Per i giovani la crisi è stata peggio di una guerra. E gli anziani sono stati traditori in battaglia

I dati del rapporto integrato sul lavoro mettono nero su bianco come a pagare la crisi sia stata prevalentemente una classe di età: i giovani, tanto peggio se al primo impiego, ancora di più se sono del Sud

Soldi Linkiesta
12 Dicembre Dic 2017 0755 12 dicembre 2017 12 Dicembre 2017 - 07:55
WebSim News

La crisi è stata peggio di una guerra, per i giovani italiani. Lo diciamo dopo aver letto il primo rapporto integrato sul mercato del lavoro, figlio dell’incrocio dei dati del ministero del lavoro, Istat, Inps, Inail e Anpal. Un rapporto che mette nero su bianco che la realtà riesce a essere persino peggiore di quanto pensassimo fosse: che l’aumento della disoccupazione è soprattutto giovanile. Che al Sud, per i giovani, la situazione è simile a quella greca. Che la disoccupazione di lunga durata è diventata una malattia talmente endemica che la ricerca del primo impiego riguarda ormai parecchi trentenni. Che 18 miliardi di decontribuzione alle nuove assunzioni hanno fatto il solletico a questa china. Che tra qualche anno, questi buchi contributivi, peseranno come macigni sul bilancio dell’Inps.

I dati, dicevamo. Il primo: tra il 2008 e il 2016, il tasso di occupazione per i 15-34enni è diminuito di 10,4 punti rispetto al 2008, a fronte di un aumento di 16 punti per i 55-64enni. La diciamo in un altro modo: nella crisi si è deciso che i posti di lavoro sacrificabili erano quelli dei giovani. E che l’obiettivo di mantenere a ogni costo chi già lavorava è stato perseguito a discapito di chi doveva ancora entrare.

Risultato? Due: l’età media della popolazione in età da lavoro è aumentata vertiginosamente, passando da poco più di trenta a più di quarant’anni tra il 1993 e il 2017, in soli 25 anni, e si stima arriverà a 45 nel 2036. Già oggi, peraltro, nella scuola e nella pubblica amministrazione, che in teoria dovrebbero essere settori innovativi e di frontiera, l’età media dei dipendenti si aggira attorno ai 48 anni. Del resto, se non puoi licenziare gli anziani, puoi solo bloccare il turnover. Ossia, non far entrare i giovani. Cristallino.

Tre: se calano i posti pubblici, per il Mezzogiorno sono guai. E infatti è lì che la crisi occupazionale batte violentissima. Ad esempio, il tasso di disoccupazione al Nord è addirittura più basso rispetto alla media europea - 7,6% contro 8,6% - mentre nel Mezzogiorno lambisce il 20%, il valore più elevato dell’Ue28 dopo la Grecia.

Quattro: sorpresa (sarcasmo) si tratta prevalentemente di disoccupazione giovanile. Soprattutto, si tratta di disoccupazione giovanile di lunga durata. In altre parole, di giovani che non riescono per anni a trovare un posto di lavoro, pur cercandolo: il 61,3% dei giovani disoccupati del Sud – sei su dieci! – è da più di due anni che non lavora.

Tra il 2008 e il 2016, il tasso di occupazione per i 15-34enni è diminuito di 10,4 punti rispetto al 2008, a fronte di un aumento di 16 punti per i 55-64enni. La diciamo in un altro modo: nella crisi si è deciso che i posti di lavoro sacrificabili erano quelli dei giovani

Fosse un problema solo del Sud, però. Perché – cinque – la questione della disoccupazione di lunga durata è un problema che tocca tutta la popolazione giovanile d’Italia. Tra i disoccupati di lunga durata, più di due su tre, il 67,7%, sono giovani che ancora stanno cercando il primo impiego. E se pensate sia un problema da ragazzini, state sbagliando film: la percentuale di giovani senza esperienze lavorative è del 25,8% dei 25-29enni e del 12,6% dei 30-34enni non hanno mai lavorato. Ripetiamo: più di un 30-34enne su dieci non ha mai lavorato in vita sua.

Sei: il divario con l’Europa aumenta – passi le Alpi e ops, i giovani trovano lavoro -, ma soprattutto l’intermittenza e la precarietà lavorativa non consentono alcun volo pindarico e a dire il vero nemmeno le più modeste aspirazioni. Col corollario – spiacevole già oggi, anche se di là negli anni – di una pensione da fame, figlia di contributi versati, se versati, a singhiozzo. E di servizi e ammortizzatori che molto probabilmente risentiranno di una spesa per interessi sul debito pubblico che si farà sempre più importante, nei prossimi anni, se non ci decideremo a tirare giù un po’ il debito.

E insomma, se c’è una cosa che questo rapporto integrato ci racconta bene è che da quella guerra del lavoro, i giovani sono usciti morti stecchiti. E che tutto quel che si poteva fare, per provare a prepararsi alla sciagura più o meno imminente, non è stato fatto. Perchè chi di dovere - gli anziani: nomi e cognomi - ha avuto paura di perdere. E ha imposto, così facendo, la sua paura la Paese. Era un Paese per vecchi, l’Italia? Lo è ancora, forse ancora di più. Basta saperlo.

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