Solo la politica può sconfiggere il rancore, ma si limita a rincorrerlo

I dati Censis parlano di un Paese rancoroso e impaurito dal futuro. Nel frattempo, però, l'industria cresce più della Germania, mentre noi spendiamo sempre di più in tempo libero e, pare, siamo soddisfatti della nostra vita

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5 Dicembre Dic 2017 1415 05 dicembre 2017 5 Dicembre 2017 - 14:15
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Qualche giorno fa è stato reso noto il 51° Rapporto sulla situazione sociale italiana, stilato dal Censis di cui ha scritto anche Francesco Cancellato. Molti hanno commentato questi dati che offrono una fotografia nitida della nostra società. Partiamo dalle note positive: tutti gli indicatori economici sono in aumento, tranne quello relativo agli investimenti pubblici.

La produzione industriale italiana ha avuto un incremento del 2,3% nei primi sei mesi di quest’anno, facendo meglio di Germania e Spagna che hanno segnato +2,1%, dell’1,9% del Regno Unito e dell’1,3% della Francia. Vola anche l’export, nel 2007 le aziende che esportavano erano 10 mila in meno rispetto al 2016 quando sono arrivate a quota 215 708. Tra il 2013 e il 2016 la spesa destinata ai consumi è aumentata del 4% e ciò che colpisce è che si spende non solo per i beni di prima necessità ma per una serie di prodotti e servizi volti a migliorare la qualità della vita, dalle vacanze al cinema, al teatro e alle mostre, dal consumo di cibo in ristoranti e trattorie all’acquisto di accessori e così via. A questo proposito il Censis fa notare che gli Italiani tra il 2007 e il 2016 hanno speso il 12,5 % in più per servizi culturali e ricreativi. Sono aumentati i visitatori dei musei, gli spettatori al cinema e gli acquisti di device digitali.

Un discorso a parte merita poi il turismo, l’Italia nel 2016 ha visto quasi 117 milioni di arrivi e 403 milioni di presenze, grazie alla componente straniera pari a quasi la metà del totale. Inoltre il 78,2% degli Italiani dichiara di essere molto o abbastanza soddisfatto della propria vita. Eppure altri numeri ricavati dal Censis avviano più di una riflessione. Il 62,1% di chi è benestante, il 65,4% della classe media e il 71,5% di chi ha minore disponibilità economica teme il declassamento sociale. In maniera complementare il 71,4 % dei più ricchi, l’83,5% della classe media e addirittura l’87,3% di chi ha meno possibilità economiche ritiene che sia difficile cambiare la propria collocazione nella scala sociale. Nemmeno i millennial sono fiduciosi in questo senso, dal momento che la stragrande maggioranza la pensa allo stesso modo. Stando così le cose non sorprende quindi che i nostri connazionali non si fidino dei partiti (84%) dell’Esecutivo (78%), del Parlamento (76%) e delle Istituzioni locali (70%). Anche i sindacati hanno assistito tra il 2015 e il 2016 a una riduzione del numero degli iscritti e hanno registrato 180 mila tessere in meno.

Cosa fare davanti a questo scenario? Non è sufficiente elencare i dati positivi di questi anni che naturalmente ci sono, dal momento che dall'altra parte stanno mettendo radici la sfiducia e il pessimismo e soprattutto perchè i numeri non bastano a risolvere il contrasto stridente tra le aspirazioni e la mancata mobilità sociale. Questo è il momento della cura delle aspettative

Il report del Censis è molto corposo e vengono analizzati numerosi aspetti di come viene percepita la situazione sociale ed economica italiana, in generale per descrivere questo scenario caratterizzato dal paradosso di una ripresa economica avviata ma da uno scetticismo dilagante è stato adoperato il termine rancore. Mauro Magatti su Avvenire dello scorso 2 dicembre ha scritto: “È la mancanza di futuro la povertà più grande che attanaglia in questo momento l’Italia e che genera tanta rabbia e risentimento (..) La stragrande maggioranza degli italiani dichiara infatti di non vedere davanti a sé un futuro promettente (..)” Il sociologo pone l’accento su una popolazione che si sente abbandonata e che chiede un nuovo legame sociale anche tra le generazioni. Ha scritto infatti Magatti: “Per navigare in questa nuova situazione occorre riconoscere di essere tutti sulla stessa barca, organizzare bene l’equipaggio, dotarsi degli strumenti necessari, liberarsi dei pesi inutili (..) La speranza è di vedere qualcuno che non abbia paura di parlare al Paese, facendogli capire che ci si può salvare solo insieme, ingaggiandosi in un percorso che richiede, sì, tempo e costanza, ma che è il solo modo per riaprire il futuro.” Questo è infatti il momento in cui indicare una strada per superare questa condizione o almeno per provare a farlo.

Il rapporto del Censis evidenzia in maniera plastica come nonostante la ripresa economica il rancore sia aumentato e questo porta subito a pensare ai populismi che rischiano di diventare maggioranza culturale e politica. Cosa fare davanti a questo scenario? Non è sufficiente elencare i dati positivi di questi anni che naturalmente ci sono, dal momento che dall'altra parte stanno mettendo radici la sfiducia e il pessimismo e soprattutto perchè i numeri non bastano a risolvere il contrasto stridente tra le aspirazioni e la mancata mobilità sociale. Questo è il momento della cura delle aspettative, dell'ascolto, della riscoperta di un dialogo per non disperdere quello che di buono è stato fatto. Questo compito riguarda tutti ma soprattutto la politica. La sociologa Chiara Saraceno sul Sole 24 Ore dello scorso primo dicembre ha scritto: “Credo che ci sia ancora in questo Paese una ricchezza di persone che hanno voglia di fare, di mettersi in gioco: non solo rancorosi, ma costruttivi. È che anche loro sono sfiduciati perché non trovano interlocutori. La politica dovrebbe cominciare a interloquire un po’ di più, ad ascoltare. Invece non lo sta facendo per rincorrere i diversi rancori. È una competizione al ribasso”. Trasformare il rancore in energia costruttiva, propositiva e farlo attraverso l'ascolto, ecco un altro compito che spetta a tutti noi, innanzitutto alla politica.

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