Amazon, Facebook, Ryanair: il 2017 è inizio della grande ribellione contro gli innovatori pigliatutto

I lavoratori che scioperano, la Vestager che fa pagare le tasse, i tribunali che concedono ferie e salari minimi: il 2017 è l’anno in cui forse il mondo si è svegliato contro lo strapotere delle multinazionali

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13 Dicembre Dic 2017 0755 13 dicembre 2017 13 Dicembre 2017 - 07:55
Tendenze Online

Amazon e lo sciopero nel giorno del black friday, la protesta contro Ikea che licenzia la mamma lavoratrice, Ryanair e le punizioni alle hostess che non promuovono abbastanza i servizi accessori. E infine Facebook e Apple, che a distanza di pochi giorni si sono piegate al principio di dover pagare le tasse nel luogo in cui hanno generato i loro ricavi.

Si tratta di cinque casi, apparentemente scollegati tra loro, che tuttavia danno il senso di quanto è cominciato ad accadere nel 2017. Che dopo anni di relativa quiescenza nei confronti dei colossi dell’innovazione – liberi di fare e disfare regole, di sotterrare interi settori produttivi, di fare profitti senza pagare un euro di tasse, di pagare i lavoratori un soldo di cacio - qualcosa è cominciato a cambiare.

Non che non ci fossero pure prima, le proteste. C’erano, ma erano circoscritte a specifici ambiti direttamente colpiti dall’ingresso sul mercato dei nuovi colossi: i taxisti se la prendevano con Uber, gli albergatori con Air Bnb, i librai e i dettaglianti con Amazon. Ma nessuno aveva granché da ridire sul valore dell’innovazione, sulla bellezza di pagare meno qualunque prodotto acquistandolo online dal proprio smartphone, di farselo arrivare a casa in meno di 24 ore, magari assieme a un pasto caldo consegnato in bicicletta da un rider, o di andare a fare la spesa la domenica o il giorno di Natale, o di volare a prezzi stracciati dall’altra parte dell’Europa per il weekend.

Continuiamo a essere consumatori felici, intendiamoci. Ma negli ultimi mesi sta montando qualcosa di completamente nuovo e diverso, nei confronti di chi quell’innovazione l’ha generata. Non ancora un movimento di critica complessiva alle nuove icone del capitalismo globale, certo. Ma una nuova e maggiore consapevolezza che non siamo solo consumatori, questo sì.

Sono storie che prefigurano due tendenze importanti, comunque la si pensi. La prima: che l’opinione pubblica comincia a essere consapevole e ad aver piene le scatole dell’arroganza del nuovo capitalismo, che produce meno posti di lavoro, paga meno tasse, ma accumula ricavi spaventosi

E allora ecco che improvvisamente l’opinione pubblica solidarizza con i facchini di Amazon dello stabilimento di Castel San Giovanni che chiedono all’azienda un contratto aziendale commisurato agli straordinari profitti dell’azienda di Seattle. Così come trova eco la protesta dei rider di Foodora e delle altre realtà di consegna a domicilio, con i primi scioperi e le prime manifestazioni dei lavoratori della gig economy. E la rabbia contro i voli cancellati da Ryanair, a causa della fuga di piloti costretti a turni massacranti. I driver di Uber che si vedono riconsciute ferie e salario minimo da una corte inglese. E l’azione, finalmente efficace, del commissario alla concorrenza europea Margrethe Vestager, che nel giro di pochi giorni vince definitivamente il braccio di ferro con Apple, che pagherà 13 miliardi di tasse all’Irlanda e osserva compiaciuta che Facebook riconosca il principio secondo cui deve pagare le tasse dove genera profitti, senza che si levino voci a difesa delle di Cook, Zuckerberg e compagnia.

Sono storie che prefigurano due tendenze importanti, comunque la si pensi. La prima: che l’opinione pubblica comincia ad aver piene le scatole dell’arroganza del nuovo capitalismo, che distrugge interi settori produttivi, crea meno posti di lavoro, paga meno tasse, ma accumula ricavi spaventosi. La seconda: che questa dialettica è destinata ad acuirsi e ad allargarsi a macchia di leopardo, man mano che tale consapevolezza si diffonderà. La terza. che toccherà alla politica trovare un punto di ricomposizione e che di certo non potrà continuare a lavarsene le mani come ha fatto sinora. La quarta: che a portare avanti queste battaglie sono movimenti destrutturati, o singole soggettività politiche come Margrethe Vestager, una liberale, mentre la sinistra è impegnata a occuparsi di foglioline nei simboli e di fake news, mancando clamorosamente l’appuntamento con la Storia. Ma questa, perlomeno, non è una novità.

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