifugiarci.

Spoiler: quell’Europa è morta. Ed è finita la nostra infanzia felice di popoli rinati dalle ceneri di due conflitti mondiali. Oggi siamo nel pieno di una turbolenta adolescenza senza punti di riferimento, né ancoraggi sociali, siano essi la fabbrica, la famiglia, il partito, il popolo, la nazione, la razza. Siamo meticci e inermi. E poco ci importa, in fondo, se il mondo nel suo complesso sta meglio

Ed ecco allora che tutto torna: le vecchie bandiere, i vecchi slogan, le vecchie ideologie. Non solo a destra, peraltro: dal nuovo, vecchio Labour di Jeremy Corbyn che anche nella sua iconografia riprende i temi e le immagini delle antiche lotte sindacali degli anni ’70 e ’80, prima che Blair rompesse con le Trade Union, sino alla testuggine di Casa Pound, le bandiere prussiane che sventolano nei cortei tedeschi e troneggiano appese nelle caserme fiorentine, la bandiera verde della falange nazional radicale polacca degli anni ’30, dalle forti connotazioni antisemite, sventolata nel maxi corteo di Varsavia contro l’invasione straniera – in un Paese che ha meno del 2% di stranieri residenti – dello scorso 11 novembre.

Spoiler, parte seconda: l’approdo alla nostra età adulta, l’esito della nostra perturbante adolescenza, dipende da come sapremo reagire a questi sommovimenti. Di fronte abbiamo due strade, nessuna delle quali è esente da rischi. Se li ghettizzeremo come scarti del passato, se ne negheremo la cittadinanza politica fino a escluderli da ogni rappresentazione politica e mediatica, se rifiuteremo di misurarci con loro, daremo loro un formidabile strumento di legittimazione tra le masse impaurite, rancorose e rabbiose. Se invece daremo loro piena legittimità a esistere, accettando il confronto con le loro idee e con le loro ricette estreme dovremo essere capaci, da liberaldemocratici e socialdemocratici, di essere all’altezza del dibattito. Altrimenti, senza scomodare il passato, rischiamo di finire come l’Ungheria e la Polonia.

Non è una scelta semplice, ma la risposta giusta esiste ed è la seconda. Perché ci impone di agire sulle cause dello stato in cui siamo, anziché semplicemente biasimarne gli effetti. Intendiamoci: agire sulle cause non vuol dire non reprimere chi predica o pratica la violenza e l’intolleranza verso le idee altrui. Nè vuole dire, banalmente, buttare a mare la globalizzazione e il libero mercato. Né chiudere le frontiere e rispedire tutti i migranti a casa loro. Al contrario, consiste nel guardare in faccia alla realtà, nell’accettare il fatto che qualcosa non abbia funzionato, che la Storia non è finita, che il malessere ha più di qualche fondamento. E avere il coraggio di correggere quel qualcosa che non va, anche a costo di generare nuovi squilibri, anche a costo di buttare a mare qualche dogma e qualche certezza. Ad esempio, far pagare le tasse ad Apple e Amazon è una buona idea, tanto per cominciare. E organizzare un sistema di accoglienza dei richiedenti asilo come si deve, senza lasciare che sia un prefetto che decida di ammassarli a caso nell'albergo o nel rudere sfitto del primo palazzinaro che si offre volontario, pure.

Non abbiamo abbastanza lungimiranza, né tantomeno una visione politica all’altezza di questa sfida, ma sappiamo che va affrontata. Per farlo bisogna ascoltare pure loro, i nuovi estremisti? Probabilmente sì. È necessario dialogarci, anche a costo di diventarne cassa di risonanza? Altrettanto. È rischioso? Sì, molto. Ma non c’è adolescenza che non lo sia. E non c’è adulto che è realmente tale senza esserci in qualche modo passato in mezzo. Oggi tocca a noi. Prima ce ne facciamo una ragione, meglio è.

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