È il paradiso, sarà l’inferno: la scomoda verità dell’Ocse sulle pensioni italiane

Siamo quelli che vanno in pensione prima, con un assegno alto. Saremo quelli che andranno in pensione più tardi e con assegni che rischiano di essere da fame. I numeri dell’Ocse sono impietosi nel dircelo. Sempre che chi di dovere abbia voglia di sentirseli dire

Pensionato Incazzato Linkiesta
6 Dicembre Dic 2017 0755 06 dicembre 2017 6 Dicembre 2017 - 07:55
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Quante bugie che ci raccontiamo sulle pensioni. Non lo diciamo noi, ma l’Ocse, che ha diffuso giusto ieri il suo “Pensions at glance 2017”, rapporto comparativo su tutti i sistemi previdenziali del pianeta, in cui spicca, tra le altre, una scheda appositamente destinata al nostro Paese. Uno dei tre Paesi più anziani del mondo, ricordiamolo sempre, insieme a Germania e Giappone. Soprattutto, il Paese col sistema pensionistico più caro d’Europa, e quindi del mondo. Non solo per il suo 15% del Pil abbondante dedicato a coprire i costi della previdenza, contro una media europea attorno al 10%. Ma anche perché è quello più costoso (secondo solo all’Ungheria) per l’impresa e per il lavoratore, quando ancora non si è ritirato, che deve versare ogni mese un obolo pari a un terzo del suo stipendio.

Più costoso, dicevamo, ma anche uno di quelli più generosi. In media un lavoratore di un Paese Ocse, quando va in pensione, si prende il 53% dello stipendio. In Italia questa percentuale cresce all’83%, perché così hanno voluto partiti e sindacati, accettando che l’assegno si calcolasse sulla base dell’ultima busta paga percepita, nell’unico Paese al mondo in cui gli stipendi si calcolano in base all’anzianità di servizio.

Non è nemmeno troppo vero che oggi come oggi si vada in pensione tardi. Al contrario, l’età effettiva di uscita dal mercato del lavoro è di circa 63 anni, inferiore a quella di Spagna, Olanda, Danimarca, Regno Unito, Stati Uniti e Giappone (dove si smette di lavorare a settant’anni!)

Peraltro, altra cosetta che difficilmente sentirete raccontare da Cesare Damiano e Susanna Camusso, non è nemmeno troppo vero che oggi come oggi si vada in pensione tardi. Al contrario, l’età effettiva di uscita dal mercato del lavoro è di circa 63 anni, inferiore a quella di Spagna, Olanda, Danimarca, Regno Unito, Stati Uniti e Giappone (dove si smette di lavorare a settant’anni!), e più in generale alla media dei Paesi Ocse. Una specie di Bengodi, insomma.

Alt! Una specie di Bengodi per chi in pensione ci è già. Per chi arriva dopo, il Paradiso rischia di trasformarsi in un girone dell’inferno. Perché l’età della pensione si è alzata e si alzerà di anno in anno, sino a superare presto i settant’anni e a lambire i 72 per i nati nel 1996. Perché il metodo di calcolo è cambiato da retributivo a contributivo, calcolato sulla base dei contributi versati nel corso di una vita, non in funzione dell’ultima retribuzione. Perché i rapporti di lavoro si sono fatti sempre più frammentati e incostanti. Perché l’età d’ingresso nel mercato del lavoro sta aumentando sempre di più. Perché, come racconta l'ultimo rapporto Ismu, presto o tardi dovremo farci carico di una consistente fascia anziani stranieri con una pensione poverissima. Tutto questo con un debito pubblico tra i più alti mondo appoggiato alle nostre tempie, che ci ricorda ogni minuto (non ai politici in campagna elettorale, ma dopo sì, anche a loro) che indietro non si può tornare e che un sistema pensionistico come quello di prima possiamo solo sognarcelo la notte.

“La sfida attuale per l’Italia è limitare la spesa pensionistica nel breve e nel medio periodo e rispondere a un tema di adeguatezza per i pensionati di domani”, conclude l’Ocse Non ci rimane che agire altrove, insomma. Cercando quanto più possibile di ridurre la disoccupazione e i buchi contributivi di chi oggi sta lavorando (o dovrebbe lavorare). Ridisegnando la carriera lavorativa così da permettere a chi dovrà lavorare sino a settant’anni di farlo in modo utile – ad esempio formando i lavoratori più giovani - senza diventare un costo o un rischio per l’impresa. Come farlo è la domanda numero uno dei prossimi vent’anni. Prima o poi ci toccherà rispondere.

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