Ecco perché Dio è un mafioso, e l'antimafia un trastullo borghese

L'attacco di Sgarbi a Di Matteo ha svelato la serietà inutile dell'antimafia che supera ogni laicità sfondando la parete della blasfemia. La mafia oggi è un simulacro di volontà di potenza dove si riversano rabbie e frustrazioni

The Godfather Played By Marlon Brando Jpg 1003X0 Crop Q85
7 Dicembre Dic 2017 0725 07 dicembre 2017 7 Dicembre 2017 - 07:25

Finalmente Sgarbi porta all’attenzione nazionale ciò che in Sicilia si sussurra da tempo. La seriosità inutile dell’antimafia che ha presa soltanto sui “poveretti” (così ci appella Vittorio Sgarbi, e fa bene), ossia su quei poveri di spirito che non hanno altra manifestazione di intelligenza oltre all’espressione grave, come se avessero preso una storta alla caviglia o fossero diventato calvi anzitempo come Saviano.

Ma la portata del ragionamento supera Sgarbi così come supera l’antimafia e perché no la mafia stessa. Chiunque prende la mafia “seriamente” compie un peccato insanabile, crede cioè dire che questo mondo sia in qualche maniera “salvabile”, “redimibile”, crede che il mondo stia aspettando “loro”, come singolo o come comunità, per essere salvato. L’aspetto più ilare consiste nella “cristologia” che ogni salvatore del mondo dalla criminalità organizzata fa di se stesso: si dichiara laico ma assume su di sé ogni simbolo e significato del Cristo, la corona di spine, il sacrificio, la persecuzione, i barabba che la fanno liscia. L’Antimafia supera ogni laicità sfondando la parete della blasfemia. Gli “intoccabili” rifiutano il “sacro” ma lo pretendono su se stessi: portano la “scorta” come la Croce.

Eppure siamo nel puro campo dell’intrattenimento. L’Antimafia non è diversa da “Gomorra, la serie”. Non ha una “serietà” che trascende la fiction. Non è “profonda”. E’ “popolare”, con tutto il disprezzo che si può dare a questo termine.

I bambini morti, in pericolo, o salvati all’ultimo minuto sono parte integrante della retorica antimafiosa, della loro “fiction”, intendendo con “fiction” non la trasposizione cinematografica o la letteratura, ma la loro stessa esistenza. Essi non fanno antimafia, intrattengono, o per meglio dire “si” intrattengono. L’antimafia è il giocattolo attraverso il quale ci si distrae dagli orrori del mondo (ovviamente, per antimafia, intendo ogni attività che non tenga in considerazione che “il meglio è nemico del bene”).

Eppure io, di fronte a un bambino in pericolo, non posso fare a meno di pensare: e se quel bambino salvato dall’antimafia morisse poi di cancro o fosse dimenticato e abbrustolito in automobile per un black out mentale dei genitori? A che serve salvare il mondo quando il vero mafioso, il vero Boss, è Dio?

Esso si comporta come un vero mafioso: chiede il pizzo sotto forma di sacrificio, giudica senza un regolare processo, uccide per capriccio. La retorica antimafiosa, e con essa ogni retorica volta al “meglio” non tiene conto che “questo” mondo, ripeto “questo”, ha come unico scopo quello di incutere terrore. La retorica antimafiosa è una “distrazione”. E la mafia è tanto più importante poiché fornisce la materia utile a tale intrattenimento. Io ogni tanto immagino un mondo senza mafia, un mondo senza criminalità organizzata, e mi immagino questi antimafiosi messi di fronte alla mostruosità del mondo senza il filtro mafioso: faccia a faccia con Dio si ucciderebbero all’istante.

Nell’epoca di Trump, della Nord Corea, della Libia, la mafia è un trastullo borghese, un simulacro di volontà di potenza dove si riversano rabbie e frustrazioni. Si sventolano i morti per mafia come si sventolano le strenne di Natale: il mio morto è più morto del tuo. Perché un morto di mafia assurgerebbe a una dimensione più alta di un morto di tumore o di semplice vecchiaia? Perché non trarre dalla morte e dalla tragedia l’insegnamento che la morte e la tragedia ci suggeriscono e farne invece uno strumento di promozione personale? Credo sia lì l’osceno indicibile dell’antimafia: “Il mio morto è più bello del tuo”.

Potrebbe interessarti anche