Commissione banche, un altro flop di Renzi: doveva incastrare D’Alema, si parla solo della Boschi

Dal caso Bonifazi alla testimonianza di Rossi, dall’audizione di Ghizzoni alle liti con De Bortoli: doveva essere la commissione che allargava lo sguardo e le responsabilità della crisi del credito, per ora si è rivelata un clamoroso autogol

Maria Elena Boschi Linkiesta
7 Dicembre Dic 2017 0745 07 dicembre 2017 7 Dicembre 2017 - 07:45

«Non vedo l'ora che parta questa commissione d'inchiesta sulle banche, è sembrato per mesi che il problema fosse soltanto di due-tre banchette toscane, ma sarà interessante discutere di Banca Popolare di Vicenza, della Banca Popolare di Bari e di Banca 121». Così parlò Matteo Renzi, lo scorso 15 febbraio, in un infuocata direzione del Partito Democratico. A tutti era sembrata una chiara ed esplicita chiamata in correità della cosiddetta “finanza rossa” – e più precisamente di Massimo D’Alema – nei dissesti finanziari che hanno funestato diversi istituti di credito nel corso di questi ultimi anni. Soprattutto, un modo per distogliere almeno in parte l’attenzione dall’affaire Banca Etruria, istituto aretino di cui Pier Luigi Boschi, padre del ministro Maria Elena Boschi è stato vicepresidente dal 2014 al 2016, e che lo stesso governo Renzi ha commissariato nel novembre del 2015.

E insomma, a volte ci piacerebbe essere una mosca nella stanza in cui Renzi decide le proprie strategie insieme ai suoi accoliti. Perché davvero ci piacerebbe capire come sia uscita l’idea di inaugurare questa commissione banche nell’imminenza delle elezioni politiche, quando ognuna delle sette crisi bancarie era stata risolta e dimenticata dagli elettori. E come sia venuto in mente di pretendere che nella commissione sedesse anche Francesco Bonifazi, ex fidanzato di Maria Elena Boschi e attuale datore di lavoro, nel suo studio di avvocato, del fratello Emanuele, che fino a poco tempo prima lavorava in Banca Etruria. E come nessuno abbia potuto pensare che la commissione banche potesse essere l’occasione perfetta, per le opposizioni, di rivangare il caso delle presunte parole di Federico Ghizzoni, ex amministratore delegato di UniCredit, cui secondo la ricostruzione di Ferruccio De Bortoli, sarebbe stato chiesto dal ministro Boschi in persona di valutare l’acquisizione di Banca Etruria, dopo che lei aveva affermato in parlamento che non si fosse mai occupata della banca vicepresieduta dal padre e in cui lavorava il fratello. Che, in poche parole, la commissione banche non si sarebbe trasformata in commissione Boschi.

Magari il vento cambierà, sia chiaro. Per ora, dobbiamo rilevare che di Mps e Popolare di Vicenza e Veneto Banca – casi ben più gravi di quello di Banca Etruria – non ne sta praticamente parlando, tra giornali e televisioni. Che le responsabilità che continuano a guadagnare titoli sui giornali e puntate di talk show sono sempre quelle – minime e indirette finché si vuole - di Maria Elena Boschi

Guarda un po’, è successo. Prima, per l’appunto, con le polemiche sul ruolo e i conflitti d’interesse di Bonifazi, che minacciando querele a destra e manca ha, come si suol dire, dato la notizia due volte. Poi con le polemiche sulla testimonianza del pubblico ministero di Arezzo Roberto Rossi, già consulente del governo Renzi, che in audizione ha sollevato ogni responsabilità da Pier Luigi Boschi sui finanziamenti allegri della banca, negando vi fossero rilievi penali a suo carico, salvo poi essere costretto a smentirsi poche ore dopo, quando è emerso che in effetti il signor Boschi è effettivamente iscritto nel registro degli indagati della sua procura. Infine, per le polemiche relative alla prossima audizione di Ghizzoni, con ridde di indiscrezioni giornalistiche che raccontano i tentativi del Pd di ostacolare tale audizione, costringendo il presidente Orfini a smentire queste voci e, ancora una volta, ad amplificare l’attenzione attorno a un caso che coinvolge Maria Elena Boschi. La quale, a sua volta, a sette mesi dall’uscita del libro, ha deciso di intentare una causa di risarcimento danni – civile, non penale – contro Ferruccio De Bortoli. Anche in questo caso, titoli su titoli. E, già che ci siamo, richieste di dimissioni e inviti pubblici a farsi da parte alla stessa Boschi.

Magari il vento cambierà, sia chiaro. Magari Ghizzoni scagionerà la Boschi e De Bortoli dovrà scusarsi con lei e il fronte renziano segnerà decine di punti a suo favore. Per ora, dobbiamo rilevare che tutto questo non sta accadendo. Che di Mps e Popolare di Vicenza e Veneto Banca – casi ben più gravi di quello di Banca Etruria – non ne sta praticamente parlando, tra giornali e televisioni. Che le responsabilità che continuano a guadagnare titoli sui giornali e puntate di talk show sono sempre quelle – minime e indirette finché si vuole - di Maria Elena Boschi, con buona pace di chi crede, come noi, che su Bankitalia, su Ignazio Visco e sulle classi dirigenti di destra e di sinistra che si sono succedute negli ultimi vent’anni ci sarebbe tantissimo da dire.

Per ora, insomma, la commissione banche si è rivelata un harakiri piuttosto clamoroso di Matteo Renzi, che è riuscito nel miracolo di far tornare nell’occhio del ciclone la Boschi, e in auge un tema in merito al quale ha solo da perdere, poiché unico attore in commedia direttamente coinvolto nelle vicende bancarie – anche solo per il fatto di essere stato Presidente del Consiglio a crisi in atto. Un suicidio in piena regola che tradisce tutta la fragilità psicologica del “Giglio Magico” su questo tema, visibile anche solo dalle risposte piccate con cui apostrofano chi, per strada o a margine dei suoi comizi, addossa loro la responsabilità di aver perso tutto. E che forse, più saggiamente, poteva essere accantonato in attesa di tempi migliori, lasciando tutto il cono di luce al governo in carica e al suo presidente del consiglio Paolo Gentiloni, che si trova nella paradossale situazione di essere l’uomo politico più apprezzato d’Italia, espressione di un partito in caduta libera. Brutta bestia, il narcisismo.

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