Prima ancora di nascere il centrosinistra è già fallito

Pisapia e Alfano se ne vanno, il Pd scopre di essere rimasto solo. Mentre evapora il progetto di un’ampia alleanza, Renzi si accorge di aver perso ogni capacità attrattiva: non è un bel segnale in vista delle elezioni. Resta un dubbio: perché fare una legge elettorale che premia le coalizioni?

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7 Dicembre Dic 2017 1131 07 dicembre 2017 7 Dicembre 2017 - 11:31

Alla fine Matteo Renzi è rimasto da solo. Alla vigilia della campagna elettorale la coalizione di centrosinistra evapora. Uno dopo l’altro gli alleati si sfilano, il sogno di un ampio fronte da aggregare al Partito democratico tramonta miseramente. La giornata di ieri sarà ricordata come la principale tappa della disfatta. Prima se n’è andato l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, poi ha annunciato un passo indietro Angelino Alfano. In un colpo solo il Pd ha perso due dei principali compagni di viaggio.

Tutto a un tratto il centrosinistra diventa un’illusione. Un progetto fallito prima ancora di cominciare. Dopo un anno di tentativi, Pisapia ha preso atto della situazione e si è arreso. Secondo alcuni non è stato capace di gestire la pressione, secondo altri ha solo anticipato di qualche tempo l’inevitabile implosione di Campo progressista (già oggi i dirigenti del movimento sono dati in libera uscita). Probabilmente hanno pesato molto le scelte parlamentari del Partito democratico, che in questi giorni ha praticamente abbandonato ogni possibilità di approvare lo Ius Soli, un provvedimento che l’ex sindaco di Milano considerava fondamentale per stringere l’alleanza. Chissà. Magari Pisapia si è semplicemente accorto che non esiste più alcuno spazio politico tra i dem e la nuova formazione di sinistra guidata da Pietro Grasso.

Certo, si dirà che in fondo è quello che Renzi ha sempre voluto. La convinzione di essere autosufficienti - e magari un po’ di arroganza - ha sempre portato a immaginare un partito a vocazione maggioritaria. Una scelta singolare, visto che solo pochi mesi fa il Pd ha spinto per approvare una legge elettorale che premia le coalizioni

Come se non bastasse, adesso saluta tutti anche Alfano. Il leader di Alternativa Popolare ha annunciato a sorpresa che al prossimo giro non si candiderà e non accetterà ruoli di governo. La formazione centrista che doveva garantire al centrosinistra i voti dei moderati inizia a traballare. Ufficialmente il partito non ha ancora preso una decisione: a giorni il gruppo dirigente dovrà scegliere la collocazione alle prossime elezioni. Del resto, non è un mistero, tra gli ex berlusconiani sono in molti a spingere per tornare nel centrodestra. Ma c’è anche chi, come il coordinatore Maurizio Lupi, insiste per correre da soli. E così insieme al Partito democratico rischia di rimanere solo una piccola pattuglia di parlamentari centristi.

Il Pd si trova scoperto sia a sinistra che al centro. Mentre sfuma l'ipotesi di una coalizione larga, Renzi si accorge di essere rimasto solo. L’ampio fronte che doveva contendere la vittoria a centrodestra e grillini è divenuto impalpabile. In quel che resta del centrosinistra rimangono i Verdi di Bonelli e alcuni ex dirigenti di Sel come il sindaco di Cagliari Massimo Zedda. Ci sarà l’Italia dei Valori e ci sarà il partito socialista di Nencini (ma non la componente guidata da Bobo Craxi, che ha scelto di schierarsi con Pietro Grasso). Con tutto il rispetto, si tratta di sigle minoritarie che difficilmente potranno superare la soglia di sbarramento. Persino la presidente della Camera Laura Boldrini ormai è data in avvicinamento alla formazione di sinistra Liberi e Uguali. E la lista europeista dei Radicali? La formazione guidata da Emma Bonino deve ancora decidere se formalizzare un’intesa. Come hanno sempre spiegato i diretti interessati, le distanze politiche con il Pd restano enormi. Da questo punto di vista la scelta di accantonare lo Ius Soli rischia chiudere ogni possibilità di dialogo. E poi c’è un problema oggettivo. La raccolta firme quasi impossibile a cui sono chiamati i radicali mette a serio rischio la presenza della lista +Europa alle prossime elezioni.

L’abusata metafora delle folle che scendono dal carro di Renzi stavolta è fin troppo calzante. Dal punto di vista comunicativo è un bel problema: l’immagine di un leader abbandonato dai suoi alleati non è il massimo per iniziare la campagna elettorale

A nulla è servito il tentativo di Piero Fassino, mandato avanti dal partito per cercare un’intesa con gli alleati. Il Pd rimane isolato e si accorge di aver perso ogni capacità attrattiva. L’abusata metafora delle folle che scendono dal carro di Renzi stavolta è fin troppo calzante. Dal punto di vista comunicativo è un bel problema: l’immagine di un leader abbandonato dai suoi alleati non è il massimo per iniziare la campagna elettorale. Certo, si dirà che in fondo è quello che Renzi ha sempre voluto. La convinzione di essere autosufficienti - e magari un po’ di arroganza - ha sempre portato a immaginare un partito a vocazione maggioritaria. Una scelta singolare, visto che solo pochi mesi fa il Pd ha spinto per approvare una legge elettorale che premia le coalizioni. È un errore di valutazione che adesso rischia di costare caro. «La forza attrattiva di Matteo Renzi è in forte calo» spiega in un’intervista al Corriere Bruno Tabacci, tra i più stretti collaboratori di Pisapia. «Adesso le prossime elezioni politiche sono una sfida a due tra il centrodestra e il Movimento Cinque Stelle».

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